Uova e arachidi: se introdotte presto danno meno allergie

È un vero e proprio dietrofront della medicina quello a cui assistiamo sul fronte dello svezzamento in relazione alle allergie: per evitare l’insorgenza di allergie alimentari nei bambini non si deve ritardare l’introduzione di alcuni alimenti nella dieta, come si pensava fino a qualche anno fa.
Cristiana Pulcinelli, 06 Ottobre 2016
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Giornalista Scientifica

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È un vero e proprio dietrofront della medicina quello a cui assistiamo sul fronte dello svezzamento in relazione alle allergie: per evitare l’insorgenza di allergie alimentari nei bambini non si deve ritardare l’introduzione di alcuni alimenti nella dieta, come si pensava fino a qualche anno fa. Al contrario, dare precocemente ai bambini quei cibi che possono scatenare le allergie sembra avere un effetto protettivo.
A rafforzare un’idea che si sta affermando già da qualche anno è un articolo pubblicato sul numero del 20 settembre 2016 dalla rivista Journal of American Medical Association (JAMA). Gli autori dello studio, che hanno condotto una revisione di tutte le ricerche degli ultimi anni su questo tema, concludono affermando che ci sono prove – benché non siano prove definitive – che l’introduzione di arachidi nella dieta di un bambino tra i 4 e gli 11 mesi e di uova tra i 4 e i 6 mesi d’età sia collegata alla riduzione del rischio di sviluppare allergie verso questi alimenti.
La storia è lunga almeno 16 anni. Nel 2000, infatti, l’Accademia dei pediatri americani raccomandava che nella dieta dei bambini ad alto rischio di allergia i cibi solidi non venissero introdotti prima dei sei mesi d’età e che, in particolare, i derivati del latte non prima di un anno, le uova non prima dei due anni e arachidi, noci e pesci non prima dei tre anni d’età. I bambini “ad alto rischio” venivano individuati grazie alla loro storia familiare: se avevano genitori o fratelli allergici, era altamente probabile che anche loro sviluppassero lo stesso problema.
Nel 2008 le linee guida furono modificate sulla base del fatto che nuovi studi condotti dalla metà degli anni Duemila sollevavano “seri dubbi sui benefici di posporre l’introduzione di cibi solidi che si pensa siano allergeni importanti”. La raccomandazione concludeva di non posticipare l’introduzione dei cibi solidi oltre i 4-6 mesi di vita, senza però specificare un momento ottimale per questo passaggio.
La prevalenza delle allergie alimentari nel frattempo negli Stati Uniti è raddoppiata tra il 1999 e il 2009 e, in particolare, la prevalenza stimata dell’allergia alle arachidi è addirittura triplicata tra il 1999 e il 2011. L’aumento non riguarda solo gli Stati Uniti: dati analoghi sono stati riportati in Australia e in Cina. Studi europei stimano una percentuale di reazioni avverse al cibo intorno al 7,5% nei bambini e al 2% negli adulti.
L’allergia alimentare è una risposta anomala del sistema immunitario, scatenata dal contatto con un cibo che comunemente viene assunto senza problemi dalla maggioranza degli individui. Nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso la parola “allergia” per indicare una più generica intolleranza agli alimenti.
Qualche volta è effettivamente causata da una reazione allergica, ma in altri casi è causata da altri fattori, ad esempio un difetto del metabolismo degli zuccheri, una carenza di enzimi digestivi, l’intolleranza al glutine.
I sintomi possono essere gastrointestinali, respiratori, o interessare il sistema circolatorio. In particolare, si è visto che i bambini affetti da allergia alimentare hanno una probabilità 4 volte maggiore di avere asma e 3,6 volte maggiore di avere allergie respiratorie rispetto ai bambini senza allergia alimentare. «La rinite allergica è stata riportata in particolar modo nei bambini allergici a arachide, frutta a guscio o latte. Il cibo raramente gioca il ruolo di fattore scatenante di esacerbazioni asmatiche ma può rappresentare un importante co-fattore nell’asma severa» (Alessandro Fiocchi, Lamia Dahdah, L’allergia alimentare: panoramica su una patologia sempre più diffusa e multiforme, Rivista di Immunologia e Allergologia Pediatrica 02/2013).
L’allergia alimentare in sostanza è un disturbo complesso, con importanti ricadute sulla qualità della vita del bambino e della sua famiglia. I bambini affetti da questo tipo di allergia devono seguire una stretta dieta di eliminazione degli alimenti “a rischio”, stando attenti anche alle minime quantità e alle tracce nascoste, la cui ingestione può provocare reazioni allergiche anche fatali.
«La possibilità di prevenire questa malattia e le sue conseguenze attraverso un intervento semplice e che non comporta costi economici è molto interessante», scrive Matthew Greenhawt,  autore di un commento sul numero citato di Jama. Ma, mette in guardia, trasferire i risultati della ricerca nelle linee guida da seguire è cosa difficile e incerta.
Quindi, sono auspicabili nuove sperimentazioni su questo tema.
Intanto, però, le cose si muovono. In Italia, ad esempio, esiste un progetto portato avanti all’Irccs Burlo Garofolo di Trieste. Si tratta del progetto “lattanti al bivio”, che riguarda lattanti nel primo anno di vita che abbiano dimostrato una predisposizione all’allergia alimentare.
In particolare, il progetto include due tipologie di bambini, come spiega il sito di riferimento: «Bambini  affetti da dermatite atopica in allattamento materno esclusivo, che ancor prima dello svezzamento mostrino IgE specifiche (Prick o RAST positività) verso i principali allergeni, quali latte vaccino, uovo e frumento. La presenza di questi anticorpi li espone infatti  al rischio di manifestare una reazione allergica acuta alla prima ingestione dell’alimento offendente. Bambini che alle prime ingestioni di discrete quantità di uno di questi alimenti (latte, uovo, frumento), abbiano presentato una reazione allergica acuta immediata e siano sensibilizzati verso l’alimento stesso (Prick o RAST positività)».
A questi lattanti vengono offerte, in ambiente ospedaliero protetto, piccoli dosi di alimento, ad esempio latte vaccino diluito in acqua o in un altro liquido (latte di soia, idrolisato), nell’ordine di pochi millilitri. Se il bambino tollera queste dosi, a casa continuerà a prendere la stessa dose e dopo 2-3 settimane verrà nuovamente visto in ambulatorio allergologico per raddoppiare la dose.
Di regola, in pochi mesi i bambini possono passare ad una dieta che comprende anche l’ alimento considerato rischioso, e si nota una netta riduzione, fino alla totale negativizzazione, delle Ig E specifiche (un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano, che sono anche le principali responsabili delle più diffuse allergie) e  la comparsa di anticorpi detti IgG4 , considerati gli “anticorpi della tolleranza”. Il progetto ha coinvolto finora un centinaio di lattanti.

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