Si fa presto a dire eccellenza

Gli uomini sanno vendere molto meglio il proprio lavoro, rispetto alle donne, nel campo della scienza. Almeno questo è quello che sostiene un nuovo studio di recente pubblicazione da cui emerge che gli uomini spendono parole lusinghiere (per i propri articoli scientifici) molto più delle donne, con importanti conseguenze nella quantità di citazioni che il paper riceve successivamente.
Stefano Pisani, 25 Marzo 2020
Micron

È noto che uomini e donne usano la lingua in modo diverso. Alcuni studi condotti sulla popolazione generale hanno suggerito che, quando comunicano, gli uomini usano un linguaggio più assertivo e le donne un linguaggio più incerto. Gli studi nel campo scientifico hanno raggiunto conclusioni simili. La ricerca pubblicata sul British Medical Journal ha mostrato infatti che gli scienziati di sesso maschile tendono a pubblicare lavori che (si) descrivono come “eccellenti”, “unici” o “innovativi”, molto più delle colleghe donne: una forma di “spavalderia” che sembra raccogliere molti frutti in relazione alla frequenza con cui gli altri scienziati fanno riferimento alla ricerca tanto “complimentata”.

Lo studio suggerisce infatti che i paper in cui il primo e l’ultimo autore – posizioni che solitamente spettano, rispettivamente, al ricercatore junior che fa la maggior parte del lavoro e al capo del gruppo di ricerca – erano entrambe donne, avevano in media oltre il 12% in meno di probabilità di utilizzare almeno un termine positivo per descrivere la ricerca rispetto agli articoli nei quali il primo, l’ultimo autore, o entrambi, erano uomini. Una differenza che raggiungeva il 21% guardando ai soli articoli pubblicati sulle riviste più prestigiose.

Altro dato fondamentale a emergere, al netto di una serie di fattori (tra cui proprio il genere), una ricerca pubblicata su prestigiose riviste mediche veniva citata in studi successivi il 13% di volte in più, quando presentava almeno un termine positivo nella descrizione dell’abstract o nel titolo. Questo risultato è molto importante se si considera che le citazioni possono avere una ricaduta diretta sulla carriera di un ricercatore, perché spesso servono come metrica chiave nelle decisioni di assunzione, promozione, retribuzione e finanziamento degli studi, e si sa che esiste una profonda differenza di genere, tra uomini e donne, su questi aspetti. Queste differenze nell’autopromozione possono dunque tradursi in disparità di genere a molti livelli. “Una ricerca che viene citata più spesso verrà vista, da un eventuale comitato interno di valutazione accademica di un’università, come più importante di un articolo che viene citato meno spesso”, ha spiegato Anupam Jena, della Harvard Medical School, coautrice dello studio.

Jena e colleghi hanno analizzato i titoli e gli abstract di 101.720 articoli nel campo della ricerca clinica (come per esempio studi su farmaci o studi sulla salute) pubblicati tra il 2002 e il 2017, andando alla ricerca di 25 parole positive, come “solido”, “innovativo”, “notevole” e “promettente”. Il genere sessuale del primo e dell’ultimo autore è stato determinato usando un algoritmo basato sul nome. L’analisi ha inoltre tenuto conto dei fattori che avrebbero potuto influire sui risultati, come la rivista, il campo di ricerca e l’anno di pubblicazione.

In riferimento alle parole più comunemente usate, come “innovativo” o “promettente”, gli autori hanno rilevato una chiara differenza nell’uso basata sul genere degli autori chiave. Nel caso di “innovativo”, la percentuale di articoli che utilizzava questa parola era maggiore del 59% per i lavori in cui uno o entrambi i primi e gli ultimi autori erano uomini rispetto a quelli in cui erano entrambi donne. Complessivamente, il 10,9% dei lavori con donne nelle posizioni chiave tra gli autori presentava almeno una delle 25 parole positive nel titolo o nell’abstract, rispetto al 12,2% degli studi con autori maschi. La stessa tendenza è stata osservata quando il team di ricercatori ha esaminato oltre 6 milioni di articoli nel campo delle scienze della vita.

In ogni caso, l’uso di parole positive era associato a un tasso più elevato di citazioni successive. “Gli scienziati usano titoli e abstract per selezionare gli articoli, per decidere cosa leggere – ha spiegato Jena – La presentazione in una luce più positiva dei risultati della propria ricerca da parte degli scienziati maschi potrebbe quindi attirare più attenzione da parte di altri membri della comunità scientifica. Abbiamo scoperto che il maggior uso di termini positivi da parte di team guidati da uomini era legato a più citazioni”. “Ecco un altro esempio in cui le differenze di genere, probabilmente imposte da norme culturali inconsce sia agli autori che ai redattori, porta a ulteriori gender gap”, ha commentato Athene Donald, dell’Università di Cambridge, “e poiché la pubblicazione stessa ha un impatto notevole sull’andamento della carriera, questa scoperta ha implicazioni significative. I processi e le istituzioni accademiche devono prestare molta più attenzione a ciò che viene pubblicato dove, perché e da chi”.

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