Lo avevano chiesto a Parigi nel dicembre 2015 i rappresentanti dei governi di tutto il mondo. Ora l’IPCC, il panel di scienziati che per conto delle Nazioni Unite segue le vicende dei cambiamenti climatici è pronto. Ed entro il prossimo mese di ottobre rilascerà un rapporto, ci si augura molto dettagliato, su come fare a mantenere l’aumento della temperatura media del pianeta ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era preindustriale e, possibilmente, non superare il livello di 1,5°.
A beneficio di inventario, occorre ricordare che la temperatura è già aumentata di un grado rispetto a duecento anni fa. I margini per un ulteriore aumento senza (troppi) danni è davvero minimo. E gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change avranno da studiare molto per trovare le migliori strategie di prevenzione del cambiamento del clima. Tra queste ci sono, certamente, le “negative emissions technologies”, letteralmente le tecnologie a emissione negativa. Si tratta, in altre parole di strumenti, di diversa natura, che non solo non emettono gas serra, ma li assorbono, sottraendoli all’atmosfera e/o agli oceani.
Ma non tutte le strategie, anche se si dimostrassero efficaci, a iniziare proprio dalle “negative emissions technologies”, sono desiderabili. Mette infatti (giustamente) le mani avanti Dominic Lenzi, un ricercatore del Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change di Berlino, che con un gruppo di colleghi ha scritto un commento o, se volete un avvertimento, sulla rivista scientifica inglese Nature.
Attenzione: prima di consigliare e, soprattutto, di implementare nuove tecnologie – siano esse a emissione negativa o semplicemente carbon free – occorre una sorta di valutazione etica, che tenga conto sia delle possibili conseguenze ambientali che di quelle sociali.
Detto in altri termini: non si può prevenire un evento non desiderato con strumenti non desiderabili. Anche per combattere il cambiamento climatico occorrono strumenti sostenibili, ecologicamente e socialmente.
Ma di cosa si tratta, in pratica? Dominic Lenzi e colleghi fanno numerosi esempi. Sono allo studio tecniche per catturare il carbonio immesso in atmosfera dopo l’utilizzo dei biocarburanti: c’è chi pensa a confinarlo, quel carbonio, in depositi sotterranei i nelle profondità degli oceani, dove dovrebbe restare “congelato” per migliaia di anni. Altri pensano a una gestione delle foreste e più in generale del suolo in modo tale da sequestrare la maggiore quantità possibile di anidride carbonica presente in atmosfera.
Ancora in fase di ricerca sono altre tecniche, come quella di fertilizzare gli oceani con ferro in modo da favorire la crescita di fitoplancton che a sua volta sequestrerebbe carbonio dall’atmosfera. Altri ancora pensano a irrorare l’atmosfera di sostanze chimiche in grado di rimuovere l’anidride carbonica.
Tutte queste tecniche, siano esse già utilizzabili o in uno stadio di ricerca avanzata, hanno un tratto in comune: sono invasive. Comportano interventi sulla biosfera a larga scala. Di alcune si sa già che avrebbero conseguenze indesiderabili sul piano sociale. Per esempio, aumentare la quantità di biomasse da utilizzare come combustibili al posto dei fossili significa – sta già succedendo – sottrarre terreno alla produzione di cibo e utilizzare una quantità enorme (non sostenibile, appunto) di acqua potabile. Tutto ciò sta già creando problemi, lo ripetiamo. Ma secondo Lenzi e il suo gruppo, un impiego ancora più estensivo delle biomasse potrebbe causare siccità e carestie, proteste e rivolte, erosione della biodiversità.
Anche la fertilizzazione a larga scala degli oceani con ferro potrebbe avere gravi conseguenze sugli ecosistemi marini. Mentre coprire – come qualcuno propone – una superficie di 20 milioni di chilometri quadrati (due volte l’Europa) di sostanze minerali capaci di abbattere la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera potrebbe avere effetti non meno devastanti.
Si potrebbe continuare con l’elenco. Ma il succo del discorso, dicono Lenzi e i suoi colleghi, è che prima di ogni intervento occorre una valutazione etica. O, diremmo noi più banalmente, una valutazione di buon senso, scientificamente fondata però: abbiamo due doveri.
Primo: contrastare i cambiamenti climatici e cercare di non superare la soglia degli 1,5 °C di aumento, perché oltre potremmo trovarci – come abbiamo già ricordato su micron on line – in condizioni irreversibili. Secondo: evitare che la cura sia peggiore del male. Certo tutto diventa più difficile. Ma non c’è alcun’altra opzione desiderabile.