“La grande barriera corallina è morta”. Qualcuno ricorderà sicuramente questo titolaccio, rimbalzato su diversi media nazionali e internazionali nel marzo del 2017, che calcava la mano sul maxi evento di sbiancamento di coralli. In realtà l’articolo pubblicato su Nature dal team di Terry Hughes, l’australiano a capo dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies della James Cook University, parlava chiaro. La Grande barriera non era – e non è – morta. Ma con l’85% dei coralli sbiancati all’epoca a causa di un El Niño persistente, di certo era un paziente in condizioni molto gravi con poche possibilità di arrivare al 2050. E lo è ancora, come del resto tutte le barriere coralline. A meno che l’aumento delle temperature non venga fermato.
Così Hughes e colleghi hanno rilanciato il loro appello, stavolta su Science, pubblicando un report, tanto snello quanto chiaro: il rischio concreto è perdere per sempre questi hotspot di biodiversità.
La colpa, neanche a dirlo, è del clima che cambia. O meglio, del clima che cambia per colpa dell’uomo. Pochi gradi centigradi in più nelle acque tropicali e il corallo espelle l’alga simbionte, sbiancando. Se la temperatura torna normale in poco tempo, il corallo ritorna rapidamente sano. Ma se lo sbiancamento persiste, il corallo muore definitivamente. E in poche settimane lo scheletro calcareo viene sgretolato dall’azione del mare e dai pesci pappagallo. A quel punto, persino le specie a crescita più rapida impiegheranno almeno un decennio per ricolonizzare l’area.
Quindi per capire l’entità del danno su scala globale e le chances di sopravvivenza di questi sistemi, il team guidato da Hughes ha misurato il tasso di sbiancamento delle barriere coralline negli ultimi quarant’anni, in 100 località diverse, distribuite in 54 Paesi. E i risultati dello studio non sono per nulla incoraggianti. I siti più colpiti sono quelli dell’area indo-pacifica, dal Madagascar alle Hawaii, passando per Maldive, Malesia, Indonesia e Australia. Mentre se la cavano meglio i Caraibi con solo 4 siti su 28 interessati da sbiancamenti oltre il 30%.
Ma a far crescere la preoccupazione è la frequenza di questi eventi. Se negli anni ’80 un massiccio sbiancamento avveniva in media ogni 25-30 anni, negli anni 2000 accade una volta ogni sei. E adesso ogni estate c’è il rischio che se ne verifichi uno. Questo vuol dire che il tempo trascorso tra due eventi di sbiancamento è diminuito di cinque volte negli ultimi 40 anni. E soprattutto vuol dire che la finestra temporale per salvare le barriere coralline si sta chiudendo rapidamente sotto i nostri occhi. L’unica soluzione è invertire la rotta del clima e l’appello di Hughes è rivolto ai governi di tutto il mondo.
Intanto, per arginare la perdita di corallo, quello che si prova a fare è tentare con la restoration ecology. Che in questo caso vuol dire trapiantare nuove colonie di coralli cresciute in “vivai”, rattoppando così i tratti di reef degradati. Ma finora pochi studi hanno valutato davvero quanto questa pratica possa essere utile non solo a ricreare il tappeto corallino, ma soprattutto a ripristinare l’intero ecosistema e le comunità ittiche. Ci ha provato, però, uno studio appena pubbligato su Marine Biology a nome di un team di biologi dell’Università di Harvard. L’idea è venuta alla studentessa Annie Opel, appassionata di diving e già volontaria con la no-profit “The Nature Concervancy” per i progetti di restauro della barriera corallina di Saint Croix, una delle isole vergini statunitensi nel mar dei Caraibi, poco più a sud-est di Porto Rico. L’indagine infatti si è concentrata sulla costa nord di questa piccola isola, dove dal 2009 viene regolarmente trapiantato il corallo Acropora cervicornis, visto che la sua diffusione a partire dal 1980 si è ridotta dell’80%.
Così, dopo un corso accelerato per imparare a riconoscere tutte le specie di pesci che vivono nella barriera corallina di Saint Croix, distinguere il loro sesso e la loro età, Annie Opel ha iniziato il monitoraggio. Dal 30 maggio al 4 agosto 2016 e dal 28 dicembre 2016 al 4 gennaio 2017, la Opel (non senza attirarsi l’invidia bonaria dei colleghi) si è immersa tre volte a settimana per due ore, visitando regolarmente 16 punti scelti lungo la barriera e annotando per ciascuno il numero, la specie e l’età dei pesci osservati durante le immersioni. In 8 dei 16 siti, la Opel aveva trapiantato dei blocchi di due metri per due di cervicornis. Negli altri 8 – tutti a 10 o a 20 metri di distanza dai punti di trapianto – no. Servivano come controllo per comparare i risultati. Ma la differenza è stata chiara sin da subito: a una settimana dal trapianto del cervicornis l’abbondanza di pesci era molto maggiore nei siti restaurati. Qui la Opel è arrivata a contarne fino a 15.000. Col passare del tempo e dopo una prima fase di colonizzazione dell’area, la complessità della comunità ittica si è andata via via arricchendo di nuove specie. Un cambiamento significativo che fornisce informazioni su come il restauro della barriera riesca effettivamente a innescare rapidi cambiamenti nell’abbondanza, nella ricchezza e nella complessità della comunità ittica.
Nata quasi vent’anni fa, nel 1999, questa tecnica del trapianto dei coralli è semplice ed economica. E finora ci ha dato l’illusione di avere una soluzione. Di riuscire a combattere la perdita di questi enormi organismi viventi sottomarini. Ma davvero possiamo affidare la sopravvivenza delle barriere coralline al “rattoppamento”? Davvero possiamo fingere che non ci siano altre soluzioni, che impieghino la lotta al cambiamento climatico? Non si tratta solo di oltre 4.000 specie di pesci, altrettante di coralli e altre migliaia tra rettili, uccelli, spugne, meduse, echinodermi, crostacei e qualche sporadico mammifero. In pratica il 25% di tutte le specie marine.
Non si tratta solo di un pezzo di biodiversità e della bellezza delle forme infinite della natura. Si tratta di economia. Perché, per esempio, la Grande barriera corallina australiana sostiene – da sola – 64.000 posti di lavoro, tanto che il suo valore è stimato essere pari a 56 miliardi di dollari secondo l’ultimo rapporto di Deloitte Access Economics. Perché da questi paradisi sottomarini che puntellano le coste tropicali dipende il turismo, con tutti i servizi ad esso collegati, dipende il lavoro, dipende la pesca sia commerciale che ricreativa, dipende la protezione delle coste dall’oceano. Dipendono preziosi servizi ecosistemici, insomma. Servizi valutati in 375 miliardi di dollari, secondo le ultime stime. E anche insostituibili. Perciò, a meno che non vogliamo letteralmente “buttare in mare” 375 miliardi di dollari, l’appello di Hughes e colleghi risuona come il primo monito degli scienziati sul climate change del 2018.