Secondo il report Digital in 2016, nel mondo ci sono attualmente 2.3 miliardi di account social attivi, molti dei quali vengono utilizzati via mobile tramite smartphone o tablet. Questa diffusione, così ampia, potrebbe essere davvero utile nel caso in cui si verifichi una catastrofe naturale e nella successiva valutazione dei danni. I cittadini, infatti, si rivolgono alle piattaforme come Facebook e Twitter per ottenere informazioni immediate sui disastri, ma in realtà rappresentano essi stessi un’importante risorsa “sul campo”. I social media, se ben utilizzati, migliorano la percezione di ciò che sta accadendo, facilitano la diffusione delle informazioni e aiutano a coordinare i soccorsi. Inoltre, la distribuzione spazio-temporale dei messaggi legati a un evento ne permette il monitoraggio e la valutazione in tempo reale. Come riportato dal paper Rapid assessment of disaster damage using social media activity, pubblicato su Science Advances, Twitter sembra essere particolarmente promettente. La sua apertura intrinseca lo pone a metà strada tra una rete sociale e una puramente informativa. Proprietà e filtri facilitano la geo-localizzazione di un contenuto e permettono di seguire solo gli account effettivamente rilevanti. Inoltre, il limite dei 140 caratteri incoraggia e accelera lo scambio di informazioni tra le persone interessate.

Il paper in questione analizza l’attività degli utenti sulla piattaforma di microblogging prima, durante e dopo l’uragano Sandy, che nel 2012 ha colpito i Caraibi così come la costa est degli Stati Uniti e del Canada. I ricercatori del National ICT Australia hanno esaminato 50 aree metropolitane degli USA e trovato una forte relazione tra la vicinanza al percorso di Sandy e l’attività sui social media. In sostanza le minacce reali e quelle percepite, insieme con gli effetti del disastro, sono direttamente osservabili attraverso l’intensità e la composizione del flusso di tweet. Inoltre, la partecipazione del singolo utente è strettamente correlata al danno economico pro-capite subito. Qualcosa di simile è stato riscontrato anche con le immagini caricate su Flickr, quindi le tracce digitali di un disastro sembrano davvero aiutare a misurare la sua forza o impatto.

I ricercatori hanno verificato la risposta delle singole aree al passaggio ravvicinato dell’uragano e identificato le caratteristiche generali di comportamento assunte dai cittadini. Più in generale, hanno anche studiato la distribuzione dei messaggi geo-localizzati in corrispondenza del New Jersey e di New York. Il loro modello ha tenuto in considerazione key words e hashtag come sandy, storm, hurricane e frankenstorm. Il numero di messaggi è aumentato lentamente con un forte picco quando l’uragano si è avvicinato minaccioso, seguito da una graduale diminuzione del numero di tweet nelle ore successive. In effetti, come si può immaginare, l’attività su Twitter nel corso di una grande catastrofe naturale è legata alla vicinanza dell’evento stesso. Per quanto riguarda Sandy, questa influenza scompare a una distanza di circa 1200-1500 km.

I dati geo-localizzati mostrano che le aree vicine al disastro generano più contenuto originale, caratterizzato da una frazione minore di retweet, trasformando gli utenti in veri e propri microreporter. In aggiunta a ciò, i messaggi provenienti da regioni sinistrate generano più interesse a livello globale, con un numero più elevato di condivisioni. I risultati suggeriscono che chi gestisce una crisi dovrebbe prestare attenzione all’attività sui social, ai tassi di creazione di nuovi contenuti e al rapporto tweet/retweet per identificare in tempo reale le zone più colpite. Siamo solo all’inizio di questa ricerca, ma con il continuo monitoraggio dei social network, così come grazie all’aumento della loro diffusione, saremo presto in grado di costruire modelli attendibili, capaci di descrivere e quantificare in tempo reale un’eventuale catastrofe. Insomma, se ci vogliamo salvare non ci resta che twittare.