Il progetto più ambizioso, forse, è quello della Cina: piantare 26 miliardi di alberi entro i prossimi dieci anni. Il che significa, più o meno, 2 alberi per ogni cinese ogni anno. E infatti l’obiettivo per il 2018 è riforestare 6,7 milioni di ettari di terreno, pari a circa 70.000 chilometri quadrati: più o meno la superficie dell’Irlanda. Costo dell’impresa: circa 100 miliardi di dollari. Ma allora perché, si chiede Michael Holtz, un giornalista corrispondente da Pechino per un’importante rivista americana, sta creando un grande “deserto verde”? La domanda sottintende che l’opera, in sé desiderabile, della Cina rischia di rivelarsi un fallimento. Un problema del tutto generale, come dimostra un articolo di Rachel Cernansky apparso sull’ultimo numero di agosto della rivista scientifica inglese Nature.
Ma partiamo dall’inizio: le foreste coprono, all’incirca, il 31% delle terre emerse. Qualcosa come 46 milioni di chilometri quadrati. Una risorsa davvero preziosa, perché le foreste producono una parte notevole dell’ossigeno di cui ha bisogno la vita; ospitano e sono esse stesse parte della biodiversità terrestre; danno da mangiare a 1,6 miliardi di persone in molti modi, offrendo cibo, acqua potabile, vestiti, medicinali e riparo.
Ebbene, questa risorsa è a rischio. Perché le foreste arretrano ogni anno di circa 65.000 chilometri quadrati. Nell’ultimo mezzo secolo la più grande e importante foresta tropicali, l’Amazzonia, ha perduto il 17% della sua superficie. Secondo il WWF tutte le foreste tropicali rischiano di sparire nel giro di un solo secolo se gli alberi continueranno ad arretrare con il ritmo attuale. Questo processo si chiama deforestazione ed è causato dall’uomo. Si abbattono le foreste, in genere, o per trasformarle in terreno coltivato o in pascolo o per ottenere legna da vendere. La deforestazione è la causa principale della perdita di biodiversità nel mondo e contribuisce per il 15% alle emissioni antropiche di gas serra e, dunque, al conseguente cambiamento accelerato del clima. La deforestazione è spesso accompagnata, come succede in molte aree della Cina, dalla desertificazione.
Per invertire il processo di deforestazione ed evitare tanti danni si pensa alla riforestazione. Ovvero vengono piantati alberi lì dove sono stati abbattuti. Molto si può fare. Un’analisi scientifica del 2011 ha dimostrato che ci sono 2 miliardi di ettari (ovvero 20.000.000 di chilometri quadrati, un’area che è il doppio dell’Europa o della stessa Cina) pronti per la riforestazione. Si tratta di una superficie per la gran parte deforestata o comunque degradata dall’uomo. Per questo gli ecologi amano chiamare questo processo restoration: letteralmente, restauro. Si tratta di impegni assunti anche a livello politico. Nel 2011, per esempio, The Bonn Challenge, si è dato come obiettivo di riforestare 150 milioni di ettari (1,5 milioni di km2) entro il 2020 e altri 200 milioni di ettari (2 milioni di km2) entro il 2030. L’obiettivo è stato sottoscritto da molti Paesi.
Ma i risultati si stentano a vedere. E non solo in termini quantitativi. Spesso infatti gli alberi piantati non crescono. E, se crescono, creano quel “deserto verde” di cui parla Michael Holtz a proposito della Cina. I motivi sono riassunti da Rachel Cernansky nel già citato articolo su Nature: molti progetti falliscono perché vengono scelti gli alberi sbagliati; vengono usate poche specie di alberi; le foreste ripiantate non vengono gestite bene e per un tempo sufficiente. Non basta piantare un albero, qualsiasi esso sia. Occorre piantare gli alberi giusti. Non basta piantare neppure gli alberi che certamente cresceranno. Se non vogliamo creare “deserti verdi” occorre pensare alla restoration di un intero ecosistema: una foresta con alberi, certo, ma anche con funghi, pianti, insetti e altri animali. Un problema, anche scientifico, non da poco. Su cui non si riflette a sufficienza. «Penso che la nozione complessiva di quali specie di alberi devono essere utilizzati nella restoration tende a non ricevere affatto la dovuta attenzione», sostiene infatti Rachel Cernansky.
E qual è il miglior modo di procedere? Molti ecologisti pensano che il modo migliore sia quello di lasciar fare alla natura. Che la foresta cresca da sola, senza intervento umano. La strategia non funziona sempre, però. Vi sono zone così degradate – ai confini del Sahara o del Gobi, per esempio – che se si lascia fare alla natura, questa non fa altro che fare avanzare il deserto. Morale: le foreste sono sistemi complessi. E così sono anche i loro problemi. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Tanto più che ogni foresta è dotata di una sua propria individualità. Per cui non c’è altra opzione che quella di studiare molto e con molta umiltà. Se nei prossimi anni dovremo piantare migliaia di miliardi di alberi per contrastare i cambiamenti del clima, conservare la biodiversità e dare un’opportunità di lavoro e riparo a centinaia di milioni di persone conviene imparare, come ci invita a fare Rachel Cernansky, «come ricostruire una foresta».

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