Si trova lavoro dopo il dottorato? Con proiezioni secondo cui la stragrande maggioranza dei giovani ricercatori finirà con l’uscire dal mondo accademico, far sì che i dottorandi di oggi riescano a inserirsi nel mercato del lavoro italiano di domani – magari trovando un posto adatto alle loro aspirazioni e alle loro competenze – è una questione fondamentale. Eva Ratti, dottore di ricerca in astrofisica rientrata in Italia dall’Olanda, ne ha fatto un obiettivo: «Io per prima non riuscivo a immaginare dove avrei potuto spendermi, pur essendo convinta di saper fare cose utili», dice parlando del suo ritorno. Così ha fondando ‘Find Your Doctor’ (FYD), una startup che vuole essere «un’agenzia del lavoro che si occupa di ricercatori».
Find Your Doctor è un sito che raccoglie i curriculum dei dottori di ricerca, un’agenzia del lavoro e un fornitore di servizi di consulenza per aziende, perché proprio grazie ai giovani ricercatori iscritti all’agenzia, FYD riesce a selezionare piccole squadre di dottori altamente specializzati per affrontare quelle problematiche che le sono sottoposte. A quattro anni dalla sua fondazione, l’agenzia non è uscita dalla sua fase di lancio ed è tuttora sostenuta dal consorzio d’imprese no-profit C2T ma, grazie a una dote di 3.500 profili registrati sul portale e ad una buona dose d’intraprendenza, i primi grossi clienti cominciano a mostrare un vero interesse, assicura Eva. «Abbiamo ormai all’attivo decine di casi di successo che ci confortano rispetto all’efficacia del modello che abbiamo immaginato», racconta la dottoressa Ratti. «C’è ancora tantissimo da fare», aggiunge: «Posso dire però che abbiamo un prototipo di modello originale per creare sinergia tra il mondo della ricerca e mondo dell’impresa che sembra funzionare molto bene».
Aspettando di vedere se FYD riuscirà a vincere la sfida del mercato, la nostra conversazione diventa l’occasione per parlare di cosa c’è dopo il dottorato. Dal punto di vista di un’agenzia che si occupa di lavoro, vero, ma anche della sua fondatrice che – lei per prima – ha ricominciato tutto daccapo dopo un Ph.D. in astrofisica.

MANCA QUALCOSA AL DOTTORATO ITALIANO?
L’ultima indagine ADI su dottorato e post-doc ha aperto la strada a un dibattito sullo stato del Ph.D. italiano e su alcune delle sue criticità ancora da affrontare. Tra le questioni sul tavolo, c’è sicuramente anche quella del saper preparare i dottorandi al mercato del lavoro e alla transizione fuori dall’accademia, riuscendo a integrare l’offerta formativa con lo sviluppo di capacità trasversali adatte a diversi ambiti professionali.
Ma i dottori di ricerca sono messi tanto male? «Secondo noi che manca in realtà è una presa di consapevolezza, da parte dei ricercatori, di quello che apprendono durante il loro percorso che non sia l’argomento di ricerca», spiega Eva Ratti: «Difficilmente vengono sollecitati a ragionare su tutte le cose che stanno imparando, che in realtà spaziano dalla gestione del conflitto alla comunicazione, alla gestione di team, al problem-solving, al management: tutti questi aspetti vengono appresi in maniera totalmente inconsapevole». Motivo per cui, racconta Eva, «più che poco impiegabile, diciamo [che il dottore di ricerca] è poco bravo a farsi dare una possibilità»: in altre parole, non sempre sa comunicare al potenziale datore di lavoro tutto ciò che è in grado di fare.

EPPURE QUALCHE PROBLEMA ESISTE
Ma chi si è appena addottorato ha già tutti gli strumenti per entrare in azienda? Non è proprio così: «Ci sono degli aspetti di carenza, sicuramente, per cui quando una persona esce dal dottorato – a meno che non sia in economia o in ingegneria – difficilmente è consapevole di tutta una serie di dinamiche aziendali» spiega Eva Ratti: «Paradossalmente, non conosce il linguaggio del mondo di destinazione. Secondo noi non è un gap drammatico, nel senso che sono cose che si imparano molto velocemente».
Chiedo a Eva se le scuole di dottorato dovrebbero trasformare i loro programmi per riuscire ad andare incontro ai bisogni delle aziende. La sua risposta, perentoria e sorprendente allo stesso tempo, va nella direzione opposta rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare: «Trasformare il dottorato in un percorso che ragiona come ragiona l’impresa gli leverebbe il suo valore aggiunto», dice. Sì al miglioramento dell’offerta formativa, quindi, ma senza snaturare l’essenza di un’esperienza che deve comunque rimanere dedicata alla ricerca scientifica.

QUANTO È DIFFICILE PORTARE I DOTTORI IN AZIENDA
Il dottorato è già, secondo Eva Ratti, un percorso altamente professionalizzante. Ma oltre a dimostrarlo ai suoi clienti, un’agenzia come Find Your Doctor deve riuscire a inserirsi come intermediario (e ‘traduttore di competenze’) tra mondo universitario e impresa.
Perché se le aziende grandi e strutturate, spiega Eva, possono riuscire a interfacciarsi direttamente con l’università e a trovare i dottori di ricerca attraverso i loro uffici di risorse umane, le imprese medio-piccole non sempre sono consapevoli di cosa sia un dottorando, o di come potrebbero usare la sua professionalità. «Capire l’esperienza di un ricercatore e capire che può servire alla tua azienda non è per niente banale. E qui è dove la nostra intermediazione viene a fare un’estrema differenza», dice.
Per di più «l’approccio delle piccole imprese al mondo della ricerca, se c’è, di solito è locale» racconta Eva. «Ma non è detto che il politecnico più vicino abbia il tipo di competenza giusta che serve, né l’interesse a portare avanti un progetto che magari è troppo piccolo», dice. «Quello che abbiamo visto è che ci sono aziende che, anche se non conoscono questa figura, nel momento in cui vengono stimolate nel modo giusto si intrigano. Provano, e molto spesso – dopo che hanno provato – vogliono proseguire».

LASCIARE L’ACCADEMIA È UNA SCONFITTA?
«Diciamo che chiedersi se lasciare l’accademia ed entrare in un contesto diverso sia o meno uno spreco del dottorato, quindi un insuccesso, apre a una domanda più generale, cioè qual è il senso di fare un dottorato oggi», mi risponde Eva Ratti quando le chiedo se lasciare l’università possa essere una sconfitta per il ricercatore: «L’idea che il dottorato sia il primo step della carriera accademica è evidentemente superata».
Secondo la sua esperienza a contatto con i dottori di ricerca che si lanciano nel mondo del lavoro, ormai sono in molti a sapere fin dall’inizio che il loro futuro non sarà all’università. Una prospettiva che, secondo Eva, non è per forza un male: «Secondo noi è necessario cambiare il paradigma di come viene visto quel percorso, che non serve più ad andare su una certa strada, ma serve a formare una mentalità di cui in realtà c’è bisogno ovunque», spiega. «Se vuoi, il dottorato diventa il veicolo principe della famosa terza missione dell’università. Prendere delle persone che hanno cultura scientifica e portarle nel mondo, nelle aziende, nella società civile, a trasferire quella cultura e utilizzarla per innovare, cambiare, creare, farsi venire nuove idee, trovare altre soluzioni: è questo il succo di quello che l’università dovrebbe fare per il mondo. Non solo spingere avanti il confine del sapere, ma anche alimentare novità e cambiamento da tutte le parti», dice Eva.
Per lei, la risposta è chiara: lasciare il mondo accademico per quello delle aziende non è assolutamente da considerare un fallimento. «Ciò non toglie – aggiunge – che sia molto difficile per tanti non vederlo così. Perché magari ce l’hai il sogno, ti viene anche un po’ passata questa idea che sì, è difficile, ma i migliori ce la possono fare. In realtà, quando poi ragioni sulle statistiche, ti rendi conto che essere bravo può non essere abbastanza».

L’ESPERIENZA INTERNAZIONALE HA VALORE PER LE AZIENDE?
Chiedo a Eva quanti siano i giovani ricercatori che come lei, dall’estero, stanno cercando lavoro in Italia attraverso il portale. «Tanti», dice, pur non sapendo il numero esatto perché per iscriversi a Find Your Doctor non è obbligatorio indicare la residenza. «Di quelli che ce l’hanno detta, uno su cinque è all’estero», racconta.
Su questo tema, comunque, la questione più rilevante è forse come le aziende valutino l’esperienza internazionale quando si tratta di assumere un dottore di ricerca. «Non è imprescindibile», spiega Eva, sottolineando che l’importanza di un curriculum internazionale dipende soprattutto dal tipo di posizione che ci si candida a ricoprire. «Però sicuramente essere a proprio agio nell’interagire con l’estero è un valore aggiunto non da poco», continua: «Anche perché uno dei grossi problemi contemporanei delle imprese, soprattutto delle piccole, è che si stanno internazionalizzando ma l’inglese è parlato a morsi, non c’è abitudine ad avere a che fare con le altre nazioni e quindi c’è difficoltà nel gestire un mercato che si amplia».
Un ricercatore che ha lavorato all’estero è qualcuno in grado di leggere della documentazione in inglese, di interagire con gli stranieri e di sapersi muovere in un contesto diverso da quello nazionale: motivi per cui è in grado di offrire «molta sicurezza all’azienda in cui va», sintetizza Eva. Un valore aggiunto che, quindi, non è soltanto garanzia di ottime capacità e d’intraprendenza, ma che può essere valutato anche nel suo potenziale più concreto.