Se il trend di surriscaldamento degli oceani proseguirà senza inversioni di rotta, nell’arco di poche decine di anni la barriera corallina potrebbe essere un ricordo sbiadito. È da questa semplice ma allo stesso tempo allarmante constatazione che nasce l’accorato appello di un pool mondiale di esperti per salvare i coralli.
La grande barriera corallina, conosciuta come reef, è la struttura vivente più grande del mondo, con un’estensione di oltre 300.000 chilometri quadrati. Le fondamenta di questa eccezionale struttura, che è addirittura visibile dallo spazio, sono i miliardi di polipi che costituiscono i coralli: grazie ad essi si crea un habitat unico per migliaia di specie animali, che nella barriera trovano rifugio, cibo, e il luogo perfetto per riprodursi e depositare le uova. La barriera corallina, sviluppatasi nel corso di centinaia di anni, è ora però a rischio a causa dei fenomeni di surriscaldamento globale, che colpiscono anche le acque oceaniche in cui si trova; i ricercatori della James Cook Univesity e quelli dell’Istituto Australiano delle Scienze Marine non hanno dubbi: quello che serve ora, nell’immediato, è predisporre una ricerca multidisciplinare per capire se e come è possibile effettuare un “salvataggio disperato”.
«Non sappiamo ancora molto di come i coralli cerchino di sopravvivere ai cambiamenti del mondo che li circonda» spiega Gergely Torda, a capo del team di esperti. L’unica àncora di salvezza per la barriera conosciuta ad oggi sembra essere, infatti, l’inversione del cambiamento climatico globale. Ma, anche alla luce delle controversie sugli accordi sul clima recentemente emerse, tale traguardo sembra essere quantomeno utopico. «Sarebbe quindi fondamentale capire se, in qualche modo, essi attuino delle azioni di adattamento alle temperature sempre più alte delle acque oceaniche».
Tale ipotesi non è così strampalata, ed è stata formulata a seguito dell’osservazione di altre specie animali: «Per esempio – spiega Jenni Donelson, del Centro di Eccellenza per gli Studi sulla Barriera Corallina – alcuni studi recenti hanno dimostrato che i pesci riescono ad acclimatarsi alle acque più calde se più generazioni consecutive vi sono esposte».
Una possibile via di salvezza potrebbe arrivare, secondo gli studiosi, dagli abitanti più microscopici della barriera, ossia i microbi che vivono sui coralli. Tutte le piante e gli animali, esseri umani compresi, sono infatti strettamente correlati a una o più popolazioni microbiche, e formano con esse i cosiddetti metaorganismi. All’interno del metaorganismo il rapporto tra animale-microbo è di solito biunivocamente vantaggioso (si pensi ad esempio alla flora batterica del nostro apparato gastrointestinale) e così è anche nel caso dei coralli: in particolare, il team di ricerca ha evidenziato il ruolo cruciale svolto dai microbi nella regolazione della fisiologia del corallo; le popolazioni microbiche che vivono nella barriera hanno infatti un’innata capacità di adattamento alle variazioni ambientali di temperatura e pH, e possono perciò aiutare il corallo a mitigare gli sbalzi di un ambiente in rapida evoluzione.
Un altro filone di ricerca, che secondo i ricercatori sarebbe cruciale approfondire, è quello delle mutazioni che possono avvenire nelle colonie di corallo a livello epigenetico: cambiamenti ereditabili che modificano la funzionalità di un gene senza alterarne la sequenza a livello di DNA. Tali cambiamenti sono in massima parte mediati dalle condizioni esterne in cui un organismo si trova ma, ancora una volta, pochissime sono le informazioni in possesso degli esperti riguardo ai coralli.
Il tempo stringe, e come ultimo allarme gli esperti sottolineano quanto questa catastrofe ambientale non influenzi solo i coralli e la loro variopinta e multiforme bellezza: «quando i coralli muoiono, la biodiversità e l’abbondanza delle specie marine della barriera cala drasticamente, fino ad ottenere un vero e proprio collasso dell’ecosistema».