Raccontare la scienza non è un mestiere facile. Soprattutto quando le nuove frontiere scientifiche o i risultati ottenuti si scontrano con la realtà di ogni giorno, con principi politici o religiosi, con le emozioni e le paure di ognuno di noi. Quando in qualche modo le implicazioni della scienza ci riguardano da vicino e dobbiamo affidarci a esse per prendere delle decisioni. Ecco, in questo caso, snocciolare le prove scientifiche spesso non basta. Per guadagnarsi la fiducia del pubblico, meglio raccontare tutta la storia. Retroscena compresi.
La struttura narrativa di una scoperta scientifica e lo stile della narrazione, infatti, possono influire a tal punto sulla percezione del pubblico da influenzarne le decisioni future. Lo hanno ribadito a dicembre scorso su Nature, Michael D. Jones della Oregon State University e Deserai Anderson Crow dell’Università del Colorado. Ma secondo gli autori, c’è anche una precisa “scienza delle storie”, o meglio un Narrative Policy Framework da seguire.
Perciò anche se si tratta di scienza, bisogna considerare i quattro elementi imprescindibili di ogni storia che si rispetti. Si deve stabilire l’ambientazione e avere ben chiari i personaggi: quindi eroi, vittime e cattivi che faranno da traino emotivo per la narrazione. È necessario poi sviluppare la trama, il corso degli eventi. E infine la storia deve avere una morale, un messaggio che il lettore o l’ascoltatore dovrà cogliere. Il tutto mantenendo la congruenza di tempo e spazio, facendo attenzione alla politicizzazione della vicenda, e senza distorcere la verità e le prove scientifiche.
Bisogna insomma scrollarsi di dosso l’idea che l’approccio educativo del Knowledge Deficit Model, in cui il pubblico è un “contenitore vuoto” da riempire di conoscenze, funzioni sempre. Perché i problemi affrontati dalla scienza spesso sono complessi e servono narrazioni che diano al pubblico gli strumenti per comprendere il fatto scientifico raccontato, ma anche che instaurino un rapporto empatico, che restituiscano il fascino della ricerca, la vita delle persone che l’hanno condotta, le loro emozioni, i loro successi e i loro insuccessi.
Jones e Crow hanno così tracciato una guida passo-passo per creare storie di scienza che siano efficaci, e lo hanno fatto analizzando due casi relativi all’annosa questione dei vaccini. E in effetti proprio temi come i vaccini, ma anche le staminali e l’omeopatia, sono quelli su cui si creano le spaccature più profonde e si verificano le conseguenze più atroci.
Ma un efficace storytelling può essere d’aiuto anche su temi che vanno al di là della salute, come il riscaldamento climatico e la conservazione delle specie. Così anche Plos Biology ha provato a seguire la via segnata da Jones e Crow, pubblicando la raccolta di racconti Conservation Stories from the Front Lines, cinque racconti su altrettanti progetti che si occupano di conservazione per mettere in evidenza anche il lato profondamente umano della ricerca. Ogni articolo pubblicato sulle riviste scientifiche in realtà racchiude una miriade di eventi, spesso buffi o disastrosi, lunghe giornate in campo e un’altalena di emozioni, dalle delusioni cocenti a momenti di euforia totale. Ma tutto questo non viene mai riportato nella letteratura scientifica. Le esperienze belle o disastrose rimangono confinate alle chiacchiere tra colleghi, magari durante la pausa caffè dei convegni, durante i viaggi o una cena intorno al fuoco dopo una lunga giornata trascorsa in campo.
La scienza è prima di tutto uno sforzo umano, plasmato da trionfi e fallimenti, momenti comici e disavventure. Specialmente quando si tratta di una ricerca svolta sul campo le disavventure e le difficoltà da superare non mancano, insieme a una buona dose di scomodità: stivali sporchi di fango, temperature troppo alte o troppo basse, niente elettricità o acqua corrente, ginocchia sbucciate, zanzare e altri insetti fastidiosi.
Le cinque “storie di conservazione” pubblicate da Plos Biology fanno proprio questo: raccontano il dietro le quinte della ricerca. E lo fanno in prima persona gli scienziati protagonisti, nel tentativo di coinvolgere un pubblico eterogeneo senza però dimenticare il rigore scientifico. Il rischio che si cela dietro ogni storia, infatti, è proprio quello di accantonarlo. E racconti semplici e accattivanti, ma erronei, possono comportare il rifiuto della realtà empirica, come succede per esempio per i cambiamenti climatici o per le discussioni sulla sicurezza dei vaccini.
Quando si parla di scienza, invece, c’è bisogno di attenersi alle prove e alle evidenze scientifiche. Perciò le storie di conservazione presentate su Plos Biology sono state sottoposte a peer review. Sono state cioè controllate e validate da “pari”: scienziati di lungo corso, specialisti nelle materie trattate. Proprio come fossero dei paper scientifici. Infatti la collezione è stata supervisionata non solo da Liza Gross, senior editor di Plos Biology, ma anche da Liz Neely, direttore esecutivo di Story Collider, da Annaliese Hettinger, ecologa marina del Bodega Marine Laboratory dell’Università della California e da Jonathan Moore, ecologo della Simon Fraser University.
Il risultato è una raccolta di storie empiricamente robuste in cui gli scienziati riflettono sull’andamento e sui risultati delle loro ricerche per comunicare con il pubblico in un modo molto più diretto rispetto ai paper tradizionali. La prima storia presentata è quella di Elizabeth Hadly e dell’articolo, letto nel 1975 sul The New Yorker, che le cambiò la vita. Oggetto del trafiletto era la – oggi ben conosciuta – storia dell’uso dei clorofluorocarburi (CFC) e della scoperta che rivoluzionò le cose. Nel 1974, infatti, i chimici dell’Università della California F. Sherwood Rowland e Mario Molina aveva pubblicato un articolo su Nature, in cui accusavano il clorodifluorometano – uno dei principali CFC refrigeranti – di essere il principale responsabile della distruzione dello strato di ozono atmosferico. In meno di un anno la comunità scientifica chiese all’unanimità la messa al bando dei CFC per limitare i danni. Il loro utilizzo fu proibito prima negli USA e poi, dal 1987, i CFC furono messi al bando in tutto il mondo con la firma del Protocollo di Montreal. Nel 1995 Rowland e Molina furono premiati con il Nobel per la chimica. Affascinata dalle potenzialità della scienza e dal dialogo di questa con le istituzioni per la salvaguardia del pianeta, la Hardly scelse la sua strada: diventare una scienziata e occuparsi di riscaldamento globale. Ma oggi, docente alla Stanford University, denuncia: «nonostante le emergenze planetarie e l’impatto delle attività umane diventino sempre più chiare e spaventose, chi governa fa orecchie da mercante. Il mantra di questi giorni è “to make America great again”, ma se c’è una caratteristica chiave di quei tempi ormai lontani è proprio ascoltare le lezioni che la scienza insegnava, e agire per creare un pianeta migliore. Oggi non è così. E questo mi preoccupa molto».
L’ambientazione è chiara: siamo tra gli anni ‘70 e gli ’80, protagonista è la Hardly, ma anche tutti quegli altri scienziati-eroi che poi – racconta – avrà l’onore di conoscere anni più tardi. La trama è la cronologia dei fatti, condita dalle emozioni e dall’entusiasmo iniziale della Hardly che oggi, immutato, impatta però contro un muro di gomma eretto dai governi. E il messaggio da cogliere, è che serve ritrovare quel dialogo proficuo tra scienza e politica senza il quale rischiamo di creare danni irreversibili. E serve farlo in fretta.
Più fortunata nell’ottenere una risposta positiva dai governi, invece, è stata Karen Lips. La sua storia è intrisa di avventura, ma anche di angoscia. Erano gli anni ’90, quando Lips iniziò la sua ricerca sulle rane Isthmohyla calypsa in Costa Rica, trascorrendo diversi mesi in una baracca senza impianto idraulico o elettricità, a un’ora di distanza dalla casa più vicina, nella foresta pluviale. Ma presto si rese conto che era l’unica testimone di una vera e propria estinzione. In soli tre anni l’abbondanza di queste e altre rane era diminuita del 90%: erano letteralmente sparite senza lasciare traccia. La storia si ripeté anche in altri due siti più a sud, a Panama. Ma nella tragedia, c’era una nota positiva: finalmente c’erano delle rane morte da poter esaminare. Il responsabile della strage era il chitridio Batrachochytrium dendrobatidis, un potente fungo che blocca la respirazione delle rane attraverso la pelle. Lo stesso fungo responsabile della morte di alcune specie di rane australiane e arrivato anche allo Zoo Nazionale degli Stati Uniti. Ci vollero altri sei anni, ulteriori monitoraggi e l’aiuto sul campo di molti studenti, prima che Lips riuscisse a dimostrare che questo fungo si muoveva come un’epidemia, spostandosi e provocando un impoverimento ecologico spaventoso. Perché con le rane, infatti, erano spariti anche i loro predatori, molti insetti ed era cambiata persino la chimica dell’acqua. Lips divenne così ambasciatrice di questa silenziosa tragedia che si stava consumando nelle foreste pluviali del Centro America. E ottenne rapidamente la risposta positiva della comunità scientifica e del governo statunitense per redigere un protocollo per monitorare e arginare la diffusione del chitridio. Un esempio che è stato poi condiviso da altri Paesi, come il Madagascar. In questo caso, la speranza di tornare a vedere “sbocciare” le rane del Costa Rica grazie ad azioni concrete per costruire un futuro migliore per queste specie è il messaggio finale che Lips lascia al lettore.
Tra gli anni ’90 e il 2010, invece, Nick Haddad fu il fautore di una vera “resurrezione”, come la definisce nella storia di cui è protagonista. Stavolta non si tratta di rane, ma di insetti. Più precisamente della farfalla Saint Francis’ satyr (Neonympha mitchellii francisci), tanto rara quanto anonima nei colori, considerata estinta nel 1990. Ma Haddad, grazie alla sua perseveranza, scoprì che qualche esemplare era sopravvissuto in un’area alquanto insolita da associare alla leggiadria di una farfalla: la base militare di Fort Bragg. Proprio dove l’esercito provava le sue armi, in una zona umida. Nonostante un ricovero in ospedale in seguito a un incidente su un campo da basket e la conseguente perdita di memoria durata circa due mesi, Haddad riuscì a risolvere il “mistero delle farfalle”. Al contrario di quanto pensato, a questa farfalla serviva una buona dose di disturbo ambientale. E infatti a Fort Bragg l’artiglieria militare non faceva altro che replicare i regimi naturali del fuoco, mantenendo il paesaggio di fatto inalterato nel tempo e impedendo la progressione delle naturali successioni ecologiche. Il segreto stava nel ricreare le condizioni di disturbo ambientale idonee alla specie, come era stato necessario anche per la Licena azzurra del timo (Phengaris arion) e la Icaricia icarioides fenderi. Ci vollero quindici anni, ma Haddad riuscì a risollevare le sorti della Saint Francis’ satyr, proprio come riuscì a rimettersi dalla lunga degenza ospedaliera.
Sergio Avila-Villegas, protagonista della quarta storia, invece ha cambiato la sua vita e il modo di fare ricerca in seguito a uno spiacevole evento. Una storia senza tempo e un insegnamento che è per la vita. Per il suo dottorato, Villegas doveva applicare il radiocollare ai giaguari che vivevano sulle montagne della Sierra Madre di Sonora, per seguire poi i loro spostamenti. Ma dopo aver catturato, radiocollarato e liberato con successo alcuni esemplari, tra cui una femmina che aveva da poco partorito, il suo team catturò un altro giaguaro, un maschio, e lo liberò all’ombra di un albero. Ma ben presto Villegas scoprì che quel giaguaro non si era mai spostato da lì. Era morto. Questo evento traumatico, vissuto come un vero lutto, lo portò a lasciare il dottorato, a rompere diversi rapporti professionali e, da quel momento in poi, ad affidarsi esclusivamente a telecamere remote e all’analisi delle tracce e dei segni. Divenne un vero esperto in materia e addestrò dozzine di biologi, studenti e volontari a identificare e distinguere le tracce di giaguari e molti altri grossi predatori del Centro e Nord America. Anche se le informazioni restituite da un radio collare sono molte di più, per Avila-Villegas non varrà mai la pena mettere a rischio la vita del più grande felino americano per ottenerle.
Emmanuel Frimpong è infine il protagonista della quinta e ultima storia. Originario del Ghana e pescatore per diletto sin da piccolo, Frimpong dopo anni di studio è riuscito a dimostrare come i cavedani testa-blu (Nocomis leptocephalus), una specie di Ciprinidi molto comune nei fiumi del Nord America, fossero in realtà indispensabili per la conservazione della fauna d’acqua dolce. I loro nidi costruiti con la ghiaia facevano comodo anche a una decina di altre specie, molto più rare. I cavedani erano dunque un’importantissima “specie ombrello”: proteggendo loro sarebbero state protette tutte le altre specie. Dopo questa scoperta, Frimpong ha ripensato spesso alla sua terra d’origine, dove ancora troppo poco si conosce dello stato di conservazione e della tassonomia dei Ciprinidi. La sua storia, infatti, si conclude con un accorato appello ai colleghi biologi, ma anche ai governi e a istituzioni come l’IUCN per rispondere alla carenza di informazioni sui pesci, troppo spesso sfruttati per la pesca, senza che se ne conoscano le reali conseguenze.
Nella raccolta edita da Plos Biology, finiscono quindi storie diverse, ma tutte intrise di esperienze personali e di emozioni uniche narrate in prima persona dai protagonisti. La speranza di questo primo esperimento è infatti che sempre più scienziati contribuiscano al progetto condividendo le loro storie. Non per diletto, ma affinché sempre più persone vengano a conoscenza di questi drammi che coinvolgono il clima e la biodiversità del nostro pianeta.