Un bicchiere mezzo vuoto

Un articolo apparso nell’ultimo numero di ‘The Lancet’ incoraggia un numero maggiore di università ad assumere un ruolo guida nella riduzione dell'uso di bicchieri di plastica e nella scelta del mercato dove acquistare il caffè, prendendo in esame la sostenibilità dell’intera filiera di un prodotto il cui consumo e offerta negli ultimi decenni sono costantemente aumentati.
Cristina Da Rold, 14 Novembre 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Un mondo senza caffè è difficile da immaginare, ma anche l’abitudine di un caffè al giorno al lavoro o all’università, a lungo andare ha un impatto ecologico non trascurabile.
All’inizio del secolo, gli esseri umani consumavano oltre due miliardi di tazze di caffè al giorno, ma da allora il commercio, il consumo e l’offerta di caffè sono costantemente aumentati, senza che venissero messe in campo strategie mirate, per esempio all’interno delle strutture universitarie, per fare attenzione all’ambiente, ad esempio riducendo l’uso di bicchieri di plastica usa e getta.
Un articolo apparso nell’ultimo numero di The Lancet Planetary Health solleva la questione, incoraggiando un numero maggiore di università ad assumere un ruolo guida nella riduzione dell’uso della plastica e nella scelta del mercato dove acquistare il caffè. Alcune realtà hanno già implementato azioni di questo tipo, per esempio proponendo incentivi finanziari per cambiare il comportamento degli studenti, oppure introducendo bicchieri ricaricabili, attraverso compagne di sensibilizzazione e lavorando sul marketing. Di mezzo – spiegano gli autori – non c’è solamente la gestione sostenibile dei rifiuti, ma la sostenibilità dell’intera filiera del caffè, a partire dai paesi di produzione, che solitamente figurano fra quelli non ricchi del pianeta.
La produzione di caffè avviene oggi in più di 60 paesi e coinvolge 25 milioni di agricoltori (principalmente piccoli proprietari di cooperative o associazioni) e più di 11 milioni di ettari di terra.
Ci sono oggi più persone coinvolte nella coltivazione del caffè rispetto a qualsiasi altra coltura nel mondo.
Ma a guadagnare non sono i produttori. Sebbene l’industria del caffè incassi circa 60 miliardi di dollari l’anno, meno del 10% va ai produttori coinvolti in questo processo, che devono anche competere con le fluttuazioni dei mercati, l’incertezza e le pratiche ambientalmente insostenibili che minacciano la salute degli ecosistemi. Il controllo dei torrefattori e dei supermercati negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nel Nord Europa è una lobby del mercato alimentare.
Dall’altra parte c’è il commercio equo, che mira a mitigare queste disuguaglianze, a migliorare lo sviluppo sostenibile e la qualità della vita dei piccoli produttori. Le implicazioni sulla salute e il benessere di relazioni commerciali disuguali, di colture ad alta intensità di lavoro e l’incertezza economica implicata nella produzione di caffè, nonché il basso valore nutrizionale delle colture di caffè, aumentano le probabilità di malnutrizione, povertà, di tassi ridotti di iscrizione scolastica, sociale disordini e migrazione forzata. Le implicazioni ecologiche per i paesi produttori includono il degrado ambientale, la deforestazione e la dipendenza da pesticidi e fertilizzanti.
A fare da sfondo a questa serie di dinamiche c’è il cambiamento climatico. Un articolo pubblicato nel marzo 2017 dal titolo Climate change adaptation of coffee production in space and time evidenzia per esempio che il caffè Arabica è altamente sensibile alla temperatura, e sarà dunque influenzato enormemente dai cambiamenti climatici. Entro il 2050, l’area più idonea per la coltivazione del caffè arabica in Nicaragua sarà quella situata a 300 m di altitudine più su rispetto a quella che è oggi l’area più adatta per la sua coltivazione. Gli agricoltori che lavorano a quote più basse non saranno quindi più in grado di coltivare caffè di qualità e potrebbero dover abbandonare il mercato. Al tempo stesso, però, iniziare a coltivare massivamente a quote più elevate può aumentare la pressione sulle foreste e sulle risorse naturali di queste zone.
Per affrontare queste sfide ambientali, sono necessarie politiche e azioni programmatiche su tutte le scale e le fasi della catena del caffè, macchinette comprese. Al consumatore sono richieste attenzioni alle iniziative di smaltimento e riciclaggio che applicano strategie locali sofisticate per affrontare la riduzione dei rifiuti, ma anche cambiamenti comportamentali.
Il settore dell’istruzione universitaria potrebbe dunque avere un ruolo considerevole nell’affrontare questo problema di riduzione dei rifiuti su scala locale, grazie alla sua capacità di intraprendere ricerche accademiche e influenzare il comportamento delle generazioni future. I campus universitari sono veri e propri microcosmi della società, dove iniziare a implementare questi cambiamenti nelle abitudini dei consumatori.

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