Era il 1962 e un libro cambiò per sempre l’opinione che abbiamo dei pesticidi. Da miracolo della chimica che consentivano il proliferare dell’agricoltura, insetticidi, erbicidi e fungicidi – non a torto – divennero qualcosa da temere. Il libro era Silent Spring di Rachel Carson ed ebbe di certo il merito di far scoprire a tutti quali fossero i danni provocati dal DDT, utilizzato per combattere la malaria. Disperso nelle acque questo insetticida (e il suo metabolita DDE) entrava nella catena alimentare e andava incontro a biomagnificazione. Si accumulava, cioè, in dosi sempre maggiori man mano che risaliva la catena alimentare e aveva come effetto più visibile quello di assottigliare il guscio dell’uovo degli uccelli, rendendolo fragilissimo.
Tanto da far temere una primavera silenziosa, non più allietata dal canto degli uccelli. Dieci anni dopo, nel 1972 (in Italia nel ’78) il DDT venne vietato.E si comprese così che l’esposizione ai fitofarmaci poteva avere pesanti effetti sull’ambiente e in alcuni casi anche sulla salute umana, provocando patologie anche gravi, dal cancro al Parkinson. Dopo il DDT, così,toccò ad altri insetticidi: il dieldrin, il toxaphene, l’heptachlor e altri ancora fino a oggi.
I fitofarmaci sono così diventati sorvegliati speciali. Sostanze la cui presenza nell’ambiente, e in particolare nelle acque, va monitorata e regolamentata. A svolgere questo lavoro, in Italia, ci pensa l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) e ora l’ultimo Rapporto nazionale “Pesticidi nelle acque 2018 (che però si riferisce al biennio 2015-2016) segnala un aumento della loro presenza. Così il nuovo report, giunto all’alba della messa al bando dei neonicotinoidi nocivi per le api, ha acceso nuovamente i riflettori su erbicidi, insetticidi e fungicidi. Ma soprattutto sul temuto glifosato, già oggetto di polemiche e il cui permesso di utilizzo, nell’Unione Europea, è stato rinnovato per altri 5 anni lo scorso novembre.
Il quadro presentato, certo, non è dei migliori. Ed è anche intricato, ma proprio per questo l’attenzione deve rimanere alta e non bisogna far confusione. Né pensare che questo incremento di sostanze sia dovuto tutto all’uso spropositato di pesticidi. Cominciamo quindi con una domanda: cosa è cambiato in questi anni? Innanzitutto il numero di sostanze cercate e il numero dei siti in cui è stato effettuato il monitoraggio.

UNA “FOTOGRAFIA CHE È IN REALTÀ UN CAMPANELLO D’ALLARME
Nel 2012, per esempio, si cercavano 335 composti in 3.500 punti di campionamento. Con il risultato che ne vennero trovati 175, e che il 56,9% dei punti monitorati delle acque superficiali e il 31% delle acque sotterranee risultava contaminato. Nel 2016, invece, i composti da cercare sono stati 400 in 4.600 punti: oltre 1.000 siti monitorati in più e un maggior dettaglio nell’analisi delle acque. È naturale, quindi, aspettarsi che il bilancio nel numero di sostanze ritrovate tenda a crescere. E infatti sono state trovate 259 sostanze sulle 400 cercate. E secondo i risultati, più della metà delle acque superficiali monitorate (il 67%) e più di un terzo di quelle sotterranee (33,5%) contiene fitofarmaci. In generale, in ogni campione esaminato si trova un “cocktail” di fitofarmaci e loro derivati, composto da una media di 5 a un massimo di 55 sostanze. E sono gli erbicidi e i loro metaboliti a farla da padrone (atrazine, metolaclor, glifosato): presenti nel 52,5% delle acque superficiali e nel 43,4% di quelle sotterranee. Come in passato, gli erbicidi sono sempre primi in classifica, perché vengono impiegati in grandi quantità direttamente sul suolo e spesso all’arrivo della primavera. Quando le precipitazioni più intense li trasportano rapidamente nei corsi idrici.
Al secondo posto, invece, nelle acque superficiali troviamo gli insetticidi, presenti nel 25,3% dei casi. E così l’imidacloprid (uno dei neonicotinoidi recentemente vietati) è tra i più riscontrati sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee. Mentre nelle acque sotterranee al secondo posto dopo gli erbicidi troviamo una seri di fungicidi, nel 32% dei casi.
Ma in alcune Regioni, la presenza dei pesticidi è molto più diffusa rispetto al dato nazionale. Per esempio in Friuli Venezia Giulia i fitofarmaci sono presenti in oltre il 90% delle acque superficiali monitorate e nell’81% di quelle sotterranee. Anche nel 90% delle acque superficiali di Piemonte, Veneto e Provincia di Bolzano ci sono pesticidi, seguono poi Emilia Romagna e Toscana con l’80%.  Mentre per i dati delle acque sotterranee, dopo il Friuli Venezia Giulia, è il Piemonte il secondo in classifica con il 66% dei siti risultati positivi al controllo, seguito dalla Sicilia con il 60%. A guardare le cartine redatte dall’Ispra, si nota una grossa sproporzione. La Pianura Padana è tra le più inquinate, aggredita continuamente dai pesticidi utilizzati dall’agricoltura, mentre il Sud è poco nominato. Non spicca nella classifica. Bene, verrebbe da dire. Ma davvero l’“innominato” Sud in questo report è “pulito”? Senza macchia e senza pesticidi?


rete monitoraggio

No, questa “fotografia” è in realtà un muto campanello d’allarme. E questo perché nel bilancio complessivo, per esempio, manca all’appello l’intera regione Calabria. È assente anche una buona parte della Sardegna, della Puglia e della Basilicata. Così come il Molise. Insomma, nelle regioni del Nord si concentra più del 50% dei punti di monitoraggio della rete nazionale. È per questo che qui si riscontra la maggior presenza di pesticidi. Non solo per l’intensità dell’attività agricola, ma anche per un bias tecnico che lascia il Sud ancora una volta “terra di nessuno”. Quando, invece, proprio al Sud la situazione potrebbe inasprirsi. La colpa di questo bias non è dell’Ispra, ma delle Regioni stesse. Sono quest’ultime, infatti, a dover realizzare il monitoraggio come previsto dal d.lgs. 152/2006 e trasmettere i risultati all’Ispra, che ha il compito di elaborarli e valutarli. Per questo lo stesso Ente segnala l’indispensabilità di incrementare il monitoraggio e incentiva le regioni che hanno mancato l’appuntamento, come la Calabria, a presentarsi al prossimo. Intanto tutti questi numeri cosa ci dicono? Le acque dolci italiane non sono più sicure? I dati su citati, certo, lasciano interdetti. Ma la ragione di questo incremento, come spiega stesso l’Ispra, va cercata in primis nell’aumento dello sforzo di monitoraggio e della sua efficacia. E solo in seconda battuta nella persistenza delle sostanze e nella risposta dell’ambiente.
Non è quindi meramente sul dato presenza/assenza che dobbiamo focalizzarci per ragionare su questioni che riguardano la nostra salute e la salute ambientale. Ma dobbiamo tenere a mente quello che scriveva Paracelso: “dosis sola facit, ut venenum non fit”. In altre parole, è la dose che fa il veleno. Dobbiamo quindi considerare la concentrazione di queste sostanze nelle acque. E capire quali e quanti sono i siti in cui “la dose” di pesticidi supera i livelli stabiliti dagli standard di qualità ambientale (Sqa) per le acque. Ovvero dove la concentrazione nelle acque di un particolare inquinante supera il limite fissato che garantisce la tutela della salute umana e dell’ambiente. Ed è qui che troviamo il dato più interessante e che, comunque, lascia l’amaro in bocca. Oggi il 23,9% dei siti monitorati per le acque superficiali e l’8,3% di quelle sotterranee supera gli standard ambientali. Rispettivamente quasi il 7% e il 2% in più rispetto al 2012.
E anche in questo caso le regioni meno conformi agli standard sono tutte al Nord. Le meno sicure sono le acque superficiali della Lombardia, seguite da quelle del Veneto, rispettivamente con il 49,4% e il 29,4% dei siti monitorati che superano gli Sqa. Mentre, per le acque sotterranee, le regioni con la maggiore percentuale di siti che infrangono gli standard di qualità sono il Friuli Venezia Giulia (34%), la Sicilia (18,4%), il Piemonte (14,8%) e la Lombardia (10,5%).

siti sopra i limiti

La concentrazione di pesticidi nelle acque, dunque, è aumentata. Ma quali sono i pesticidi che si trovano più spesso in concentrazioni troppo elevate? Purtroppo le sostanze che più spesso superano i limiti sono proprio quelle finite sul banco degli imputati da un annetto: il glifosato e il suo metabolita AMPA, da poco inserito nel programma di monitoraggio dell’Ispra. Sono loro che presentanoil maggior numero di sforamenti degli standard ambientali nelle acque superficiali. Nel 2016, le concentrazioni di AMPA e glifosato nelle acque superficiali sono risultate superiori agli standard rispettivamente nel 47,8% e nel 24,5% dei siti monitorati. Ed è questo il dato che più di tutti ha destato preoccupazione. Del resto l’efficacia del glifosato (spesso conosciuto come Roundup della Monsanto) è ineccepibile e per questo è uno dei più utilizzati. Ma la sua sicurezza è ancora oggetto di discussioni.
Purtroppo però il glifosato non è l’unico pesticida a superare i limiti di sicurezza in una buona fetta dei siti monitorati. Nelle acque sotterranee, per esempio, tra gli elementi incriminati troviamo al primo posto l’erbicida atrazina: presente con concentrazioni superiori agli standard nel 30,2% dei siti monitorati, seguito anche qui da glifosato e AMPA, superiori ai limiti nel 5,8% e nel 4,8% dei casi. E ancora nelle acque sotterranee viene segnalato anche l’imidacloprid, il neonicotinoide flagello delle api, in dosi superiori agli standard ambientali nel 1,6% dei siti.

sostanze sopra i limiti piu_ di frequente

UN INVERSIONE DI TENDENZA MA NON BASTA
Del resto le nostre acque non potevano certo essere immacolate con le quantità di pesticidi riversate ogni anno sui suoli. Secondo il rapporto, anche se da 10 anni a questa parte la quantità di fitofarmaci utilizzati è diminuita, c’è stata un’inversione di tendenza e nel 2015 sono state vendute 136.055 tonnellate di pesticidi. Inoltre dobbiamo ricordarci che questi composti non vengono utilizzati solo in agricoltura. Anzi proprio in questo settore il loro impiego sta diminuendo, con la formazione degli agricoltori e la nascita di un settore – ormai di largo consumo – che punta al biologico. Ma ne vengono usate, per esempio, ancora in grandi quantità sui bordi stradali per non far crescere l’erba. O ancora per la pulizia di impianti e piscine e via dicendo.
Concepiti per combattere organismi ritenuti dannosi, dagli insetti alle alghe, fino alle cosiddette “erbacce”, però, i pesticidi lasciano residui nell’ambiente. E per molti biocidi impiegati in diversi settori ancora non si hanno informazioni adeguate sulle possibili conseguenze del loro utilizzo. Nessuno, tra l’altro – come sottolineato anche da Pietro Parisi, responsabile sezione sostanze pericolose Ispra – conosce quali potrebbero essere gli effetti cumulativi di questi cocktail di fitofarmaci che finiscono nelle acque. Fatto sta che dal 2003 – anno in cui l’Ispra ha iniziato il monitoraggio – il numero di siti interessati dalla presenza di pesticidi è cresciuto del 20% circa per le acque superficiali e del 10% per quelle sotterranee. Ancora oggi, infatti, nelle acque italiane si ritrovano sostanze in disuso da più di 10-20 anni, specialmente nelle acque sotterranee. Questo perché in profondità l’acqua si muove al ritmo di un metro l’anno e nel sottosuolo, al buio e senza gli organismi decompositori, i meccanismi di degradazione non sono efficaci. E i fitofarmaci si accumulano. Un esempio è l’atrazina e i suoi metaboliti, uno degli erbicidi riscontrati più di frequente e che nel 30% dei siti monitorati supera gli standard di sicurezza, ancora oggi a 25 anni dalla revoca. Oppure i neonicotenoidi appena vietati, come l’imidacloprid, anche lui presente in quantità superiori alla soglia di sicurezza in quasi il 2% dei siti. Per tirare le fila, dunque, bisognerebbe prima di tutto avere un quadro completo di tutt’Italia. Colmare quel bias tra Nord e sud nell’efficacia del monitoraggio. Poi agire sui fitofarmaci e i loro metaboliti che sforano i gli standard di qualità nelle acque. E infine, ma non perché questione meno importante, bisognerebbe chiedersi: alla soglia del 2050 saremo 9 miliardi di persone su questo pianeta, i pesticidi sono davvero la soluzione per sfamare tutti?
Secondo l’ONU certamente no. Anzi, non solo non riuscirebbero a garantire cibo a sufficienza per una popolazione mondiale in così rapida crescita, ma addirittura i danni che produrrebbero sarebbero disastrosi, per l’ambiente e per la nostra salute.
E in effetti il dato è ormai incontrovertibile: la letteratura scientifica ha ampiamente documentato la correlazione fra esposizione a diversi pesticidi e l’insorgenza di diverse patologie. Cancro, Alzheimer, morbo di Parkinson, disturbi ormonali, disturbi dello sviluppo e sterilità sono solo alcuni degli effetti dei fitofarmaci sulla salute umana. Soprattutto tra i lavoratori che sono i più esposti. I consumatori, almeno in Europa, possono stare relativamente più tranquilli.
Ma una domanda sorge spontanea: qual è la soluzione? Eliminare i pesticidi? Intraprendere solo coltivazioni biologiche? E come si risolvono malattie e pestilenze delle piante? Forse – e in un futuro non troppo lontano – l’Italia dovrà fare i conti con un’altra (stavolta infondata) paura per la nostra salute: gli OGM.