Una vita passata a studiare le diverse forme di urbanità nel mondo e a rifondare le basi epistemologiche della geografia, Jacques Lévy, professore emerito di urbanistica all’EPFL e «premio Nobel» della geografia 2018, è un convinto sostenitore della città densa. Per il geografo e urbanista francese esistono sostanzialmente due forme di coscienza ecologica, cui corrispondono due modelli di sviluppo urbano profondamente differenti, per non dire antinomici. Il primo tipo di coscienza ecologica fa capo al paradigma neo-naturalista, il secondo, invece, a un paradigma che Lévy chiama post-materialista. Il primo si traduce in un immaginario antiurbano, il secondo, invece, vede, nella città densa, la soluzione preferibile.
Per i sostenitenitori del paradigma neo-naturalista, la città, più è densa, più ha un impatto sulla natura. Il concetto è ben espresso dallo strumento di misura «impronta ecologica», un indicatore creato da Mathis Wackernagel per misurare la superficie di risorse naturali esterne necessarie affinché venga assicurata la sussistenza di un dato assembramento umano. Per Lévy, questo tipo di misurazione è fuorviante perché spinge a credere che più una città sia densa, più consumi risorse naturali. Più precisamente, l’indicatore «impronta ecologica» tiene conto della consumazione di risorse naturali per superficie antropizzata invece che per abitante. Ciònon permette di fare la comparazione fra configurazioni spaziali differenti. Èvero sìche la città densa consuma, per metro quadro, più risorse esterne. Ma se, invece che per metro quadro, ragioniamo per abitante, vediamo che il consumo di risorse aumenta nel caso di configurazioni spaziali disperse. « La città densa è dunque la soluzione migliore, anzi, la precondizione per uno sviluppo eco-compatibile» conclude Jacques Lévy «perché è la configurazione urbana che permette un minor consumo di suolo, di energia e una minore produzione di gas serra». Per Lévy, fare urbanistica nel futuro, in un mondo già largamente urbanizzato, significa aumentare il livello di urbanità. In gergo geografico, col termine urbanità si indica l’alta densità di popolazione unita alla copresenza, in un sol luogo, di attività, funzioni e individui diversi.
Nel confrontare fra loro i due approcci, quello neo-naturalista e quello post-materialista, il geografo francese va oltre, mettendo in discussione uno degli assunti classici del primo approccio. Si tratta, spiega Lévy, del «paradigma della decrescita secondo cui l’ambiente è da preservare intatto a tutti i costi». Il «Nobel 2018» della geografia parte dal fatto che l’abitare è una questione di equilibrio fra società e ambiente e, più nello specifico, fra la distruzione o la protezione esercitata dalla società, da un lato, e, dall’altro, la possibilità di rendere libere o, al contrario, di sopraffare persone e società intere da parte dell’ambiente. A partire da questo principio, il geografo francese sostiene che la soluzione non stia nella decrescita e nel ritorno alla ruralità, ma nell’innovazione. Per lui è innovando, invece che tornando indietro, che si puòraggiungere l’equilibrio fra esigenze sociali e ambientali. A questo proposito, invece che considerare la città densa come un elemento di solo consumo e di sola distruzione di risorse, il geografo la considera come un punto di equilibrio fra esigenze sociali e ambientali. Per meglio chiarire il concetto, sottolinea il ruolo che la città densa ha avuto nella storia come produttrice di innovazione. Ruolo, secondo lui, ben espresso dal mito di Babele, che altro non è che il mito della globalizzazione felice attraverso la città. Quindi, secondo l’approccio post-materialista adottato dal geografo dell’EPFL, sviluppo ed ecologia sono pienamente compatibili invece che antinomici. Più che in un ritorno alla ruralità e al passato, il geografo francese crede nel potere dell’innovazione. Quella di Jacques Lévy è una visione fiduciosa rispetto alla creatività umana. È una visione che si scontra con quella, diametralmente opposta, che vede nell’accelerarsi contemporaneo delle innovazioni la causa del moltiplicarsi di effetti non controllabili, spesso anche, inizialmene sconosciuti. Inoltre, per Jacques Lévy, èattraverso l’innovazione che possono essere preservati due dei diritti fondamentali pienamente acquisiti con la modernità: il diritto alla mobilità e il diritto a una società globalizzata. Per il geografo francese va ricercato dunque un equilibrio fra i liberi progetti degli individui, che vanno nel senso di una mobilità crescente e che vanno garantiti, e le questioni ambientali. È in questo equilibrio che risiede l’abitabilità del mondo, più che, come voleva il filosofo Martin Heidegger, nell’immobilità, nel ritorno alla ruralità e nell’incitazione alla fissità.
Jacques Lévy critica poi un altra postura tipica dell’approccio neo-naturalista che è la «morale della colpevolezza» nei confronti dell’ambiente. Per il geografo, la morale della colpevolezza altro non è che il corollario di una visione sostanzialista della Natura. Secondo questo tipo di visione, la Natura è una realtà esterna che possiede valori intrinseci e diritti propri. In realtà, quello di Natura, ricorda Lévy, è un concetto storicamente e socialmente costruito e come tale va trattato. All’idea di morale, che evoca una verità rivelata e trascendente, l’approccio post-materialista sostituisce l’idea di etica, che è, al contrario, quella di una verità immanente, storicamente e socialmente determinata. Secondo la prospettiva post-materialista adottata da Lévy, si dovrebbe dunque passare dalla morale della colpevolezza all’etica della responsabilità. In questa prospettiva, la Natura, invece che una realtà esterna, è una componente, al pari di altre, della società. Èun bene pubblico verso il quale, come tale, abbiamo una responsabilità. La responsabilità, per Lévy, non ha a che vedere con la tutela, termine che il geografo contesta aspramente perché implica l’idea di un patrimonio immutabile. Per il geografo francese la Natura è certamente un patrimonio, ma non un patrimonio da mantenere necessariamente fisso nel tempo. Al contrario è un patrimonio che puòessere reinventato. Abbiamo anzi, per il geografo, un dovere di invenzione nei confronti di questo patrimonio.
Nell’ottica di un approccio post-materialista, il ruolo dell’urbanista diventa quello di mediatore fra gli interessi dei diversi tipi di attori in gioco e dei diversi tipi di milieu (il milieu naturale, il milieu politico, il milieu sociale…). Il geografo tiene inoltre a precisare che « l’alto livello di complessità della società attuale richiede un livello di riflessività altrettanto elevato». Il bisogno di pratiche altamente riflessive mette al centro, oltre agli esponenti delle scienze dure, come biologi, ecologi e climatologi, anche urbanisti ed esponenti delle scienze sociali. Sono proprio questi ultimi che assicurano una riflessione di tipo onnicomprensivo, capace di combinare gli aspetti strettamente tecnici, analizzati nelle altre discipline, con quelli sociali. In più, con il loro tipo di riflessione, urbanisti e ricercatori in scienze sociali assicurano la mediazione fra i diversi milieu e i diversi attori in gioco.
Anche per quanto riguarda la relazione fra coscienza ecologica e schemi di azione politica, Jacques Lévy ha un punto di vista interessante e, per certi versi, controcorrente rispetto al pensiero dominante. Sostiene infatti che, in nome dell’urgenza, non possano essere prese misure al di fuori delle scelte democratiche. Condanna ugualmente ogni atto di disobbedienza civile. Accorda, a questo proposito, il primato alle logiche di democrazia sulle logiche di urgenza e, ancora, accorda il primato ai progetti urbani democraticamente discussi sulle misure dirette di riparazione, messe in atto in nome della necessità di intervenire tempestivamente. «Se si seguono processi di discussione democratica», continua Lévy «è perònecessario accettare la loro costitutiva lentezza». Non solo. «Una logica autenticamente democratica», conclude il geografo, « non separa ricercatori e tecnici dai semplici abitanti». In nome di un individuo-attore che ha il diritto-dovere di autodeterminarsi, Lévy rifiuta l’idea che le decisioni vengano prese in sedi chiuse agli abitanti e che poi si lavori, attraverso pratiche come quella referendaria, esclusivamente su una loro accettabilità ex-post. Lévy difende, al contrario, la logica di responsabilizzazione individuale nella presa di decisioni a livello urbanistico e non solo.

Per approfondire :
Lévy, Jacques (2010), « La ville est le développement durable »,Métropolitiques, 03/12/2010, articolo disponibile al sito : https://www.metropolitiques.eu/La-ville-est-le-developpement.html
Conferenza di Jacques Lévy « Habiter aujourd’hui, un monde à inventer » tenuta all’École Nationale Supérieure d’Architecture di Strasburgo il 29/03/2018 e disponibile al sito : http://www.strasbourg.archi.fr/events/jacques-l%C3%A9vy-habiter-aujourd%E2%80%99hui-un-monde-%C3%A0-inventer