Un florovivaismo sostenibile è prima di tutto culturale. Parte il progetto Anthosart

È spesso considerata un hobby, ma l’estetica del giardino, e più in generale del verde, urbano e non, vuol dire anche costi legati alla gestione degli spazi verdi, uso di risorse idriche, costi per i trasporti di specie vegetali esotiche e molto esigenti quanto a clima e trattamento. È necessaria un'estetica che sia anche etica, e per esserlo deve pensarsi come sostenibile. È l'idea alla base del progetto Anthosart di Enea.
Cristina Da Rold, 02 Luglio 2016
Micron
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Giornalista scientifica

In Italia il florovivaismo rappresenta il 5% della produzione agricola totale, ma l’estetica del giardino è spesso considerata un hobby, più che una materia di studio e di riflessione filosofica e scientifica. Il risultato è che si finisce per approcciare quella che è di fatto una nobile forma d’arte, unicamente come si attinge in maniera completamente aleatoria da una tavolozza di fronte a una tela bianca.
L’estetica del giardino, e più in generale del verde, urbano e non, sottende però degli aspetti tutt’altro che soggettivi. Stiamo parlando dei costi legati alla gestione urbana degli spazi verdi, dell’uso e dello spreco di risorse idriche, dei costi per i trasporti di specie vegetali esotiche e molto esigenti quanto a clima e trattamento, una volta deportate in Italia. L’estetica del verde non basta, è necessaria un’estetica che sia anche etica, e per esserlo deve pensarsi come sostenibile, in termini di costi energetici e di pianificazione territoriale.
Questa è l’idea alla base del progetto Anthosart di Enea, finanziato dal MIUR in collaborazione con la Società Botanica Italiana e il Forum Plinianum, per la creazione di un software contenente tutte le informazioni sulla flora autoctona italiana, area per area, con l’obiettivo di collegare e di trasferire l’expertise scientifica di orti botanici e banche del germoplasma al settore florovivaistico per la progettazione e la gestione sostenibile del verde urbano. «Non si tratterà solo di un catalogo, ma di un tool dove si potranno selezionare le specie con le caratteristiche morfologiche, ecologiche ed estetiche più funzionali a seconda del progetto che si desidera realizzare e del luogo nel quale è situato, migliorando sostanzialmente la sostenibilità della realizzazione» spiega Patrizia Menegoni di Enea. «Vogliamo contribuire in modo significativo alla sostenibilità economica e ambientale delle produzioni florovivaistiche, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio genetico autoctono e alla promozione lungo tutta la filiera di specie idonee ai vari luoghi di impianto».
Per gli antichi il genius loci era l’entità sovrannaturale che apparteneva a un certo luogo fisico, la sua identità immanente, un concetto che si è mantenuto con il passare dei millenni, modificandosi in quell’insieme di caratteri socio-culturali, linguistici, antropologici e fisici che caratterizzano un ambiente, che sia rurale o urbano. «L’idea alla base del nostro progetto è in qualche modo legata a questo concetto, nel senso che troviamo in Anthosart sia un aspetto più tecnicamente applicativo, ma anche uno più prettamente culturale, in grado di nutrire il bisogno, sempre più manifesto, di difendere il legame antico e potente, che ci lega alle piante a noi vicine» prosegue Menegoni. «Lavorare su habitat che mantengano il più possibile i propri connotati originari: solo così si può parlare autenticamente di ottimizzazione delle risorse, evitando insomma – se vogliamo banalizzare all’estremo – di voler piantare a tutti i costi delle palme a Bolzano».
Il progetto è la continuazione ideale di Florintesa, appena terminato, per la valorizzazione del patrimonio floristico italiano in ambito culturale.
Con Anthosart si fa però un passo in avanti a partire da queste conoscenze ottenute, per instaurare un dialogo da una parte con i produttori di piante, dall’altra con i consumatori, attraverso processi di disseminazione delle informazioni. «Gli interlocutori sono di due tipologie, per ognuna delle quali stiamo organizzando delle attività» conclude Menegoni. «Metteremo a punto una lista di produttori che aderiscono al progetto e che coltivano e vendono flora italiana, o che vorranno impegnarsi a farlo, e parallelamente organizzeremo dei workshop sul territorio per sensibilizzare la popolazione, e dei gruppi di lavoro regionali per alimentare reti di interessi sui temi della progettualità urbana».

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