Trovati microrganismi che “mangiano” la plastica degli oceani

L'uomo potrebbe aver scoperto un inaspettato alleato nella lotta contro l'inquinamento da plastica degli oceani (da lui stesso causato). La scoperta di un team internazionale di scienziati coordinati dall’Università Tecnica di Creta.
Stefano Pisani, 31 Maggio 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

Microbi marini che mangiano plastica. L’uomo potrebbe aver scoperto un inaspettato alleato nella lotta contro l’inquinamento da plastica degli oceani (causato sempre dall’uomo). Un team internazionale di scienziati, come si legge sulla rivista Journal of Hazardous Materials, ha infatti analizzato in che modo le comunità microbiche si accumulano sulla plastica che inquina gli oceani e contribuiscono al suo degrado. Questo meccanismo biologico naturale potrebbe essere sfruttato anche dagli uomini, se compreso meglio.

Una volta che la plastica è entrata nell’oceano, diventa oggetto di una serie di processi di alterazione imputabili a fattori non biologici come la radiazione ultravioletta, le temperature fluttuanti e le forze di abrasione dell’acqua. Questi processi ambientali danno il via alla trasformazione del materiale in frammenti di microplastiche e nanoplastiche sempre più piccoli. Ma questi “fattori di stress” non agiscono da soli.
«Il degrado abiotico precede e stimola la biodegradazione poiché sulla superficie della plastica si generano dei gruppi carbonilici», spiegano gli scienziati autori della ricerca, che sono stati coordinati dall’ingegnere ambientale Evdokia Syranidou dell’Università Tecnica di Creta, in Grecia. «Pertanto, una vasta gamma di organismi può stabilirsi sulla superficie esposta alle intemperie, utilizzandola come substrato e come fonte di carbonio».

Per studiare quanto fosse efficiente in termini di rottura della plastica questo “sgranocchiamento” microbico, i ricercatori hanno raccolto campioni di detriti in polietilene e polistirolo su due spiagge greche. Dopo essere stati lavati e ridotti in piccoli pezzi, i frammenti di plastica sono stati immersi in una soluzione salina che in qualche modo sostituiva l’acqua oceanica. La plastica è stata poi esposta a due diversi tipi di comunità microbiche: organismi naturali presenti nel mare (comprendenti diverse specie) e ceppi bio-aumentati, modificati per formare biofilm più resistenti su superfici plastiche.
Dopo cinque mesi, i pezzi di plastica sono stati pesati: gli organismi naturali erano riusciti a ridurre il peso del polistirolo esposto all’aria fino all’11% e del polietilene fino al 7%. Il ceppo bioingegnerizzato non riusciva, alla fine, a consumare più plastica, anche se il team ha osservato che «sembrava più efficiente nell’aderire ai pezzi e nello sviluppare una comunità di biofilm» più abbondante.
I risultati di maggior successo si ottenevano in maniera più accentuata utilizzando “microbi acclimatati”, ossia organismi già esposti alla plastica in una simulazione precedente. In altre parole, sembra che i microbi possano sviluppare una sorta di “gusto” per la plastica, e migliorare il loro modo di consumarla nel tempo. L’azione microbica portava inoltre cambiamenti chimici sulla superficie dei materiali, producendo gruppi carbonilici e doppi legami, e rivelando processi come la scissione della catena che interessavano la plastica a livello molecolare.

Non è certamente la prima volta che gli scienziati hanno cercato di sfruttare il potere dei microbi per riuscire ad affrontare e risolvere i nostri problemi con la plastica. Per anni, i ricercatori hanno studiato il modo in cui gli organismi potrebbero essere in grado di mangiare i nostri rifiuti di plastica. Ogni passo che si riesce a compiere, non importa quanto piccolo, un giorno potrebbe essere d’aiuto per questi sforzi di “pulizia” anche se, chiaramente, le misure più importanti riguardano la maniera di affrontare il problema all’origine.
Tuttavia, finché questo non sarà fatto in modo deciso e la società non riuscirà a smettere di disperdere un volume così elevato, e devastante, di materiali plastici, ci sono molte cose che possono tornare utili, imparando di più sul consumo microbico e trovando un modo per sfruttarlo a nostro vantaggio. «La separazione tra l’impiego ipotetico e realistico di reti microbiche per il degrado della plastica potrebbe contribuire allo sviluppo di misure di mitigazione e politiche sostenibili», conclude il gruppo di ricerca.

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