Mary Shelley lo scrisse per una scommessa. Era il 1818 quando uscì (in forma anonima) per una piccola casa editrice londinese uno dei libri più influenti nell’immaginario pubblico: Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo. Da allora il libro ha avuto un enorme successo tra il pubblico e, come ricorda in un bel saggio Jon Turney, concorse non poco nell’influenzare l’immaginario popolare sulla scienza. Nel corso del suo racconto, Shelley fornisce pochi dettagli ai lettori su come il dottor Victor costruì la sua Creatura. Solo qualche indizio piuttosto vago: «l’obitorio e il macello fornivano la maggior parte dei materiali» (p. 66 ed. 1995) e il dottor Frankenstein infuse «una scintilla di esistenza nella cosa inanimata» (p. 69).
Se Mary Shelley scrivesse oggi il suo libro, quali tecnologie potrebbero dare origine alla sua creatura iconica? Nel settore biomedico, tra le innovazioni che sono sorte nel corso di questi duecento anni troviamo la possibilità di far crescere e sviluppare tessuti e organi in laboratorio, organi meccanici, i trapianti fino alle protesi mioelettriche. Un insieme di innovazioni che, almeno suggestivamente, potrebbero agevolare la realizzazione del sogno del dottor Frankenstein.

LA CREATURA OGGI
Uno degli sviluppi più importanti che hanno rivoluzionato la storia della medicina (e dell’uomo) sono stati certamente i trapianti. Si iniziò nel 1954, a Boston, con il primo trapianto della storia. Si trattava del trapianto di un rene eseguito dal chirurgo Joseph E. Murray. Da allora, il rene rimane l’organo più trapiantato. Seguono il fegato, il cuore, il polmone, il pancreas e l’intestino. Nel 2018, una creatura come quella realizzata da Viktor Frankenstein potrebbe però contare anche sulla possibilità di trapiantare tessuti come la pelle, i nervi, la cornea, la cartilagine o le ossa. Più all’avanguardia sono i trapianti di faccia: da quando nel novembre del 2005 Isabelle Dinoire ha potuto sottoporsi a un trapianto facciale a seguito dell’aggressione subita da un cane, il trapianto di viso è stato effettuato in più di 40 pazienti e in tutti i casi i risultati sono stati soddisfacenti sia per quanto riguarda il rigetto, sia per quanto riguarda i risultati funzionali, psicologici ed estetici. Di sicuro, nonostante i molti proclami che hanno suscitato anche qualche preoccupazione etica, rimane il fatto che un trapianto di testa non è stato mai tentato. Nel dicembre 2014, invece, è stata la volta del primo trapianto di pene. A riceverlo – da un donatore deceduto – fu un giovane sudafricano che aveva perso l’organo a causa di una circoncisione finita male. Anche in questo caso si può parlare di un successo: il giovane dopo pochi mesi ha potuto riacquisire le funzioni urinarie e sessuali. Nello stesso anno, in Svezia, è stato possibile far nascere il primo bambino sviluppatosi in un utero trapiantato. Risale invece al 26 marzo scorso, al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, la realizzazione di un intervento chirurgico di 14 ore che ha permesso a un reduce della guerra in Afghanistan di ricevere per la prima volta al mondo un trapianto totale di pene, scroto e parte della parete addominale.
Ma non ci sono solo i trapianti. Il Frankenstein del XXI secolo potrebbe impiegare anche organi cresciuti in laboratorio per dar vita alla sua Creatura. Pelle, uretra, vescica, trachea, vasi sanguigni, vagina, rene, orecchi e muscoli possono essere prodotti prendendo le cellule di un paziente e crescendole in laboratorio. Si tratta del frutto dell’utilizzo delle cellule staminali embrionali che possono essere impiegate dai ricercatori per ottenere qualsiasi tipo di cellula adulta. Non si può inoltre dimenticare che oggi Victor Frankenstein disporrebbe della biostampa 3D. Con le stampanti tridimensionali sono già stati realizzati alcuni organi ma non sono ancora stati impiantati nell’uomo. Una possibilità che potrebbe diventare realtà in un futuro non molto remoto. E, oggi, uno strumento ancora più potente è sicuramente l’editing genetico: si pensi alla recente tecnica CRISPR-Cas9. Il dottor Frankenstein del 2018 potrebbe così decidere di eliminare la predisposizione verso alcune malattie della sua Creatura ma anche di sceglierne la statura, il colore degli occhi o dei capelli.
Dove non è possibile arrivare con i trapianti o con la realizzazione di organi cresciuti in vitro, è possibile impiegare piccoli strumenti meccanici che svolgono un ruolo supplente degli organi e delle loro funzioni. La versione moderna della Creatura frankensteiniana potrebbe avvalersi anche di organi meccanici. Le macchine per la dialisi, per esempio, funzionano come dei reni esterni mentre i pacemaker o gli impianti cocleari possono svolgere la loro funzione all’interno del corpo umano per anni. Dagli anni Ottanta, sono poi in uso i cuori artificiali. Ancora oggi non permettono una lunga autonomia energetica e necessitano ancora di un’alimentazione esterna. Per questo sono usati solo come “ponte” fino alla disponibilità di un cuore da un donatore. In futuro, però, non è escluso che si possano realizzare anche pancreas, occhi o polmoni completamente artificiali.
Un ulteriore sviluppo nel campo della biomedicina è certamente rappresentato dall’impiego della bionica. Gli “esoscheletri” robotici, controllati con un telecomando, aiutano già da anni i paraplegici a riprendere il controllo delle loro gambe. E, gli arti mancanti possono essere sostituiti da protesi, la più avanzata delle quali può leggere direttamente i comandi del cervello attraverso degli elettrodi. L’ultima tecnologia sviluppata in questa prospettiva è la mano robotica realizzata dall’Istituto Italiano di Tecnologia, in collaborazione con Inail (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro).

LA MANO DI INAIL-IIT
La protesi bionica, sviluppata nel laboratorio Rehab Technologies del centro di ricerca genovese, permette di essere controllata attraverso la contrazione del muscolo residuo dell’arto mancante mediante sensori di superficie. Ciò permette di raggiungere il 90% della funzionalità di una mano naturale. Esistono già prodotti simili ma la nuova mano robotica Iit-Inail può vantare una maggiore durata della batteria, una miglior performance di presa e la riduzione dei costi di circa il 30%. “Hannes”, così è stata ribattezzata la protesi, è stata presentata a Roma, il 10 maggio, nel corso di una conferenza stampa congiunta dei due istituti e alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti.
La mano protesica di derivazione robotica è stata progettata affinché conformazione, peso e qualità dei movimenti siano quanto più possibile equiparabili a quelli di una mano reale. Ciò dovrebbe facilitare nelle persone amputate la percezione della protesi come di una parte di sé e non come un elemento estraneo. Le caratteristiche di costruzione del dispositivo consentono alla batteria di coprire fino a una giornata intera di utilizzo. I pazienti possano comandare la mano semplicemente pensando ai movimenti naturali e senza la necessità di alcun trattamento chirurgico invasivo. I due sensori che ricevono e interpretano il segnale elettrico proveniente dal cervello sono infatti posizionati all’interno dell’invaso della protesi risultando così invisibili all’esterno e impercettibili dal paziente.