Adesso sono per tutti fake news. Una volta le chiamavamo, in maniera più efficace, bufale. L’ultima – o, almeno, una delle ultime – riguarda un disastro naturale: l’eruzione del Vesuvio.
Un’emittente canadese, la CP24TV, annuncia per l’ennesima volta – è almeno dal 2102 che la fa con tenace ciclicità – l’esplosione imminente e catastrofica del vulcano che disegna la silhouette del Golfo di Napoli. E denuncia noi, colleghi italiani: non dite la verità ai cittadini di Napoli e dell’Italia.
I simpatici colleghi canadesi da almeno sei anni si riferiscono con invidiabile determinazione a una tesi di un (serio) ingegnere fluidodinamico italiano, Flavio Dobran, che insegna alla New York University, secondo cui la prossima eruzione del Vesuvio potrebbe essere catastrofica, di tipo pliniano, come quella, per intenderci, che distrusse Pompei ed Ercolano nell’anno 79 dopo Cristo. Secondo Dobran, c’è un’elevata possibilità (non la certezza assoluta) che le cose vadano così, che il Vesuvio si risvegli con una catastrofica esplosione pliniana. In ogni caso – sia chiaro – in questo momento non c’è sintomo alcuno che il Vesuvio si stia risvegliando, dopo la quiescenza iniziata nel 1944, data dell’ultima e relativamente piccola eruzione.
Dunque Flavio Dobran non dice affatto che il Vesuvio sia pronto a esplodere da un giorno all’altro. Dice solo che, quando succederà, potremmo avere un’eruzione catastrofica. Poi aggiunge: poiché potremmo avere una relativa certezza del risveglio solo con 2 o 3 giorni di anticipo, ci troviamo in una condizione davvero critica. Per tre motivi.
Il primo è perché il Piano di emergenza previsto dalla Protezione Civile è più sulla carta che in atto. Mancano, per esempio, serie prove di evacuazione. E sì che l’evacuazione dovrebbe riguardare centinaia di migliaia di persone: già, perché l’area a rischio, negli ultimi decenni, è stata al centro di un notevole sviluppo edilizio, non sempre legale, che ha portato a costruire case fin sotto le pendici del vulcano più studiato al mondo.
Il secondo motivo è che, di conseguenza, nessuno né tra le persone da evacuare né nelle regioni e nelle città italiane che dovrebbe accogliere poco meno di un milione di profughi per un tempo illimitato sa esattamente cosa fare.
Il terzo motivo, sostiene Dobran, è che in ogni caso il Piano della Protezione Civile non prende in considerazione lo scenario peggiore: quello di un’esplosione pliniana che lui, invece, ritiene altamente probabile. Occorrerebbe, dice giustamente Dobran, realizzare un piano di emergenza più efficace.
Lo stesso e ancor più vale per i vicini Campi Flegrei, anche questo un vulcano che potrebbe riattivarsi (in un tempo che nessuno è in grado di prevedere). Lì, tra i quartieri di Fuorigrotta e Bagnoli oltre che nel comune di Pozzuoli, non esiste un Piano di emergenza neppure sulla carta. Ed è giusto, come fa Dobran, denunciarlo (magari ricorrendo a mezzi di comunicazione più affidabili): perché anche in questo caso le persone a rischio e da evacuare sono centinaia di migliaia.
Tuttavia non sarà un’impresa facile spostare, in caso di emergenza – tra qualche anno, qualche decennio o qualche secolo, chissà – tante persone in così poco tempo. E non sarà facile collocarle altrove, queste persone, per un tempo indeterminato, ma certo lungo (anche di decenni). Sarebbe bene, ancora una volta, iniziare a organizzarci. Perché ci sono pochi dubbi: prima o poi il Vesuvio e i Campi Flegrei si risveglieranno.
Esiste, però, una strada da percorre in parallelo, per cercare di evitare che la fase di emergenza diventi ingestibile. Iniziare a decongestionare le aree ad alta intensità di rischio e nello stesso tempo ad alta intensità abitativa. E l’unica possibilità è convincere la popolazione che abita nelle aree a rischio a spostarsi in zone sicure. Per esempio, verso l’interno della Campania. Ma per convincere un paio di milioni di persone a migrare occorre creare le condizioni adatte, che, in buona sostanza, significa: assicurare loro una casa, un lavoro, le scuole e i servizi e un sistema di trasporto in modo tale che la città, Napoli, sia raggiungibile in pochissimo tempo. Alcuni anni fa un tentativo di ricollocazione c’è stato. A chi accettava di lasciare la propria casa nella zona vesuviana più a rischio veniva dato un contributo, importante ma non decisivo. I risultati sono stati scarsi. Per riuscire un’operazione del genere ha bisogno di ben altro: bisogna rendere desiderabile andar via. Ovvero offrire condizioni migliori di quelle che le persone a rischio hanno in questo momento.
Certo, questa ricollocazione consensuale delle persone a rischio non può avvenire in un giorno, ma in qualche decennio. In ogni caso avrebbe bisogno di un piano, adeguatamente finanziato. La realizzazione di un simile programma avrebbe due vantaggi: diminuire il rischio e offrire nuove possibilità di sviluppo, sostenibile, a una delle regioni d’Italia che ne ha più bisogno.