Quando nel 2017, in appena 22 giorni di navigazione lungo la rotta artica, la gigantesca nave russa Christophe de Margerie ha coperto la distanza tra Hammerfest, nell’estremo nord della Norvegia, e Boryeong, nella Corea del Sud, non si sono solamente aperti nuovi scenari per il trasporto del gas naturale. Il suo viaggio è la dimostrazione concreta, con l’enorme ricaduta mediatica di queste occasioni, che i ghiacci artici si sono sciolti e in particolare è diminuita la copertura dei ghiacci pluriennali. È uno degli scenari narrativamente più forti della comunicazione del surriscaldamento globale, che passa definitivamente dallo stato di previsione a una concreta realtà.
Nonostante la centralità dell’area artica negli equilibri globali, in realtà le conoscenze che abbiamo sugli ecosistemi di quelle regioni potrebbero essere piuttosto lacunose. Lo ipotizza un gruppo di ricercatori internazionali guidato da Daniel Metcalfe (Università di Lund, Svezia) che ha recentemente pubblicato su Nature Ecology and Evolution un articolo che mostra come il 31% di tutti i campionamenti sul campo provengano da ricerche condotte al massimo a 50 chilometri di distanza da due sole stazioni scientifiche: Toolik Field Station in Alaska e l’Abisko Scientific Research Station in Svezia. Il corpus di 1.840 paper prelevati dal Web of Science (aggiornato al 18 agosto scorso) è stato attentamente letto nel corso della lunga ricerca di Metcalfe e soci, andando a individuare dove sono stati raccolti i 6.246 campioni analizzati che sono legati a oltre 58.000 citazioni. Come a dire che nonostante la ricerca possa aver lasciato per strada qualcosa, ha comunque costruito il proprio database su di una fetta consistente di ricerca scientifica sul cambiamento climatico e gli ecosistemi in ambiente artico.
In un’intervista al blog Eye on the Arctic di Radio Canada International, Metcalfe racconta che l’idea per lo studio gli è venuta perché durante i suoi periodi di permanenza nella stazione svedese incontrava sempre i pesi massimi del suo settore di ricerca e il fatto gli sembrava strano. Ora ha potuto dare una consistenza numerica a quella sensazione, che è in linea con, per esempio, le località dove sono state condotte le campagne artiche sostenute dalla National Science Foundation americana tra il 2010 e il 2017 mappate da ARMAP: grande concentrazione in Alaska, come in Scandinavia, e intere aree del Canada e della Russia poco battute.

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[Immagine: Armap.org]

«Il nostro studio», ha dichiarato Metcalfe nel comunicato stampa della propria università che accompagna la pubblicazione, «mostra che abbiamo una conoscenza a macchia di leopardo delle capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica nella regione artica». In particolare, la ricerca mette in evidenza come le campagne si siano concentrate in modo sproporzionato su territori che stanno scaldandosi più lentamente, facendo temere che in tutto l’arco artico le previsioni degli impatti futuri sulle temperature potrebbero essere sottostimati. «Potremmo aver commesso alcuni errori nel prevedere quanto carbonio è in realtà immagazzinato [nel sottosuolo artico che si sta liberando dai ghiacci] e cosa potrebbe succedergli con il cambiamento climatico».
Le ragioni di questa situazione non erano parte dell’analisi appena pubblicata, ma i ricercatori indicano due elementi che hanno avuto un ruolo. Il primo è di natura economica. Una grande fetta delle terre artiche, per esempio, si trova nel grande arcipelago canadese. In queste aree i costi per una missione di campionamento sono estremamente più alti che altrove, rendendo difficile trovare sponsor per le missioni. Un altro fattore è la mancanza di condivisione di informazioni tra diverse comunità scientifiche. Metcalfe è consapevole che dai 1.840 articoli che ha letto sono probabilmente esclusi i dati raccolti e diffusi in russo, fatto che rende l’accesso a quelle informazioni molto difficile. Altri dati ancora, in particolare dati locali canadesi, potrebbero effettivamente essere stati prodotti, ma potrebbero non essere finiti all’interno delle discussioni della comunità degli esperti di artico, perché limitati a una circolazione locale. Manca, in poche parole, una piattaforma unica per la raccolta di queste informazioni. Che non sono comunque sufficienti a metterci al riparo dai bias geografici – per quelli servono più campagne sul campo – ma potrebbero far scendere quel 31% di dati raccolti attorno a due sole località, permettendoci di capire meglio che cosa sta succedendo e, soprattutto, cosa potrebbe succedere.