Siamo troppo sedentari, poco sport per 1,4 miliardi di persone

Questo quadro poco piacevole emerge da uno studio durato 15 anni su 2 milioni di persone in tutto il mondo, tra cui il nostro paese, riguardante l’attività fisica quotidiana. Il lavoro, pubblicato su The Lancet, mostra una realtà in cui molti paesi il movimento sia una componente ormai divenuta superflua nella vita delle persone. Con conseguenze che potranno risultare disastrose.
Cristina Da Rold, 22 Settembre 2018
Micron
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Giornalista scientifica

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Le nostre abitudini di vita comprendono ancora troppo poca attività fisica. Lo mette nero su bianco un articolo pubblicato su The Lancet Global Health che presenta i risultati di un’analisi aggregata di 358 sondaggi su una popolazione complessiva di quasi 2 milioni di partecipanti dal 2001 al 2016.
Secondo lo studio nel 2016 non ha fatto abbastanza movimento il 27% della popolazione esaminata, poco meno di una persona su tre. Fra le donne le cose vanno ancora peggio: il 31% di loro globalmente non fa abbastanza attività fisica, con picchi particolarmente negativi fra le donne dell’America Latina e dell’Asia Meridionale (non si muove abbastanza il 43,7%).
A “muoversi di più” sono gli uomini di Oceania, Sudest Asiatico e Africa Subshariana, cioè le aree più povere del mondo. Rispetto a questi paesi, la prevalenza dell’attività fisica insufficiente è doppia nei paesi ad alto reddito: il 38% contro il 16%.
Ma questi dati sono ancora più preoccupanti se vengono visti alla luce degli ultimi quindici anni, in questo range temporale l’incidenza di questo problema è addirittura aumentata. La prevalenza di un’attività fisica insufficiente varia dal 16,3% in Oceania al 39,1% in America Latina e nei Caraibi nel 2016. Tra il 2001 e il 2016 essa è aumentata di oltre 5 punti percentuali nei paesi occidentali ad alto reddito e in America Latina, mentre l’Asia orientale e sudorientale ha registrato un calo di oltre 5 punti percentuali.

Lo scenario, secondo gli esperti, è allarmante. Se le attuali tendenze continueranno in questa direzione non riusciremo a raggiungere l’obiettivo che ci eravamo posti per il 2025, cioè una riduzione relativa del 10% dell’attività fisica insufficiente. L’OMS consiglia di dedicare 150 minuti a settimana a esercizi di “moderata intensità” (camminare rapidamente, nuotare o andare in bicicletta) e almeno 75 minuti a esercizi più intensi (corsa o sport di squadra).
Non fare abbastanza movimento è un importante fattore di rischio per le malattie non trasmissibili e ha un effetto negativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita. Dire che a livello globale quasi un terzo della popolazione adulta non fa abbastanza attività fisica, significa che circa 1,5 miliardi di adulti sono a rischio di sviluppare o esacerbare malattie legate all’inattività.
Prima fra tutte l’obesità, a sua volta fattore di rischio per molte malattie croniche. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la prevalenza dell’obesità nel mondo è quasi triplicata dal 1975. Nel 2016 sono oltre 1,9 miliardi – quasi due persone su 7 – gli adulti sovrappeso e di questi oltre 650 milioni sono obesi. Sono invece 41 milioni i bambini sotto i 5 anni in sovrappeso o obesi nel 2016, e 340 milioni i bambini e gli adolescenti di età compresa tra 5 e 19 anni.
A questo si aggiunge il diabete, legato a doppio filo sia all’obesità che all’attività fisica, che è una è delle principali cause di cecità, insufficienza renale, infarto, ictus e amputazione degli arti inferiori. Dal 1980 a oggi la prevalenza del diabete è passata dal 4,7% all’8,5%, ed è cresciuta più rapidamente nei paesi a medio e basso reddito. Nel 2015, circa 1,6 milioni di morti sono state causate direttamente dal diabete e altri 2,2 milioni di decessi sono stati attribuibili all’alta glicemia.
Finora dunque i tentativi di contenere il problema sono stati vani.
Le speranze oggi sono riposte a livello internazionale nel Piano d’azione per l’attività fisica globale 2018-2030 delle Nazioni Unite all’interno dell’Agenda 2030 di sviluppo sostenibile, i cui obiettivi sono esplicitati in un documento pubblicato nel 2018. Il rapporto parla chiaro: globalmente, l’inattività fisica nel 2013 è costata 54 miliardi di dollari per l’assistenza sanitaria diretta e il 57% di questa spesa è stato sostenuto dal settore pubblico, a cui si aggiungono 14 miliardi di dollari di costi attribuibili alla perdita di produttività. Un costo dunque che si aggira intorno all’1-3% delle spese sanitarie nazionali.

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