Uomini e donne e… salute nello spazio

L'adattamento generale all'ambiente spaziale è più o meno lo stesso per uomini e donne ma ci sono delle differenze importanti. Se infatti le donne hanno maggiori probabilità di sentirsi male quando vanno nello spazio, gli uomini hanno maggiori probabilità di soffrire di disturbi al rientro, quando tornano sulla Terra.
Stefano Pisani, 17 Giugno 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

Nello spazio, il corpo umano deve affrontare condizioni molto diverse da quelle terrestri e, naturalmente, questo comporta una serie di effetti (soprattutto nelle missioni più lunghe) che gli scienziati stanno studiando da molti anni, per esempio nello Human Research Program della NASA. In molti casi, i cambiamenti che avvengono nel corpo ricordano una sorta di processo di invecchiamento accelerato: le ossa degli astronauti, per esempio, a causa dell’assenza di gravità perdono massa e parti di questa massa ossea non vengono mai recuperate, nonostante le eccellenti contromisure e i programmi che gli astronauti seguono dopo il loro ritorno. Ci sono però ulteriori “complicazioni” e riguardano le differenze intrinseche tra organismo maschile e femminile che obbligano gli scienziati a ulteriori riflessioni.

L’adattamento generale all’ambiente spaziale è più o meno lo stesso per uomini e donne ma, appunto, ci sono delle differenze importanti. Se infatti le donne hanno maggiori probabilità di sentirsi male quando vanno nello spazio, gli uomini hanno maggiori probabilità di soffrire di disturbi al rientro, quando tornano sulla Terra. “Gli uomini hanno più problemi con la vista e l’udito quando ritornano dallo spazio, rispetto alle donne. Per queste ultime, i problemi al rientro si concentrano invece sulla gestione della pressione sanguigna e spesso le donne vanno incontro a svenimento” spiega alla BBC Varsha Jain, che potrebbe essere considerata una “ginecologa spaziale”, dato che unisce il suo PhD al MRC Centre for Reproductive Health della University of Edinburgh alle sue attività di ricerca sulla salute delle donne nello spazio svolte presso la NASA. Ci sono dunque alcune sottili diversità e non si è ancora capito se queste siano collegate a differenze ormonali o ad altri cambiamenti fisiologici. In una prospettiva a lungo termine sarà dunque importante comprendere queste diverse reazioni, anche per avere migliori indicazioni sulla salute umana in ambito “terrestre”.

“Una delle prime questioni che si pose la NASA quando inviò Sally Ride nello spazio era capire quali sarebbero state le condizioni del ciclo mestruale degli astronauti femminili – continua Jain – anche per dotare la missione dell’opportuna fornitura di prodotti sanitari”. All’epoca, in un mondo dominato da uomini, si arrivò a ipotizzare una dotazione di 200 assorbenti per una settimana, “salvo poi rendersi conto che questo numero era esagerato”. Attualmente, la maggior parte delle astronaute utilizza la pillola contraccettiva per interrompere le mestruazioni e questo rappresenta un metodo sicuro per una donna in salute. Gli scienziati sono comunque al lavoro per cercare di trovare anche altre strade che consentano di interrompere il ciclo – come la spirale intrauterina – e che possano essere più efficaci.

La questione del ciclo va a toccare poi anche un altro aspetto tecnico della vita nello spazio. Sulla Stazione Spaziale internazionale, infatti, ci sono due servizi igienici, ma gli ingegneri non avevano originariamente tenuto conto del sangue. “Nello spazio – spiega Jain – l’urina non viene sprecata, viene riciclata e da essa viene recuperata acqua potabile. Il sangue del mestruo è considerato invece un materiale solido e nessuno di questi servizi igienici riesce a differenziare il solido dal materiale liquido, quindi l’acqua che contiene viene persa e non riciclata”. Ci sono poi anche limitazioni tecniche sull’uso dell’acqua nell’igiene personale la quale, durante le mestruazioni, nella fase di volo spaziale può presentare delle difficoltà.

Un altro aspetto attualmente oggetto di studi della NASA è rappresentato dagli effetti del volo spaziale sulla fertilità femminile. “Ad oggi non vi è alcun evidenza dimostrabile che andare nello spazio incida sulla capacità di un astronauta di avere figli” continua Jain, ed è importante poi ricordare che gli astronauti (maschi e femmine) hanno avuto figli dopo missioni di volo spaziale. “Tuttavia – aggiunge – gli astronauti donna hanno, in media, 38 anni durante la loro prima missione. Questa è un’area in cui la Nasa sta facendo passi avanti per diventare un ambiente di lavoro favorevole. Il congelamento degli ovuli, così come dello sperma, potrebbe essere una delle scelte possibili, e sarebbe ovviamente del tutto personale. Attualmente, la Nasa non ha comunque alcun protocollo su questa questione”.

Uomini e donne vivono però, anche qui, una situazione diversa. Quello che si sa finora è che, a causa delle radiazioni spaziali, negli uomini la qualità e la conta degli spermatozoi diminuisce dopo un volo spaziale ma poi gli spermatozoi si rigenerano sulla Terra. “Le donne – conclude Jain – nascono invece con tutti gli ovuli di cui hanno bisogno per il resto della vita, e attualmente non abbiamo idea di quale potrebbe essere l’impatto di un volo spaziale sulla fertilità di una donna. La NASA ha comunque scelto di sostenere molto le donne astronaute che decidono di congelare propri ovuli prima delle missioni”.

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