Un modello matematico della povertà rurale

Fra le aree più povere del mondo, quelle rurali hanno ancora più difficoltà ad avviare processi di sviluppo sostenibile a lungo termine. Per analizzare la complessità dei fenomeni alla radice di tali dinamiche e capire quali possono essere le migliori soluzioni in questi contesti, un team di ricercatori dell'Università di Stanford ha elaborato un modello matematico.
Cristina Da Rold, 01 Agosto 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Fra le aree più povere del mondo quelle rurali hanno ancora più difficoltà ad avviare dei processi di sviluppo sostenibile. I mezzi di sostentamento dei poveri rurali sono di meno rispetto a quelli delle aree urbane, e questo anche perché l’influenza dell’ambiente sulle povere economie rurali li rende fondamentalmente diverse da quelle dei Paesi più sviluppati. Del miliardo di persone che vive sotto la linea di povertà nel mondo, la maggior parte vive in comunità rurali dove le risorse naturali diventano una spada a doppio taglio. I sistemi ecologici forniscono sussistenza, ma anche diffondono elevati tassi di malattie infettive.
Oltre il 75% delle persone che vivono in aree povere e rurali dell’Africa sub-sahariana e del sud-est asiatico muore a causa di malattie infettive. Ed è noto che la cattiva salute è a sua volta una trappola della povertà: se un contadino o il suo bestiame si ammala, l’economia del sistema peggiora. L’incapacità di guadagnare abbastanza per salvare  la propria vita o quella dei propri cari rende sempre più difficile investire per migliorare la propria condizione. Non a caso gli autori parlano in questo senso di “trappole della povertà” – poverty traps – quando cioè un circolo vizioso si autorafforza permettendo alla povertà di persistere.
Uno studio pubblicato in questi giorni su Nature Ecology & Evolution a firma di un team di ricercatori dell’Università di Stanford, ha tentato di rappresentare matematicamente la complessità di questi fenomeni, per offrire un valido modello per capire quali possono essere le migliori soluzioni per uno sviluppo sostenibile a lungo termine delle aree rurali più povere. La necessità che ha mosso i ricercatori – si legge – è che nonostante l’idea generale che la povertà aumenti l’incidenza di malattie infettive ma anche croniche (spesso per episodi acuti mal curati) che a loro volta rendono gli individui e le comunità molto più vulnerabili alla povertà, sia  ben documentato in letteratura, ciò che manca è una metrica robusta per descrivere la complessità degli scenari e per prevedere gli effetti di una serie di politiche atte a mitigare l’impatto della povertà stessa.
I ricercatori hanno provato a descrivere il sistema complesso delleinterazioni fra il capitale di risorse di una certa area rurale (risorse rinnovabili, capitale umano, forza lavoro) e questi “nemici” naturali, come per esempio le malattie infettive, con una serie di equazioni. Si tratta di modelli costruiti su scala nazionale al fine di esplorare le proprietà quantitative e qualitative dei diversi regimi socio-economici di sviluppo per comprenderne i tratti di sviluppo e la relazione fra questi sistemi e la salute dei loro abitanti.
Un primo aspetto che è emerso dall’applicazione del modello è che l’accesso ai servizi sanitari rappresenta un traino consistente per lo sviluppo economico di aree rurali molto povere.
Un caso di studio interessante dove emerge questa dinamica è il Ruanda, che 20 anni fa moriva all’interno di una guerra civile senza precedenti per il Paese e che oggi è invece un esempio di rinascita, dicono gli autori, che lo definiscono addirittura un esempio sfavillante – shining example – di come fornire un accesso ampio e robusto ai servizi sanitari ai più poveri, attraverso sistemi di assicurazione sanitaria accessibili, ha portato con se una crescita economica mai vista.
I modelli rivelano inoltre che una certa stabilità della povertà è un elemento intrinseco dei sistemi economici complessi.
Come cresce la complessità dei sistemi economici anche la povertà diventa via via più stabile, e quindi difficile da sradicare. Nel modello qui proposto dunque, i due principali limiti che frenano la crescita economica sono da un lato l’incidenza di malattie infettive e dall’altro l’aumento di disponibilità di risorse naturali.
Qual è dunque l’approccio più efficace per eradicare la povertà nelle aree rurali più povere? È preferibile auspicare un grosso evento che rivoluzioni l’intero sistema, piuttosto una serie di cambiamenti a livello strutturale? Gli autori propendono per la seconda opzione. Se, da un lato, la persistenza della povertà comporta un equilibrio stabile a livello globale – concludono gli autori – ne consegue che la rottura di tale “trappola di povertà” richiede cambiamenti permanenti e sostenuti nelle proprietà strutturali del sistema. Ruanda docet.
Sebbene gli shock temporanei – crolli finanziari, conflitti, disastri naturali o epidemie – possano in linea di principio portare con sé anche dei benefici a lungo termine, sono i miglioramenti strutturali del sistema a conferire veri vantaggi in termini di sviluppo economico. Effetti che i cambiamenti temporanei – precisano gli autori – non possono raggiungere, perché solo il rafforzamento di equilibri a livello globale crea condizioni per la resilienza mentre gli shock temporanei possono rivelarsi catastrofici per i Paesi con economie fragili, come si è verificato con l’epidemia di Ebola in Liberia e in Sierra Leone.

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