Sebbene ci sia chi continua a sostenere contro ogni evidenza e sensatezza che il riscaldamento globale non è reale, i ricercatori continuano a raccogliere dati – reali – e a studiare con il metodo scientifico come le azioni di oggi si rifletteranno sull’aumento della temperatura globale nei prossimi decenni e su come questi cambiamenti così immensamente rapidi si tradurranno in termini di salute, e di mortalità, della popolazione. Gli scienziati ipotizzano diversi scenari possibili, a seconda del tipo di azione che i governi decideranno e riusciranno a mettere in atto. Quello più allarmante, laddove nessuna azione dovesse essere messa in atto, prevede un aumento medio di temperatura dai 2.6 ai 4.8 gradi centigradi alla fine di questo stesso secolo (2081–2100) rispetto al periodo 1986-2005.

Il numero di dicembre di The Lancet Planetary Health contiene un importante studio condotto da un team internazionale che ha confrontato i dati di centinaia di posizioni in varie regioni del mondo (451 sedi in 23 Paesi), caratterizzate da diversi climi, condizioni socioeconomiche e demografiche, livelli di sviluppo di infrastrutture e servizi di sanità pubblica differenti. Lo studio ha raccolto serie temporali giornaliere per temperatura e mortalità media per tutte le cause o solo per cause non esterne in un periodo di 30 anni, dal 1 gennaio 1984 al 31 dicembre 2015, in varie località in tutto il mondo attraverso una rete di ricerca collaborativa multinazionale.
Nelle aree temperate come il nord Europa, l’Asia orientale e l’Australia, il riscaldamento meno intenso e la forte diminuzione degli eccessi legati al freddo produrrebbero un effetto netto nullo o marginalmente negativo sulla mortalità, con una variazione netta nel periodo 2090-99 rispetto al 2010-19 che varia dal -1,2% in Australia allo 0,1% in Asia orientale in uno scenario di massima emissione, anche se le tendenze decrescenti si invertiranno nel corso del secolo. Viceversa, le regioni più calde, come le parti centrali e meridionali dell’America o dell’Europa, e specialmente il Sud Est asiatico, subirebbero una brusca impennata degli impatti sulla salute legati all’aumento delle temperature, con variazioni nette alla fine del secolo che andrebbero dal 3% in America centrale ad addirittura il 12,7% nel Sud Est asiatico. In altre parole, lo scenario peggiore “colpirebbe” in modo sproporzionato le regioni più calde e più povere del mondo.
Un confronto di questi risultati agghiaccianti con le possibili conseguenze di scenari con basse emissioni ha sottolineato ancora una volta l’importanza di puntare su politiche di mitigazione per limitare il riscaldamento globale e ridurre i rischi per la salute associati. Insomma: possiamo fare qualcosa per evitare tutto questo, ma il primo passo è che tutti prendano atto della realtà del problema, anche – soprattutto – se le conseguenze peggiori non ci toccano in prima persona.

Sempre lo stesso numero di The Lancet Planetary Health ha pubblicato anche un altro articolo sull’inquinamento dell’aria, in particolare sulla forte presenza dei particolati (PM10, PM2.5, PM1) in concentrazioni molto maggiori nei Paesi a basso e medio reddito rispetto ai Paesi ricchi del mondo. In altre parole, anche in termini di salute, chi ha meno (risorse, potere d’acquisto, accesso alle cure, resilienza…) finisce per avere meno. Lo studio pubblicato su questo numero, condotto dall’Università di Oxford, è la prima revisione sistematica di tutta la letteratura finora pubblicata sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute cardio-respiratoria. Sono stati esaminati 85 studi che hanno coinvolto anche 12 Paesi a basso reddito e quello che i ricercatori hanno osservato è che, anzitutto, nei Paesi più poveri brevi esposizioni ai particolati sono correlate con un rischio più elevato di mortalità fra la popolazione rispetto alla morbilità, cioè l’incidenza di malattie croniche. In questi Paesi, un aumento giornaliero di 10 μg /m³ di PM2.5 è stato associato a un aumento della mortalità per ragioni cardiovascolari dello 0,47% e allo 0,57% in più di mortalità respiratoria. Un aumento di 10 μg/m³ giornaliero di PM10 è stato associato invece a un aumento dello 0,27% della mortalità cardiovascolare e allo 0,56% della mortalità respiratoria.

Infine, per quanto riguarda la Cina, uno dei Paesi dove l’inquinamento atmosferico è più pesante, interessante è un altro articolo, pubblicato questa volta nel numero di gennaio sempre di The Lancet Planetary Health, che analizza la correlazione fra alti livelli di monossido di carbonio e mortalità per malattia cardiovascolare in 272 città del Paese. La concentrazione media annua media di monossido di carbonio in queste città dal 2013 al 2015 è stata di 1,20 mg/m3. Il dato principale è che i ricercatori affermano di non aver individuato una soglia al di sotto della quale l’esposizione al monossido di carbonio non ha avuto effetti sulla mortalità per malattie cardiovascolari. Nel dettaglio, per un aumento giornaliero di 1 mg / m3 delle concentrazioni medie di monossido di carbonio i ricercatori hanno osservato incrementi significativi nella mortalità per malattie cardiovascolari (1,12%), per malattia coronarica (1,75%) e per ictus (0,08%). Associazioni che non variano in maniera sostanziale fra le diverse città o in relazione alle caratteristiche demografiche, cioè età, sesso e livello di istruzione.