La decima edizione dell’International Journalism Festival si è svolta a Perugia dal 6 al 10 aprile 2016. Tra i vari argomenti trattati, ha destato un certo interesse quello del crescente ruolo delle chat apps nel giornalismo contemporaneo. Ne hanno discusso Colin Agur e Valerie Belair-Gagnon dell’Information Society Project della Yale Law School, con Pierluigi Perri, avvocato e docente di Informatica Giuridica Avanzata presso l’Università degli Studi di Milano. In sostanza, i servizi di messaggistica come Whatsapp, Messenger e Telegram stanno accorciando la distanza che separa il giornalista dalle proprie fonti e sono promettenti per quanto riguarda la diffusione delle notizie. Tuttavia, secondo Agur, ci sono ancora alcuni limiti nell’uso di questi nuovi strumenti, a partire dalle conoscenze tecniche necessarie. Perri ha invece affrontato la questione dal punto di vista legale e deontologico. Chi scrive è tenuto ad adottare il giusto comportamento per tutelare l’identità delle proprie fonti, anche perché c’è un terzo soggetto di cui tener conto, ovvero il provider che eroga il servizio utilizzato.

Il Tow Center for Digital Journalism della Columbia Journalism School ha prodotto un’utile guida sulle chat apps alla fine del 2015. Uno degli aspetti più interessanti è legato alla possibilità di diffondere velocemente le notizie in modo capillare, ma anche quello di avere di fatto un proprio canale broadcast, in grado di fornire il live di un evento semplicemente utilizzando uno smartphone o un tablet. Così, dopo gli hangout su Google e i periscope su Twitter, è ora possibile mettere in onda una diretta anche su Facebook. Nel frattempo, le chat apps continuano a evolversi senza sosta e le redazioni sono ancora alla ricerca della strategia migliore per utilizzare in modo efficace queste piattaforme. In generale, l’impressione è che questi strumenti possano indirizzare gli utenti verso i portali più tradizionali, ma le possibilità sono molteplici. Anche perché gli utenti mobile nel mondo sono quasi 3.8 miliardi, come riportato da We Are Social, e molti di essi usano le chat.

Le applicazioni come Snapchat, forse la più popolare tra i cosiddetti Millennials, permettono di coinvolgere e informare il pubblico giovane anche su questioni complesse. Inoltre, le chat apps consentono alle agenzie di stampa di ricevere i contenuti generati dagli utenti, che quindi diventano una fonte importante durante una crisi o in caso di calamità naturale. In effetti, le chat possono facilitare la comunicazione con i testimoni oculari in aree in cui gli altri strumenti non funzionano più. Da questo punto di vista, il numero di telefono collegato all’account Whatsapp consente anche il necessario processo di verifica in merito all’attendibilità delle fonti. In generale, siamo di fronte a uno spazio pressoché inesplorato dove poter coinvolgere il pubblico con format e contenuti anche più leggeri, come nel caso di giochi e quiz. Infine, pensando alla difficile tutela delle fonti in alcuni Paesi, ben vengano servizi come Telegram, che punta molto su crittografia e sicurezza.

L’uso delle chat apps sembra promettente anche per quanto riguarda il giornalismo ambientale o scientifico, specialmente pensando al caso della BBC, che nel 2015 ha lanciato un canale Viber subito dopo il terremoto in Nepal, in modo da offrire informazioni di vitale importanza nella lingua locale e in inglese. La stessa BBC ha testato un servizio Whatsapp su Ebola, per aiutare gli abitanti dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia nel 2014. Coloro che si sono iscritti hanno ricevuto un massimo di tre messaggi al giorno in francese o inglese, ma hanno anche potuto inviare il loro contributo. Gli utenti hanno avuto accesso alle informazioni audio anche tramite Mxit, un social network mobile ampiamente utilizzato in Africa. In questo modo, ogni piattaforma può diventare utile secondo le proprie peculiarità. Probabilmente ci siamo iscritti per poter chiacchierare online, invece le chat apps potrebbero rappresentare un grande esperimento di giornalismo partecipativo.