«La scienza della genomica cambierà la nostra vita e ancor più quella dei nostri figli». Così Bill Clinton annunciava il primo sequenziamento del genoma umano, ottenuto dagli scienziati impegnati nello Human Genome Project. Era il 26 giugno 2000.
L’affascinante archivio genetico che ognuno contiene dentro di sé, il suo passato, presente e futuro, sono l’argomento centrale della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, aperta al MUSE di Trento fino al 6 gennaio 2019. Voluta dal direttore del Museo delle Scienze, Michele Lanzinger, e curata da Lucia Martinelli, Patrizia Famà e Paolo Cocco, la mostra affronta il tema da molteplici punti di vista. Racconta la storia delle scoperte scientifiche nel campo della genomica, ma non manca di informare sugli sviluppi della ricerca contemporanea e di sensibilizzare sulle implicazioni date dall’introduzione di queste innovazioni nella società e nel mercato. «La genomica ci riguarda profondamente», spiega Lucia Martinelli, ricercatrice e curatrice della mostra, «per parlarne abbiamo scelto un approccio integrato e multidisciplinare, in cui gli aspetti scientifici si intrecciano sempre con quelli culturali legati all’impatto delle tecnologie nelle nostre vite».
Senza imbattersi in nozioni e descrizioni complesse, il pubblico entra a contatto con le frontiere più avanzate della ricerca in una dimensione giocosa e di intrattenimento. Per accedere alla mostra si attraversa un’area circolare sulle cui pareti piovono lettere a formare stringhe: uno spazio sospeso, che rappresenta la conoscenza scientifica, ma anche quanto ancora non è stato scoperto sul codice della vita. Poi ci si muove liberamente tra ambienti ricchi di giochi interattivi e installazioni audiovisive, che richiamano la quotidianità. C’è un archivio che ricostruisce la storia della genomica. Ci sono i banchi di un’aula scolastica, in cui comprendere il perché delle mutazioni e delle differenze genetiche. C’è un supermercato che vende (virtualmente) test genetici per scoprire predisposizioni a malattie, la paternità, la provenienza geografica, le caratteristiche in comune con l’anima gemella, e propone un questionario interattivo ideato per riflettere su benefici e rischi di questi test.
Genoma Umano suscita domande e invita il pubblico a interagire. La ricerca sul genoma, infatti, prospetta soluzioni che sembrano incidere radicalmente sulle future possibilità di curare le malattie, di aumentare la lunghezza e la qualità della vita. Ma speranze e aspettative vanno in parallelo con interrogativi urgenti e inediti sulle implicazioni sociali del progresso scientifico e tecnologico. Chi è in grado di decifrare con correttezza le informazioni ricavate da un test genetico? Chi controlla i dati forniti alle imprese per effettuare i test? Saremo in grado di tutelare la privacy ed evitare discriminazioni sociali o lavorative? Sappiamo distinguere tra predisposizione e certezza? In che modo conoscere le nostre predisposizioni a talenti e malattie influenzerà le nostre vite? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che emergono, volti a promuovere la cittadinanza scientifica e un approccio critico alla diffusione mediatica di informazioni non sempre affidabili. «Di fronte a un flusso crescente di informazioni, il ruolo di un museo scientifico è anche quello di creare emancipazione» asserisce la curatrice del MUSE, «per cui il museo non deve impartire nozioni, ma fornire gli strumenti per conoscere e discernere le fonti».
Non determinismo e interazione – tra il percorso espositivo e chi lo visita, ma anche tra genotipo e ambiente – sono i principali concetti sui quali la mostra insiste. Così, al centro di essa ci si imbatte in una macro-scultura bianca che riproduce la doppia elica del DNA. Si tratta di DNA EPIGEN, un’opera dell’artista Claud Hesse ideata ad hoc per questa mostra. La scultura non basta a se stessa, deve essere attivata: il pubblico è invitato a scegliere una situazione ambientale tra pace, violenza, luce, buio, abbondanza o carestia, provocando in essa un mutamento. Rappresentazione dell’epigenetica, l’opera interpreta come le esperienze di vita siano in grado di interagire con il genoma umano. La ricerca scientifica ha dimostrato che non siamo disegnati e scolpiti per sempre al momento della nascita: inconsapevolmente, interveniamo sul nostro DNA durante tutto il corso della vita, producendo modifiche anche ereditarie. Sull’espressione dei nostri geni incidono, anche in forma ereditaria, fattori esterni al nostro organismo come l’alimentazione, gli stili di vita (positivi e non), l’esercizio fisico, l’esposizione a fattori ambientali o inquinanti. Sostanzialmente, ognuno di noi è il risultato di un’interazione unica tra il nostro corredo genetico, l’ambiente in cui viviamo e lo stile di vita. Concetti che sono richiamati anche nel titolo della mostra, Genoma Umano. Quello che ci rende unici e nella voce che accompagna il pubblico all’uscita del percorso espositivo, in oltre cinquanta lingue diverse: non è solo questione di geni.
Con l’approccio sperimentale che caratterizza il Museo delle Scienze di Trento, da sempre impegnato nella ricerca di nuovi linguaggi per rappresentare e comunicare la scienza, Genoma Umano fonde storia ed etica della scienza con l’indagine artistica e porta la ricerca fuori dai laboratori, senza mai banalizzare le implicazioni sociali del progresso scientifico e tecnologico. «L’approccio è quello europeo della Responsible Research and Innovation» spiega Lucia Martinelli, «per cui al dibattito sulle linee di ricerca e innovazione partecipano in modo altrettanto importante e responsabile la comunità scientifica, i policy makers, i mass media e i cittadini».