Nell’aprile del 1968, cinquant’anni fa, organizzata da un manager e imprenditore illuminato, Aurelio Peccei, e da un chimico scozzese, Alexander King, che aveva studiato Royal College of Science di Londra e all’Università di Monaco, si tiene a Villa Farnesina, sede dell’Accademia dei Lincei, la riunione che costituisce l’atto inaugurale del Club di Roma. È un incontro particolare. Sia perché si parla di cambiamenti globali sul pianeta Terra: ecologici (la parola non è ancora di senso comune) e sociali (il tema della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo). Sia perché l’incontro è ristretto a una trentina tra scienziati, economisti e industriali.
«Il meeting – come è scritto sul sito ufficiale del Club di Roma – fu un monumentale flop». Alexander King aveva infatti chiesto a un collega dell’OCSE, Erich Jantsch, di elaborare un documento di base su cui fondare la discussione. Ne scaturì «un saggio brillante, ma troppo astratto, complicato e controverso». Insomma, un gruppo ristretti di convegnisti si rivede dopo cena, rileva che il documento è stato nebbioso, naïve e impaziente, che non ha centrato il tema, che è stato fuorviante. Così decide «di spendere l’anno seguente per educare se stessi e battezzano con il nome di “Club di Roma” le loro discussioni».
Per quanto sia stato un «monumentale flop» quel meeting e naïve la decisione del dopo cena, quell’atto fondativo del Club di Roma, nell’anno della “contestazione” e mentre il mondo – da Praga (opposizione pacifica all’invasione sovietica) alle università della California, da Parigi appunto a Roma – è attraversato dallo spirito del ’68, è un indicatore forte di una nuova sensibilità. Ecologica e sociale, appunto. Che, oggi più che mai, conserva intatta la sua attualità.
Le persone che avevano aderito all’invito di Peccei e King non erano, propriamente, dei “contestatori” inquieti come gli studenti o arrabbiati come gli operai che in quelle medesime settimane stavano mettendo a soqquadro in tutto l’Occidente (e anche nell’Est, ricordate la primavera di Praga soffocata dai carri armati di Breznev?) antichi modi di pensare.
All’Accademia dei Lincei erano convenuti, per usare una definizione allora alla moda, dei borghesi, ancorché illuminati. E, tuttavia, erano persone che esprimevano lo “spirito del tempo”. E lo spirito del ’68, con profonde radici nell’epoca precedente, era l’anelito a espandere l’universo dei diritti. Erga omnes. Ed erga omnia. Verso tutti e verso tutto. Tutti avevano diritto, pensavano Peccei e gli altri, al lavoro, alla dignità, alla salute e a un ambiente salubre. Quanto al pianeta Terra, aveva il diritto almeno a essere rispettato. A essere tenuto in conto. Non erano certo dei conservatori neobucolici, quelli del Club di Roma. Prendiamo Aurelio Peccei. Laureato in economia, aveva fatto carriera nella FIAT di Torino. Antifascista convinto, nel corso della guerra di liberazione aveva fatto parte come partigiano delle Brigate Giustizia e Libertà. Per questo fu arrestato, condotto in prigione e torturato. Dopo la guerra era ritornato in FIAT e aveva vissuto a lungo in America Latina. Nel 1958 aveva fondato la Italconsult, una società di consulenza per i paesi in vi di sviluppo. Nel 1964 e fino al 1967 – nel periodo in cui a Ivrea era stata messa a punto la “perrottina”, il primo personal computer la mondo – era stato amministratore delegato della Olivetti.
Insomma, una carriera da manager di tutto rispetto con una marcata vocazione per l’innovazione. E ora eccolo, nel 1968, assumere la presidenza del Club di Roma. Senza rinunciare minimamente all’approccio scientifico. Tanto che l’organizzazione di cui è leader decide di finanziare quelle ricerche dei coniugi Meadows presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston che porteranno alla pubblicazione, nel 1972, di un testo che farà molto discutere, I limiti della crescita. Una forte critica all’economia dell’uomo che non tiene in debito conto i capitali della natura, ritenendoli gratuiti e illimitati.
Le previsioni dei coniugi Meadows e, di conseguenza, del Club di Roma sulla depletion (esaurimento delle risorse) non si avvereranno. Non in maniera puntuale, almeno. E tuttavia è indubbio che giungono nel momento giusto. E in qualche modo contribuiscono a formare quel nuovo e radicale pensiero di critica dell’economia classica, delle vecchie e ingessate gerarchie istituzionali e culturali che sono stati il ’68 e i suoi figli. Contribuiscono, inoltre, a dare sostanza a quell’ambientalismo scientifico di cui c’è tanto bisogno ancora oggi. E a legare i temi sociali con i temi ecologici, come farà proprio nel 1972 la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo umano organizzata a Stoccolma dalle Nazioni Unite. No, i “borghesi” del Club di Roma non si limitarono a cogliere lo spirito dei tempi. Diedero un formidabile contributo a formarlo.