Lo scorso gennaio, L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha stimato che, nel mondo, le donne percepiscono una retribuzione inferiore del 23% rispetto ai colleghi maschi. Una disparità di genere che non si ripercuote solo nei salari ma anche nelle carriere. Nessuna esclusa. Non fanno eccezione, quindi, neppure quelle scientifiche.
Per questo, nel dicembre 2015 sempre l’ONU, adottando la risoluzione A/RES/70/212, ha proclamato l’11 febbraio Giornata Mondiale delle Donne e delle Ragazze nelle Scienze per promuovere una maggior partecipazione di donne e ragazze alle attività, alla formazione e alle professioni scientifiche. In molte sedi istituzionali e nei più importanti centri di ricerca del mondo, infatti, oggi si celebra per la terza volta la giornata contro il gender gap nelle materie STEM (Science, Technology, Education and Mathematic).

PERCHÉ SI CELEBRA QUESTA GIORNATA
Nel 2017, durante le celebrazioni al Palazzo di Vetro a New York, il tema scelto fu “il ruolo dei media”. Quest’anno l’evento è stato anticipato, lo scorso venerdì 9 febbraio, dal “Forum 2018 sulla giornata internazionale delle donne e ragazze nella scienza”, un evento di alto livello organizzato dal Ministero degli Affari Europei e dell’Uguaglianza di Malta e dalla Royal Academy of Science International Trust (RASIT). Al fianco di numerosi Paesi e di alcune importanti Agenzie specializzate dell’ONU si è lavorato al documento intitolato “Equality and Parity in Science for Peace and Development”. Il testo richiama i Paesi membri all’impegno per il conseguimento di un’uguaglianza di genere e una parità nelle opportunità educative, con particolare riguardo alle materie scientifiche.
Il superamento delle differenze di genere all’interno delle attività scientifiche è considerato strategico per il raggiungimento degli Obiettivi per lo Sviluppo concordati a livello internazionale. Eppure, l’International Day for Women and Girls in Science 2018 arriva a pochi mesi dalla consegna dei premi Nobel, il riconoscimento più ambito e popolare della scienza, che proprio quest’anno non ha visto tra i premiati neppure una donna. E non è la prima volta. Celebri sono i casi di Lize Meitner e Rosalind Franklin i cui contributi furono fondamentali per il progresso scientifico ma che non si videro mai assegnare l’ambito premio. Il 97% dei premi Nobel scientifici è stato finora assegnato solo a uomini. Quelle di Meitner e Franklin non sono però delle figure isolate di eccellenti risultati scientifici conseguite da scienziate. Il contributo delle donne nello sviluppo e nella conoscenza tecnoscientifica è stato lungo e determinante: si pensi ai contributi di Vera Rubin nel campo dell’astrofisica, alla figura di Grace Murray Hooper nel settore informatico o alla personalità di Hedy Lamarr, diva di Hollywood ma anche eccezionale inventrice che ha posto le basi delle moderne tecnologie wi-fi. L’elenco potrebbe comprendere anche figure di primissimo piano come Marie Curie e i suoi contributi nel settore della fisica e della chimica (unica donna a ricevere due premi Nobel), Barbara McClintock e i suoi studi nel campo della genomica, o della chimica indiana Asima Chatterjee per gli studi e gli sviluppi nel campo della fitomedicina, a cui Google ha dedicato lo scorso 23 settembre – in occasione del centenario della nascita – un bellissimo doodle; fino alla recente figura, prematuramente scomparsa, di Maryam Mirzakhani, prima e finora unica donna a vincere la medaglia Fields nel 2014. Nonostante gli sforzi sostenuti da più parti per stimolare e coinvolgere la partecipazione di donne e ragazze nell’ambito scientifico, il confronto con i colleghi maschi è ancora troppo spesso impari.

UN PO’ DI NUMERI
In un commento al rapporto tra ragazze e scienza, Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, ha ammonito che per superare le differenze di genere nelle carriere scientifiche ”bisogna cominciare fin dall’infanzia”. Tra i primi dati disponibili possiamo allora osservare i risultati ottenuti da studenti e studentesse italiane nei test Ocse-Pisa in matematica e scienze. I dati mostrano che dal 2006 al 2015 si sono potuti registrare dei miglioramenti nelle prestazioni dei quindicenni italiani in entrambe le discipline. Se nel 2006, nei test matematici, l’Italia otteneva punteggi inferiori alla media Ocse, nel 2015 tale media è stata raggiunta. Ciò però è avvenuto mantenendo una sostanziale differenza di risultati tra tra i sessi.
È interessante osservare, inoltre, che le differenze di genere risultano più elevate nelle regioni del centro e del nord-est. Identica osservazione può essere fatta per i risultati conseguiti dagli studenti e dalle studentesse nei test di scienze. Anche in questo caso, a un miglioramento delle prestazioni generali non corrisponde un attenuarsi delle differenze di genere.
Ciò, tuttavia, non pare influire direttamente sulle scelte universitarie delle ragazze. Se nei risultati Ocse-PISA le donne ottengono, sia in matematica che in scienze, risultati inferiori ai colleghi maschi, mediamente le donne sono invece sempre più presenti nei corsi scientifici universitari.
I dati Eurostat possono fornirci un utile strumento per un confronto internazionale ma, soprattutto, possono aiutarci a capire la situazione nel nostro Paese su questo tema. L’Italia si colloca ai primi posti della graduatoria fra i Paesi che hanno una maggiore presenza di donne laureate o che hanno conseguito un dottorato di ricerca in materie scientifiche e ingegneria (59,8%). Un dato positivo, soprattutto se confrontato con il 53,2% del Regno Unito, con il 46,7% della Germania o il 47,4% della Francia. L’Italia vede una maggior presenza di laureate e dottoresse di ricerca anche rispetto a Paesi del nord Europa tradizionalmente più attenti e sensibili alle differenze di genere (Danimarca 49,1%). Va sottolineato che in Italia vi è comunque una minor partecipazione femminile (19,6%) ai percorsi universitari nel settore delle ICT e nel settore ingegneristico (34%).

Donne e scienza in cifre 2018
Infogram

Rispetto ai principali Paesi europei, l’Italia non pare sfigurare neppure per il numero di ricercatrici (36%).
Svezia e Finlandia, ad esempio, hanno una presenza femminile tra le fila dei ricercatori rispettivamente del 33,3% e 32,3%. La Danimarca raggiunge una quota del 35,3% mentre Francia e Germania si fermano a 26,7% e 28,0%. Il risultato peggiore in Europa lo raggiungono i Paesi Bassi con una percentuale di donne impiegate come ricercatrici del 23,4%.
Un dato interessante da osservare riguarda i settori in cui le donne riescono maggiormente a sviluppare il proprio percorso professionale scientifico. Le donne che fanno ricerca trovano maggior spazio nel settore pubblico (47%) e nell’ambito universitario (40,3%). Assai ridotto è invece il contributo che arriva dal settore privato all’occupazione femminile impegnata in R&S (22,3%). Un dato che concorda anche con gli esigui investimenti che tradizionalmente giungono alla R&S dal settore privato italiano.
Tuttavia anche se molte donne trovano spazio nell’accademia, poche riescono a superare quella barriera invisibile – quel «soffitto di cristallo» – che impedisce loro di giungere ai vertici delle carriere. Tra i docenti universitari italiani di discipline STEM, complessivamente solo il 37,4% è donna: guardando però ai diversi ruoli è possibile osservare che le docenti di prima fascia sono solo il 18,3% mentre salgono a 33,0% nel ruolo di docenti di II fascia. Più incoraggiante, invece, il dato per quanto riguarda le ricercatrici a tempo indeterminato: sono il 42,1%.
Tre sono invece le donne (Daniela Bortoletto, Patrizia Azzi Bacchetta e Angela Barbaro-Galtieri), tutte fisiche delle alte energie, che compaiono nella graduatoria dei 10 scienziati italiani più citati a livello internazionale. Ma nei primi 5 posti troviamo solo Daniela Bortoletto, della Oxford University, con un H-index pari a 166. Patrizia Azzi Bacchetta, dell’INFN di Padova, e Angela Barbaro-Galtieri, del Lawrence Berkeley National Laboratory, compaiono “solo” al 9° e al 10° posto con un H-index di 154 e 153.
I dati ci mostrano che la situazione italiana non è certamente tra le migliori d’Europa. Tuttavia, forse per molti inaspettatamente, la situazione nel nostro Paese non si presenta – se confrontata con i risultati di altri importanti Stati europei – così sconfortante come si potrebbe pensare. Eppure permane la difficoltà di concepire l’operato nel settore delle STEM come un’opportunità da declinare anche al femminile. Perché? Le motivazioni che non portino le ragazze ad affrontare questi percorsi formativi, spiega la ricerca European Girls in STEM condotta da Microsoft, sono molteplici e vanno cercate nella scarsità di esperienze pratiche durante il percorso scolastico, nella mancanza di pari opportunità in ambito lavorativo e, non per ultimo, la mancanza di modelli di riferimento femminili forti.
In conclusione, però, appare evidente una considerazione: più che trattare il gender gap in ambito scientifico come qualcosa a sé stante rispetto al generale problema delle differenze di genere in ambito lavorativo dovremmo iniziare a concentrare gli sforzi per promuovere un sistema di welfare che concili meglio famiglia e lavoro, promuova una parità salariale e un riassetto del sistema di lavoro finora impostato sul modello maschile. Sarebbe certamente un aiuto concreto da cui partire per attrarre più donne nel mondo della scienza e della ricerca.

Per saperne di più:
– Potete seguire l’evento seguendo su Twitter seguendo l’hashtag #11February e #IDGWS2018.
– Per un approfondimento del rapporto donne e scienza: https://horizon-magazine.eu/key-themes/women-science