Qual è il futuro che ci aspetta? Possiamo fare stime e previsioni, ma di fatto con piena certezza non lo sapremo mai. È questo il lavoro spinoso dei futurologi: interpretare il presente partendo dai dati, intercettare le tendenze, fare previsioni sul prossimo futuro e proporre soluzioni per orientare i processi politici, aziendali e sociali. Perché se non prendiamo decisioni costruttive adesso, rischiamo di creare un domani ben peggiore del nostro presente. Per aiutarci – e aiutare soprattutto la politica – a prendere decisioni migliori è appena uscito in Italia Lo Stato del Futuro 19.1, l’ultimo rapporto del Millennium Project, il think-tank internazionale nato a Washington nel 1996 e che oggi conta 63 nodi sparsi in tutto il mondo. Il volume – tradotto in italiano grazie all’impegno dell’Italian Institute for the Future, offre una panoramica completa delle principali sfide globali da affrontare da qui al 2050. Quindici sfide in totale, che toccano tutti gli aspetti più importanti: dai cambiamenti climatici allo sviluppo sostenibile, dall’intelligenza artificiale alla disoccupazione tecnologica, passando per la crisi della democrazia, l’accesso all’istruzione, la condizione delle donne e la disparità di reddito, fino alla lotta al crimine organizzato e al terrorismo.
I dati da cui partiamo non sono troppo rassicuranti: 16 dei 17 anni più caldi mai registrati nel corso della storia si sono verificati a partire dal 2001, mentre il livello dei mari sale di 3,4 millimetri all’anno. Il costo totale dei disastri meteorologici, dal 2015 al 2016, è aumentato di 81 miliardi di dollari, toccando quota 175 miliardi l’anno. Ma il problema non è solo il climate change: entro il 2050 l’attuale popolazione mondiale di 7,6 miliardi di individui crescerà di altri 2,2 miliardi, aumentando la pressione sulla produzione alimentare e sulla gestione delle risorse, tra cui l’acqua potabile. Oggi circa il 90% del mondo ha accesso a una fonte d’acqua potabile, ma i livelli delle falde freatiche stanno diminuendo in tutti i continenti e la situazione potrebbe rapidamente peggiorare. Non solo per i cambiamenti climatici e la siccità che incombe, ma anche perché sempre più spesso le falde acquifere sotterranee vengono inquinate dai nostri rifiuti tecnologici. E come se non bastasse, il numero di individui che non ha accesso a fonti di acqua potabile è in aumento, mentre mezzo milione di persone utilizza il doppio dell’acqua che la natura riesce a reimmettere di nuovo nel ciclo.
Ma a partire da un’attenta lettura di questi dati, non sempre incoraggianti, Lo Stato del Futuro 19.1 propone soluzioni per provare ad affrontare al meglio il domani. Quali? Si va dall’istituzione di commissioni parlamentari sul futuro, sull’esempio della Finlandia, alla tassazione delle nuove tecnologie per finanziare i sistemi di welfare; dall’introduzione della medicina preventiva nei sistemi sanitari alla trasformazione della alimentazione occidentale, che dovrebbe basarsi su vegetali, insetti e su prodotti di origine animale ottenuti direttamente da materiali genetici, senza allevamenti. Soluzione che se a molti fa storcere il naso, ci consentirà di risparmiare energia, terreni, acqua e costi. Ma, ovviamente, per avviarci ad un futuro possibile tutto questo non basta, bisogna pensare a città eco-smart, incrementare la forestazione, sviluppare tecnologiche che purifichino l’acqua al momento dell’utilizzo e che riutilizzino le acque reflue. Infine, il Millennium Project suggerisce l’istituzione di una nuova procura per i reati economici internazionali su mandato ONU e un’Organizzazione Internazionale per la Scienza e la Tecnologia che sovrintenda la ricerca mondiale ed eviti lo sviluppo di progetti potenzialmente rischiosi per la civiltà umana, da applicazioni sconsiderate dell’ingegneria genetica allo sviluppo di superintelligenze artificiali prive di etica.
Insomma, le soluzioni proposte ne Lo Stato del Futuro 19.1 sono tantissime, molte vanno attuate di concerto e comprendono un impegno globale, non solo nazionale. E a prevedere se rispetteremo tutti questi buoni propositi è il SOFI, lo State of the Future Index, che tiene conto dei progressi compiuti nelle 15 sfide esaminate e li proietta nel prossimo decennio. Dunque, secondo il rapporto, entro i prossimi 10 anni miglioreremo in buona parte delle sfide, ma a un ritmo più lento rispetto a quanto abbiamo fatto negli ultimi 27. Colpa dell’incertezza economica, dei timori per il terrorismo e dell’automazione del lavoro, se non la sapremo affrontare con le dovute attenzioni. Non faremo invece nessun significativo passo avanti nelle sfide relative alla crescita della percentuale di PIL destinata a ricerca e sviluppo, nella riduzione delle disparità di reddito e della disoccupazione globale, né al contrasto alla corruzione.
Ma il vero allarme lanciato dai futurologi riguarda le sfide ambientali: è in questo campo che abbiamo riscontrato e riscontreremo le maggiori difficoltà, a partire dal contenere le emissioni di anidride carbonica.
A chiudere il rapporto sono poi due capitoli dedicati a due macrotemi: le tecnologie per il contrasto al terrorismo con orizzonte il 2035 e il rapporto tra tecnologia e lavoro con orizzonte il 2050. Il primo è la sintesi di un workshop organizzato in collaborazione con la NATO per cercare di capire come potremmo proteggerci dal terrorismo, tenendo conto però che a pagare il pegno potrebbero essere le libertà personali. Secondo il rapporto non è poi così poco probabile lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie di sorveglianza e che possano prevenire attacchi terroristici, ma portarci dritti a una società basata sulla sorveglianza di massa. Si parla di sensori capaci di raccogliere dati biometrici dei soggetti, indagini genetiche, robot con funzioni di sorveglianza, aumento delle operazioni delle forze dell’ordine sotto copertura, elaborazioni di no-fly list. O, ancora, in futuro potrebbero essere inventate altre misure di identificazione preventiva che includono metodi per l’accertamento dell’identità a distanza e in tempo reale, lettori portatili di DNA, una carta d’identità impossibile da contraffare. E poi, ovviamente, di pari passo va la sicurezza informatica, con il controllo costante dei social media, dei mittenti di sistemi di posta elettronica, firewall in grado di identificare l’autore di un qualsiasi messaggio online.
Infine, l’ultimo punto del rapporto Lo Stato del Futuro 19.1 presenta le conclusioni di decine di workshop tenuti in tutto il mondo, anche in Italia, coinvolgendo cittadini ed esperti nella produzione di scenari che affrontino il problema della disoccupazione tecnologica. L’orizzonte fissato è il 2050 e gli scenari possono essere davvero angoscianti se non si inizia a prevedere i possibili sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, a cui verranno affidate sempre più decisioni. La crescita economica senza occupazione diventerà a breve la nuova norma e le tecnologie future rischiano di rimpiazzare la maggior parte del lavoro mentale e fisico degli uomini, con una conseguente disoccupazione strutturale a lungo termine: uno scenario in cui un reddito di base deve necessariamente essere garantito.
Migliorare l’istruzione nelle materie tecnico-scientifiche sarà senz’altro d’aiuto, ma è una strategia insufficiente per affrontare il futuro tecnologico che ci attende. Insomma le sfide che abbiamo davanti sono di natura trans-nazionale e, in quest’ultimo campo, urgono più che mai soluzioni, da trovare a scala globale e in sinergia.