Non è mai stata facile la vita delle grandi agenzie, nazionali e internazionali, che si occupano di ambiente. I rapporti con la politica e con l’economia da sempre non sono semplici. Ma la cronaca più recente sta mettendo in evidenza con molta chiarezza i problemi del rapporto con la politica e l’economia di tre agenzie molto importanti: l’Environmental Protection Agency (EPA) degli Stati Uniti; l’International Energy Agency (IEA) dell’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite. Le tre agenzie sono protagoniste di vicende di segno affatto diverso, in alcuni casi opposto. Ma tutte sono storie di interesse generale.
L’americana EPA, per esempio, è suo malgrado protagonista di un intrico di avvenimenti in cui la politica prevarica in maniera indebita e sistematica sulla scienza. L’Agenzia è da molto tempo impegnata su vari fronti (scienza, norme e leggi, comunicazione pubblica) a contrastare i cambiamenti climatici. Già in passato – in particolare con George W. Bush – l’EPA ha dovuto sperimentare una sorta di inedito nella storia americana: l’attacco alla sua indipendenza scientifica e tecnica da parte dell’Amministrazione federale. Dopo averla recuperata, la sua indipendenza, con Barack Obama, ecco che appena alla Casa Bianca è approdato Donald Trump, si è ritrovata nel piano di una tempesta. Non solo il nuovo presidente ha cercato di tagliarle radicalmente i fondi, ma ha posto alla sua guida un signore, Scott Pruitt, che non crede nei cambiamenti climatici, a dispetto di quanto afferma la comunità scientifica. Compresa quella dell’EPA. Sulla base di un pregiudizio politico, Pruitt sta lavorando per svuotare di ogni contento le attività che l’EPA aveva in cantiere per contrastare i cambiamenti climatici. Trump vorrebbe che l’Agenzia cambiasse radicalmente la sua ottica e divenisse un presidio della critica alla scienza del clima e alla politica di prevenzione dei cambiamenti in atto. Più in generale, il presidente vorrebbe tagliare quelli che egli considera i lacci e i lacciuoli ecologici che impediscono alle aziende americane di crescere.
Bene, ora Scott Pruitt si trova al centro di uno scandalo. È accusato, con una certa veemenza, dalla stampa americana perché il direttore dell’EPA avrebbe raggiunto un accordo con un noto lobbista del settore dei combustibili fossili per fittare al costo di 50 dollari a notte appartamenti in un condominio di Washington. La cifra è considerata troppo bassa rispetto ai prezzi di mercato. Insomma Pruitt è accusato di aver favorito un imprenditore che lavora in un campo in cui l’EPA ha diritto d’intervento. In pieno conflitto di interesse, dunque.
Molti negli USA ritengono Pruitt non difendibile. E, invece, Trump lo difende a spada tratta. E, anzi, lo vorrebbe addirittura promuovere, nominandolo Segretario alla Giustizia al posto dell’ormai indesiderato Jeff Sessions. Resta il fatto che oggi per decisione politica l’EPA si ritrova a dover fare una politica che non condivide e ad avere un capo che è accusato di essere alleato organico delle grandi aziende del settore energetico classico. Proprio quello che l’EPA, fino a qualche mese fa, aveva intenzione di ridimensionare.
Diversa è, invece, la vicenda dell’IEA, l’agenzia che si occupa di energia per conto dell’OECD. Molti – da ultimo Claudia Kemfert, che dirige il dipartimento energia e ambiente dell’Istituto tedesco per la Ricerca Economica – accusano l’IEA di sottostimare in maniera sistematica le fonti rinnovabili di energia, che per capacità a livello mondiale con una crescita rapidissima negli ultimi anni hanno ormai superato il nucleare (l’eolico già nel 2013), il solare nel 2017. Oggi la capacità dell’eolico ha raggiunto i 539 GW a livello planetario e il solare i 402 GW, mentre il nucleare è sostanzialmente fermo a 353 GW.
L’accusa all’IEA è di minimizzare le performances delle rinnovabili per compiacere le aziende produttrici di energia da origine fossile. E, dunque, di aver rinunciato ad avere una posizione indipendente e terza, per accettare una subalternità ai potentati dell’economia. L’attuale posizione dell’IEA, dicono i suoi critici, costituisce un oggettivo ostacolo alla lotta ai cambiamenti climatici e all’implementazione degli accordi di Parigi.
Quella dell’IPCC è (sembra) un’altra storia. Perché il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici organizzato dalle Nazioni Unite è in festa, per il suo compleanno. Festeggia i suoi primi trent’anni. Fu fondato, infatti nel 1988, grazie a un’azione congiunta della World Meteorological Organization (WMO) e dello United Nations Environment Program (UNEP), le agenzie delle Nazioni Uniti che si occupano rispettivamente di meteorologia e di ambiente, con un obiettivo ambizioso: non fare ricerca in proprio, ma raccogliere e organizzare il meglio della ricerca scientifica globale su ogni aspetto dei cambiamenti globali – fisico, sociale, economico – in modo da fornire alle Nazioni Unite, ai governi e ai cittadini di tutto il mondo rapporti aggiornati per costruire la migliore ricerca scientifica. Dell’IPCC i critici dissero subito che la sua era una “scienza negoziata”, dunque condizionata da interessi geopolitici. Ma sul campo l’IPCC si è conquistata una doppia credibilità. I suoi rapporti – dal primo del 1990 al quinto del 2013-2015 – hanno fornito la base scientifica sia per una serie di decisioni politiche e giuridiche: dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (1992), al Protocollo di Kyoto (1997), agli accordi di Parigi del dicembre 2015. Inoltre l’IPCC è stato insignito del Premio Nobel per la pace nel 2007 per la sua attività di comunicazione con cui ha contribuito a creare una consapevolezza di massa a livello mondiale sui cambiamenti climatici e sui suoi effetti.
Eppure in questo clima di festa, l’IPCC deve registrare anche un non facile rapporto con la politica. E non perché la sua è una “scienza negoziata”, ma al contrario perché la sua sostanziale indipendenza non è ancora riuscita a far breccia nel cuore e nella mente dei governi. Prendiamo l’ultimo caso. A Parigi nel dicembre 2015 l’IPCC ha detto in maniera chiara che abbiamo pochissimo tempo ancora per contenere per il 2100 l’aumento della temperatura media del pianeta entro i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Potremmo anche riuscire nell’impresa di contenerlo, quell’aumento, entro gli 1,5 °C, in modo da minimizzare l’impatto del Climate change sull’economia e sulla società dell’uomo. Dobbiamo però agire rapidamente e in maniera netta. Secca.
Nel 2015 a Parigi i governi hanno raggiunto, sì, un accordo. Ma solo morale. Senza alcun impegno legale. Inoltre se anche quell’accordo venisse integralmente rispettato, difficilmente riusciremmo a contenere l’aumento della temperatura, da qui al 2100, entro i 3,5 °C. Con effetti indesiderabili importanti. Dopo l’incontro nella capitale francese, il quadro è peggiorato. Soprattutto perché l’America di Donald Trump, come abbiamo detto, ha smesso di navigare con la corrente e ha iniziato a navigare contro. Con l’obiettivo di sabotare gli accordi. Trump non c’è riuscito. Il mondo non lo segue. Ma neppure sono stati fatti concreti passi avanti. Ecco, per certi versi il rapporto tra l’IPCC e la politica è persino peggiore di quello dell’EPA e dell’IEA. Se nel suo rapporto con la politica l’EPA rischia di perdere la sua indipendenza, se nel rapporto con la politica (e l’economia), l’IEA rischia di essere costretta in un rapporto di subalternità, l’IPCC corre un altro rischio: l’indifferenza. Libera sì, ma di abbaiare alla Luna. Perché qui sulla Terra pochi – troppo pochi – l’ascoltano davvero.