Zika, da virus confinato a minaccia globale. Non è che c’entra il clima?

L’eccezionale esplosione di Zika si potrebbe interpretare come un “assaggio”, una sorta di avvertimento di quello che potrebbe accadere per altre malattie plausibilmente influenzate dal clima.
Tina Simoniello, 22 Febbraio 2016
Micron
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Giornalista freelance

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Un virus praticamente innocuo, che conosciamo da decenni, e che per decenni se ne è stato confinato in poche, particolari aree della Terra, a latere delle nostre vite e delle nostre paure, improvvisamente esplode, provocando migliaia di infezioni, minacciandone milioni in Centro e Sud America. E, qui sta il peggio, si associa a microcefalia nei bambini nati da madri infette (mentre scriviamo, apprendiamo che 5000 donne incinte sono state contagiate solo in Colombia). Perché una così fulminante “carriera”? Perché in tempi oggettivamente brevi anche per un virus, da agente infettivo responsabile di sintomi lievi e transitori Zika si è trasformato in pericolo globale? Diarmid Campbell-Lendrum, uno dei maggiori esperti di cambiamenti climatici globali dell’Oms, qualche giorno fa ha riferito al quotidiano inglese The Guardian: «Sappiamo che condizioni più calde e umide facilitano la trasmissione di malattie trasmesse dalle zanzare. Quindi – ha detto – è plausibile che le condizioni climatiche abbiano contribuito alla diffusione di Zika». I cambiamenti climatici insomma c’entrano, e secondo gli esperti, è plausibile abbiano contribuito alla rapida ascesa del virus Zika. Daniel Brooks, biologo dell’Università del Nebraska, è meno prudente, e dice che «Zika è il genere di questione sulla quale dibattiamo da 20 anni. Avremmo dovuto anticiparlo. Ogni volta che il pianeta ha dovuto affrontare un importante evento dovuto al cambiamento climatico (…) le specie si sono spostate e i loro agenti patogeni sono venuti a contatto con chi è privo di resistenza». In quest’ottica, Il caso Zika, si potrebbe allora interpretare come una sorta di paradigma del fenomeno “minaccia climatica alla salute umana”? Una specie di avvertimento, un assaggio, di quello che potrebbe accadere per altre infezioni?

UNA MALATTIA A TRASMISSIONE VETTORIALE
“A trasmissione vettoriale”, così si definiscono le patologie dovute agli artropodi ematofagi, insetti ma anche aracnidi. Appartengono a questa categoria il Dengue, la Chikungunya, la Febbre gialla, trasmesse dalla stessa zanzara di Zika, la Aedes aegypti. E la malaria, il cui vettore è invece la anofele. A proposito della malaria – un milione circa di vittime l’anno specialmente tra bambini africani con meno di 5 anni – l’Oms ha calcolato che un aumento di temperatura di 2-3 gradi centigradi innalzerebbe il rischio di ammalarsi di un tre-cinque per cento. Che tradotto in termini di vite umane significa svariati milioni di persone. Nelle zone in cui la malaria è endemica in effetti già oggi la stagione della anofele sta rischiando di allungarsi, avvertono gli esperti.

CLIMA-ACQUA-MALATTIE: UN INTRECCIO CHE NON CI PIACE
L’acqua rappresenta un elemento strettamente legato alla salute: sia come vettore di malattie, sia come incubatore di vettori. E intimamente legato al clima, naturalmente.
Le acque stagnanti (e quindi piogge torrenziali, alluvioni, inondazioni, esondazioni…) giocano un ruolo importante nel ciclo di diversi insetti portatori di organismi patogeni che necessitano di pozze per la deposizione di uova e lo sviluppo delle larve. Ma oltre alle malattie correlate all’acqua (water-related), come appunto quelle trasmesse dalle zanzare, ce ne sono di trasmesse dall’acqua, per esempio il colera.
A proposito del quale in un articolo pubblicato qualche tempo fa sul periodico Epidemiologia e Prevenzione di Paolo Vineis, docente di Environmental epidemiology all’Imperial College di Londra, leggiamo: «Ora il colera sta anche manifestando cambiamenti nella sua diffusione, come conseguenza del fatto che l’aumento di temperatura del mare e delle acque interne facilitano la proliferazione del vibrione». Le malattie basate sull’acqua (water-based) sono invece quelle nelle quali non il vettore, ma lo stesso organismo patogeno che svolge parte del suo ciclo vitale in acqua. È il caso della schistosomiasi (che è dovuta a un verme parassita, per altro capace di provocare tumori epatici e a carico della vescica), per la quale, come per la malaria, «Ci sono segni di diffusione oltre le aree endemiche, per esempio in alcune aree della Cina, e soprattutto – è sempre Vineis – vi sono proiezioni che destano preoccupazioni». Infine, legate all’acqua, ci sono le malattie che dall’acqua sono lavate (water-washed) ovvero quelle, come la scabbia (causata dall’acaro Sarcoptes scabiei) che proliferano in condizioni igieniche inappropriate. In questo caso il problema è la disponibilità di acqua per lavarsi «e dunque un motivo di preoccupazione è la desertificazione di ampie aree del pianeta».

IL PREZZO DA PAGARE. NESSUNO SI SENTA ESCLUSO
Per l’Oms  – tra il 2030 e il 2050, l’impatto dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi terrestri potrebbe provocare un numero di morti addizionali (dovute a tutte le cause correlate al clima) per anno pari approssimativamente a 250000. Con un danno che in danaro ammonta a qualcosa come 2-4 miliardi di dollari annui. Un prezzo altissimo sia in termini di decessi che di dollari. Ma che alcuni, Campbell-Lendrum per esempio, ritengono addirittura una “stima prudente”.
Stima prudente o no, parliamo costi che tutti dovremo sostenere: se queste proiezioni dovessero avverarsi, i paesi in via di sviluppo certamente sarebbero in prima linea, in termini di vittime e di spesa, e lo sarebbero in maniera sproporzionata rispetto a noi. Tuttavia, se è innegabile che le aree povere del pianeta sono le più esposte all’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute e sopravvivenza, è innegabile che lo sia anche l’occidente.
Che – secondo alcuni esperti, tra i quali Brooks – potrebbe subire una sorta di effetto sorpresa: noi vivremmo in una grande illusione di invulnerabilità, e più minacce contemporanee direttamente o indirettamente correlate al clima, potrebbero coglierci impreparati a soluzioni pronte, repentine, con il risultato di compromettere l’efficienza di tanti nostri sistemi sanitari.
Insomma, fermo restando che a ognuno il suo, e che ça va sans dire ai poveri va il peggio, la distribuzione delle malattie trasmissibili correlate ai cambiamenti climatici non è un fenomeno che riguarderà esclusivamente i paesi a basso reddito.
Avvertiva Vineis già nel 2012 «Si assiste, proprio in questi anni alla comparsa di malattie infettive in Europa che non sono legate solo alle migrazioni, ma anche ai mutamenti di clima, o all’interazione tra i due. Proprio quest’ultimo problema, quello delle interazioni, dovrebbe particolarmente interessare e preoccupare gli epidemiologi, visto che i fenomeni concomitanti e in parte tra loro legati delle migrazioni di massa e del cambiamento del clima possono portare a effetti importanti e imprevedibili». Come in una sorta di drammatica equità, il clima che cambia non perdona nessuno.

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