Valutare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario

Il cambiamento climatico porta nuovi rischi per gli investimenti finanziari. Un team di ricerca internazionale coordinato dall'Università di Zurigo ha sviluppato un "test di stress sul clima" per le istituzioni finanziarie. I risultati suggeriscono che, mentre una migliore divulgazione delle informazioni finanziarie pertinenti al clima può migliorare la stima dei rischi, è necessaria l'introduzione precoce di politiche climatiche stabili per attenuare il rischio.
Cristina Da Rold, 27 Aprile 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

L’urgenza di stimare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario è sempre più riconosciuta tra gli studiosi e professionisti. Se da ogni parte – o quasi – si invocano con urgenza politiche orientate alla sostenibilità e resilienza, in grado di arrestare il riscaldamento globale e mitigare le conseguenze che già hanno iniziato a colpire il nostro pianeta, dall’altro lato non possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che la finanza globale ruota anche intorno a ciò che ha creato il problema climatico, come ad esempio i combustibili fossili, dove consapevolmente o meno investitori grandi e piccoli hanno investito il proprio denaro.
In questa direzione ha lavorato un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo, che su Nature Climate Change ha pubblicato la propria metodologia per testare come l’introduzione rapida di nuove politiche climatiche stresserebbe il mercato azionario globale.
«Nel nostro studio abbiamo osservato che una grossa parte dei portafogli azionari degli investitori, in particolare per i fondi di investimento e per quelli pensionistici, riguarda settori che verrebbero toccati da cambiamenti nelle politiche climatiche» commenta Stefano Battiston, uno dei ricercatori che ha lavorato al progetto.
L’analisi si è basata sui dati delle partecipazioni di tutte le società quotate in Europa e negli USA, sui dati di bilancio delle prime 50 banche europee quotate e sulle esposizioni finanziarie nei diversi settori.
Il test ha permesso ai ricercatori di avanzare due previsioni: primo, che l’introduzione di politiche ambientali nuove dovrebbe avere piccole conseguenze sulle principali banche europee, ma un effetto più marcato sui fondi pensione. Inoltre, che politiche climatiche rapide e stabili non implicherebbero un rischio sistemico, cosa che invece accadrebbe con più facilità se le nuove misure venissero introdotte in modo incerto.
Partiamo dalla prima previsione. Secondo gli autori è assai improbabile che l’effetto diretto delle politiche climatiche sui settori di pubblica utilità causi per esempio un default delle banche, o effetti domino nel sistema finanziario. «Le banche dell’UE insomma non dovrebbero temere l’introduzione di politiche climatiche».
Per i fondi pensione le stime sono meno confortanti, e un fattore importante – rilevano gli autori – sarà appunto la tempistica con cui le nuove politiche verranno introdotte.
Con la rimappatura della classificazione esistente delle attività economiche nei settori che riguardano in qualche modo il clima, si è osservato che le esposizioni dirette e indirette rappresentano gran parte dei portafogli dei fondi di investimento e dei fondi pensione.
I risultati suggeriscono – come si è visto – che la misura in cui esposizioni finanziarie si tradurranno in shock finanziari dipenderà dalla capacità degli operatori di mercato di saper anticipare le politiche climatiche. Sarà decisivo dunque introdurre delle politiche in maniera decisa e senza tentennamenti o brusche frenate, che si rivelerebbero invece deleterie.
Se queste ultime venissero implementate in fase iniziale e in un quadro stabile e credibile, i partecipanti al mercato sarebbero in grado di anticipare gli effetti senza troppi intoppi, evitando perdite ingenti per gli investitori. In questo caso – secondo gli autori – non ci sarebbe alcuna forte shock dei prezzi delle attività e non ci sarebbe alcun rischio.
Al contrario, in uno scenario in cui l’attuazione delle politiche sul clima fosse incerta o in ritardo, il mercato non sarebbe in grado di anticipare pienamente l’impatto di queste politiche, comportando un rischio sistemico, dovuto per esempio a perdite brusche derivate dagli adeguamenti repentini dei prezzi nel settore dei combustibili fossili, che secondo le stime non avrebbero il tempo per essere compensati con l’aumento del valore delle fonti rinnovabili.
Nel contesto della discussione politica intorno alle linee guida del G20 sull’informativa finanziaria legata al clima, i risultati suggeriscono che la divulgazione di informazioni finanziarie sul clima sarà necessaria per migliorare le stime di rischio e creare i giusti incentivi per gli investitori. Tuttavia, dal momento che si tratta di scenari complessi e con molte variabili in gioco, non possiamo essere certi che tutto questo sarà sufficiente per ridurre il rischio. «Un quadro strategico precoce e stabile permetterebbe una regolazione più agevole dei prezzi delle attività – conclude Battiston – e per la nascita di vincitori e perdenti netti nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio».

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