Vero o falso? La domanda che coglie impreparati gli adolescenti sul web

La maggior parte dei teenager non è in grado di distinguere una notizia vera da una falsa sui social, e tende a credere anche a quelle postate da inserzionisti pubblicitari. A rivelarlo è una ricerca dell’università di Stanford che ha preso in esame la capacità, da parte dei giovani, di analizzare le news lette sui siti, sui ‘feed’ di Twitter e Facebook, sui commenti dei lettori di forum ma anche su post e foto di blog privati.
Giulia Annovi, 02 Dicembre 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Che differenza c’è tra un contenuto sponsorizzato e un post se compaiono sulla stessa homepage di un sito? L’immagine che sembra dimostrare un fenomeno strano, corredata di didascalia, è vera o falsa? Quanto può essere veritiera la dichiarazione di un tweet? Chi c’è dietro all’organizzazione che ha lanciato la notizia nel flusso del social network?
Noi adulti a volte facciamo confusione. Non riusciamo neanche bene a capire di cosa stiamo parlando. Ci appelliamo allora ai nostri figli, ai nostri studenti o ai nipoti. E loro ci risponderanno con lo sguardo fisso sullo schermo del loro smartphone e quel “non lo so” lo interpreteremo come un “non mi disturbare”.
In realtà, sarebbe il caso di chiedersi quanto sono preparati i ragazzi su questi temi. Digitare rapidamente un testo sul touchscreen del telefono non è sufficiente per definire una persona con un buon livello di “media literacy“, cioè di competenze volte a interpretare correttamente le informazioni reperite online. Anzi, siamo noi adulti che dovremmo supportare i più giovani durante il loro vagabondare tra i contenuti della rete.
Lo ha rivelato una ricerca realizzata dall’Università di Stanford, che ha coinvolto 7800 studenti delle scuole secondarie americane in un progetto durato un anno e mezzo. Posti di fronte a un native advertisement, l’80% dei ragazzi non è in grado di riconoscere il contenuto come un testo volto a promuovere una ditta o un prodotto.
Anzi ritengono il testo una notizia a tutti gli effetti. Sono pochi quelli che rilevano che una notizia vera e propria si differenzia dal native advertisement, perché “manca la X per chiudere la finestra, non c’è un autore del post e non sponsorizza un contenuto”.
Lo stesso accade di fronte a un’immagine che vanta di riportare le margherite deformate dall’incidente di Fukushima. Meno del 20% degli studenti si pone il problema della fonte mancante tanto per la didascalia quanto per la foto. Per tutti gli altri l’immagine parla da sé oppure la fiducia nella foto vacilla, ma solo perché non sono visibili altre piante o animali diversi dalle margherite.
E così in pochi sono curiosi di sapere quale organizzazione si nasconde dietro quel link che termina con .org e che è stato condiviso nei 140 caratteri di Twitter.
E solo un terzo degli studenti intervistati, dopo aver visitato la pagina, è in grado di giudicare se il contenuto potrebbe essere influenzato dal colore politico che l’organizzazione rappresenta.
Dobbiamo coltivare nei ragazzi la capacità di valutare criticamente i contenuti che vengono loro proposti, altrimenti gli adulti di domani non saranno in grado di distinguere il vero dal falso, quello che è pubblicato per profitto da quello che è pubblicato per il diritto di informare ed essere informati. In tale contesto potrebbe essere in pericolo perfino la democrazia, come denunciano gli autori della ricerca, perché sul web potrebbero diffondersi rapidamente cattive informazioni riguardanti i temi civili.
Le informazioni disponibili in rete sono innumerevoli. È per questo che gli studenti devono coltivare la capacità di distinguere tra contenuti legittimi e fonti dubbie. Di fronte a qualsiasi contenuto sul web, devono essere addestrati a porsi una domanda: “da dove proviene il documento che sto visionando?”
Come hanno scritto gli autori della ricerca su Educational week, bisognerebbe intanto introdurre alcune semplici regole per gli internauti.
Quando si arriva su una nuova pagina, non serve leggere l’intero contenuto in verticale per decidere se quella è una notizia di cui fidarsi. Meglio muoversi in orizzontale, ossia aprire un altro tab del browser per digitare il nome dell’organizzazione che ospita il contenuto, in modo da espandere la ricerca e visitare altre pagine. È una sorta di controllo incrociato, che si avvale di numerose fonti per decidere se un contenuto è valido o meno. Non basta infatti fidarsi della sezione “about” di un sito, perché ciascuno può presentar e se stesso con le migliori credenziali.
Infine, non fermatevi ai primi link suggeriti da Google: il fatto che siano in cima non significa che quei contenuti siano i migliori. Occupano quella posizione perché le pagine sono state costruite nella maniera più opportuna per essere indicizzate dal motore di ricerca.
Non serve installare software o impostare il router in modo che per i ragazzi siano oscurate certe fonti. Serve renderli capaci di giudicare.
Scuola e genitori devono essere in prima linea per sviluppare tali capacità.
I genitori sono fondamentali nello stimolare la curiosità e nell’indurre i ragazzi a visitare più siti per ottenere le informazioni.
Will Colglazier, insegnante presso la californiana Aragon High School, ha suggerito nell’articolo apparso sul Wall Street Journal che bisogna controllare le ricerche effettuate dai ragazzi chiedendo loro il perché hanno cliccato su un certo link, piuttosto che far ricadere la scelta su un’altra pagina.
La scuola invece può sfruttare i nuovi media per l’insegnamento: può trasformarli da una camera di risonanza dei soliti contenuti più cliccati o visualizzati dagli amici a un utile strumento per apprendere.
Ne sottolinea l’utilità l’articolo apparso su New Media and Society che individua sei fattori favorevoli all’introduzione dei nuovi media nella scuola: i social network, ad esempio, favoriscono il coinvolgimento degli studenti; facilitano l’organizzazione delle lezioni dell’insegnate; permettono di introdurre risorse esterne che arricchiscono il materiale didattico; focalizzano l’attenzione degli studenti sui contenuti; concorrono alla creazione di una comunità e infine invitano alla ricerca di contenuti originali e nuovi.
Anche in Italia sono varie le iniziative e le sperimentazioni volte a introdurre una cultura digitale nella scuola. Un tentativo che ha preso l’avvio direttamente dal Ministero dell’Istruzione è Schoolkit, in cui trovano spazio progetti sviluppati direttamente dalle scuole e volti a innovare la didattica tradizionale.
Il web di per sé non ci renderà né più intelligenti né più stupidi o creduloni. Saremo tanto più informati quanto più saremo consapevoli delle insidie che si nascondono in rete. E molto dipenderà dalle risposte educative che saremo in grado di introdurre nel percorso formativo delle nuove generazioni.

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