Su una cosa non c’è dubbio: Internet ha rivoluzionato la vita delle persone. Ha inventato modi di comunicare che nessuno avrebbe immaginato, ha permesso la nascita e la diffusione di nuovi posti e nuove forme di lavoro, ha aperto la strada a una serie di trasformazioni che, nel bene e nel male, riguardano diversi aspetti della quotidianità. Ma cos’è che Internet ha trasformato in modo determinante nella nostra quotidianità? C’è un momento in particolare in cui la rete ha lasciato la sua impronta indelebile nella nostra vita?
«Dimmi come Internet ti ha cambiato la vita» è quello che Francesco Raganato ha chiesto alle persone comuni con l’intenzione di affrontare un tema dalle mille sfaccettature ma che, tuttavia, il cinema aveva sempre raccontato partendo dallo stesso punto di vista, quello degli esperti. Questo giovane regista di origini pugliesi sostiene che il modo più onesto per raccontare Internet sia «far parlare le persone che lo usano e alle quali ha cambiato in bene o in male la vita», perché, tutto sommato, Internet sono le connessioni che si creano fra gli esseri umani. A differenza di altri colleghi (come il tedesco Werner Herzog di Lo and Behold), Raganato ha portato al cinema la rivoluzione del digitale mettendosi nei panni di chi Internet lo usa e non di chi l’ha inventato.
Il suo documentario, Digitalife, è un collage poliedrico, ottenuto montando centinaia di brevi video che gli utenti della rete hanno inviato alla redazione di Varese Web, coproduttore del progetto insieme a Rai Cinema e Fondazione Ente dello Spettacolo. I contributi, spesso realizzati usando uno smartphone o la fotocamera del pc, racchiudevano l’interpretazione dei relativi autori su come Internet avesse cambiato loro il lavoro, il modo di viaggiare, la decisione di come trascorrere il tempo libero o affrontare una malattia, per fare qualche esempio.
«Sono arrivati più di trecentocinquanta video, li abbiamo visionati e poi si è trattato di scegliere», racconta Raganato. «A un certo punto, durante il montaggio, abbiamo avuto un momento di crisi, perché c’erano troppe storie, poi alcune erano uguali alle altre, insomma non riuscivamo più a orientarci». Nei settantacinque minuti di Digitalife, alla fine, hanno trovato spazio solo i racconti dove «la vita ha preso il sopravvento». Come, per esempio, nella storia di Pierre Ley, dove la rete ha trasformato la passione di un bambino (disegnare) in un mestiere 2.0 (illustratore digitale). Oppure come nella storia di Nicoletta Crisponi, dove i social media le tengono compagnia dappertutto, senza farla sentire una donna che viaggia da sola. O ancora come nella storia di Riccardo Cambò, che, grazie a un video virale, ha ottenuto un colloquio di lavoro dall’altra parte dell’oceano.
Ma dall’avvio del progetto al momento in cui Digitalife arriva al cinema (la prima proiezione c’è stata il 16 gennaio a Milano, qui le prossime date e città del tour) ci vogliono più o meno due anni. I lunghi tempi del montaggio dipendono anche dal fatto che, com’è prevedibile, «spesso arrivavano video frammentari, discorsi che cominciavano e poi non finivano», anche con una bella storia, ma poco utili alla narrazione di un documentario. In teoria non dovremmo avere difficoltà a raccontare il nostro rapporto con uno strumento (la rete) che usiamo tutti i giorni più volte al giorno. In pratica, anche se condividiamo foto e pensieri in continuazione, la maggior parte di noi non usa il digitale per raccontare (davvero) la sua storia. «Abbiamo scoperto che è molto difficile per le persone raccontare sé stesse. Chiedergli “raccontami come Internet ti ha cambiato la vita” le ha messe in una posizione di difficoltà, perché chi usa Internet nel novantanove per cento dei casi lo fa per una comunicazione di servizio oppure per dire la sua opinione su un tema», prosegue Raganato. «Nessuno racconta mai la propria esperienza di vita, che poi, raccontarsi, è una cosa molto difficile in generale». Ma questo era proprio l’intento di Digitalife.
E come spesso succede quando si gira un documentario, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia. Moltissime persone hanno raccontato di come Internet avesse rivoluzionato la loro vita professionale, permettendogli di trovare un mestiere anche dopo che, a causa della crisi, l’avevano perso. Un tema, quello del lavoro, su cui Raganato e il suo team avevano previsto diversi contributi. «Però, poi, la storia del papà che corre nel deserto per raccogliere i fondi per la malattia che ha portato via il figlio non l’avremmo mai potuta immaginare», ricorda Raganato. «Quando ci è arrivata quella storia, è stato un momento molto emozionante».
Tutto sommato Internet è «il nostro pane quotidiano», riassume Raganato, che ha fatto di questo pensiero la scena iniziale di Digitalife. Mentre ancora scorrono i titoli, all’inizio del docufilm si vede qualcuno che acquista il pane sul sito web di un supermercato. «Questa sequenza ha una funzione metaforica», spiega il regista. «Da un lato indica che Internet è, appunto, il nostro pane quotidiano, dall’altro fa vedere che Internet innesca meccanismi umani: il click sulla homepage del supermercato online fa partire una catena e questa catena la muovono le persone».
«Se dovessi racchiudere in pochi pensieri l’idea che mi sono fatto, direi che Internet ci sta facendo vivere una seconda adolescenza», conclude Raganato. Quando scorriamo la home di Facebook, o quando ci connettiamo per controllare l’email (cose che capita di fare anche la mattina appena svegli, prima di lavarsi la faccia o aver fatto colazione), siamo come dei quindicenni che ricevono in regalo un’auto senza avere la patente di guida. «Se a quindici anni mi avessero dato la macchina e mi avessero detto “Tieni, guida”, non ci avrei pensato due volte. Ecco, secondo me, Internet, così com’è oggi, è la nostra adolescenza. Speriamo solo che questa adolescenza passi e che si arrivi finalmente a una giovinezza e poi a una maturità».

[Immagine in copertina da: https://digitalife.org]