Per proteggere la salute dell’umanità, urge costruire un’Arca di Noè del nostro microbiota. Un deposito mondiale che accolga quei miliardi di microrganismi benefici, evolutisi con noi, che vivono all’interno del nostro organismo. È questo l’appello lanciato a gran voce sulle pagine di Science da un gruppo di ricercatori della New Rutgers University.
L’idea non è certo nuova e si ispira alla famosa banca dei semi, costruita nelle isole Svalbard per “resistere alla prova del tempo e alle sfide dei disastri naturali o provocati dall’uomo”: lo Svalbard Global Seed Vault. Negli ultimi decenni, non stiamo perdendo solo colture, piante selvatiche e animali, ma anche una buona fetta di quei milioni di minuscoli “ospiti” che proliferano nel nostro intestino, sulla nostra pelle, e in tantissimi altri organi del corpo umano. Sono batteri, funghi e virus che ci aiutano a digerire, a rinforzare le nostre difese immunitarie, a sintetizzare alcune sostanze come la vitamina K, essenziale nella coagulazione del sangue, e sono indispensabili per il nostro benessere.
Dalla metà del ‘900, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il microbiota umano si è via via impoverito, soprattutto nei Paesi industrializzati. Con l’abuso di antibiotici, nuove diete strampalate e altri vizi (e vezzi) alimentari, la biodiversità dei microbi che portiamo con noi è drasticamente calata. Parallelamente l’incidenza di malattie metaboliche – come obesità, diabete, asma e allergie – è aumentata prima nel mondo industrializzato e più recentemente nei Paesi in via di sviluppo. Tra l’altro, queste malattie hanno un costo altissimo: ogni anno in tutto il mondo si spendono più di 3.300 miliardi di dollari per curale (2 trilioni  di dollari per l’obesità e 1,3 per il diabete). E secondo i ricercatori, alla base di questi disturbi sempre più frequenti nella società di oggi ci sarebbe proprio la perdita dei nostri microscopici ospiti.
Dunque costruire un archivio vivente per preservare quante più specie possibile di batteri, funghi e virus con cui conviviamo, potrebbe essere un’assicurazione sulla salute, un elisir di lunga vita. Una scelta, che gli autori dell’appello hanno definito «importante, per il futuro dell’umanità, quanto il contrasto ai cambiamenti climatici». Sì, perché secondo i ricercatori guidati da Maria Gloria Dominguez-Bello, con una banca del microbiota a disposizione, in futuro, alcune malattie si potrebbero prevenire “semplicemente” reintroducendo i microrganismi andati perduti.
Ovviamente, però, la realizzazione di questa nuova “arca” è una strada difficile da percorrere, richiede uno sforzo internazionale e finanziamenti massicci. Affinché sia realmente utile, infatti, la biobanca globale dovrebbe ospitare tutti i microbi che vivono da sempre in simbiosi con l’uomo. Serve quindi raggiungere le popolazioni del mondo che hanno un microbiota ancora ricco e diversificato, non compromesso dalle cattive abitudini delle società moderne.
La raccolta dovrebbe avvenire, per esempio, tra le comunità dell’America latina e dell’Africa. Quasi inutile, invece, raccoglierlo tra gli abitanti delle città che ne hanno perso una parte considerevole: la flora batterica intestinale degli Americani, per esempio, possiede la metà della diversità di quella delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori che vivono nei villaggi dell’Amazzonia.
«Stiamo affrontando una crescente crisi sanitaria globale – ha concluso Maria Gloria Dominguez-Bello, principale fautrice dell’appello – che richiede il nostro intervento per raccogliere e preservare la varietà del microbiota umano ancora esistente. Questi microrganismi si sono co-evoluti con gli esseri umani nel corso di centinaia di migliaia di anni, ma in una manciata di generazioni abbiamo assistito a una perdita sbalorditiva della diversità microbica, associata a un picco di disturbi immunitari e di altro tipo. Abbiamo il dovere di consegnare alle generazioni future i microbi che hanno colonizzato i nostri antenati per almeno 200.000 anni di evoluzione umana. E dobbiamo iniziare ora, prima che sia troppo tardi».