Nel 2013 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 21 marzo Giornata Internazionale delle Foreste con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza riguardo l’importanza di queste aree boschive per il sostentamento del nostro pianeta. Le foreste hanno come sappiamo un ruolo essenziale a livello ambientale, biologico ed economico. Oltre a fornire cibo a centinaia di milioni di persone, esse regolano il clima locale e globale, contribuiscono alla tutela della biodiversità, alla conservazione delle acque e del suolo, al miglioramento della qualità dell’aria.
Nella medicina i benefici apportati dalle foreste sono già evidenti. Alcuni studi condotti nella foresta pluviale Peruviana hanno dimostrato che le sostanze estratte da particolari piante sono in grado di inibire la crescita del Mycobacterium tubercolosis il batterio che provoca la tubercolosi. Dalle foreste tropicali del Madagascar proviene invece la Rosa Pervinca, da cui sono state estratte sostanze che vengono utilizzate per trattare la sindrome di Hodgkin e la leucemia infantile. Solo per citarne alcune.
Eppure, la riduzione lorda del suolo destinato a foreste a livello globale, causata dalla deforestazione e da catastrofi naturali, è evidente. Si calcola che dal 1990 al 2010 il disboscamento abbia raggiunto picchi di 15,5 milioni di ettari l’anno. Malgrado si tratti di un grave fenomeno di portata globale, sono comunque notevoli le differenze nel tasso di perdita di superfici forestali a livello regionale. Le foreste tropicali, ad esempio, hanno sofferto negli ultimi anni una drastica diminuzione di superficie boschiva. Un calo che è stato lievemente attenuato attraverso il rimboschimento e l’espansione naturale delle foreste.
Il tasso e l’entità della deforestazione e della frammentazione dell’habitat nei Paesi tropicali ha portato alla necessità di mettere in atto diverse azioni per conservare o, almeno in parte, minimizzare la scomparsa della biodiversità e degli ecosistemi presenti nelle foreste. Le foreste tropicali native sono infatti tra le più ricche del pianeta e, nonostante coprano appena il 7% di superficie terrestre estesa nella cintura che segue la linea dell’equatore, ospitano circa la metà delle specie animali e vegetali a livello globale.Fino ad oggi ben trenta Paesi si sono posti l’obiettivo di ripristinare, entro il 2020, 91 milioni di ettari di aree deforestate, una superficie della grandezza del Venezuela per intenderci. Durante il vertice delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico del 2014 è stato stabilito un obiettivo globale di recupero boschivo di 350 milioni di ettari entro il 2030. Traguardi così ambiziosi sono motivati da finalità altrettanto stringenti come la salvaguardia della biodiversità, l’isolamento del carbonio e il miglioramento dell’approvvigionamento di acqua.
Una delle problematiche che sta alla base di questi progetti è senza dubbio l’enorme divario che separa i gruppi che istituiscono obiettivi di recupero da coloro che realmente applicano i progetti nelle aree boschive. Si sta evidenziando quindi sempre più la necessità di azioni sinergiche tra gli stakeholder e coloro che vivono realmente il territorio. Le azioni per il ripristino di milioni di ettari di foreste sono infatti gestite da gruppi internazionali e governi nazionali, ma il presupposto necessario per realizzare in maniera fruttuosa questi obiettivi risiede nella capacità di coinvolgere i singoli proprietari terrieri e le comunità locali. In un recente articolo scientifico firmato Murcia et al., è stato addirittura rivelato che solo due progetti di rimboschimento su novanta intrapresi dagli enti governativi in Colombia vedono coinvolte le comunità locali. I governi che adottano questo approccio top-down avranno difficilmente il supporto delle comunità necessario per portare avanti progetti di ripristino delle foreste funzionali e a lungo termine. Un altro grande problema che rallenta il recupero boschivo è la settorialità con la quale vengono studiate le aree per il recupero boschivo. Di fatto al momento, la grande maggioranza degli studi scientifici sul ripristino delle foreste sono condotti su dei lotti di poche centinaia di metri quadri, non rendendo questi metodi adattabili su larga scala.
È quindi necessario far convergere interessi nazionali e locali e sviluppare una strategia bottom-up che possa coinvolgere dal basso i proprietari terrieri locali, come anche le organizzazioni no profit, i leader dei governi locali e gli scienziati, per costituire delle azioni che possano essere ideate rispettando le caratteristiche ecologiche proprie di ogni area presa in esame. Storicamente, il ripristino delle foreste ha sempre puntato sul recupero dell’ecosistema danneggiato piuttosto che su un bilanciamento dell’integrità dell’ecosistema con il benessere degli esseri viventi.
Il patto Atlantico di ripristino delle foreste in Brasile (Atlantic Forest Restoration Pact) risulta invece essere un esempio di successo di una strategia inclusiva e multilaterale per il ripristino delle foreste. Negli ultimi 200 anni gran parte della foresta Atlantica in Brasile è andata scomparendo e, ad oggi, solo il 14% della superficie boschiva risulta intatta. Per più di venti anni, i singoli stakeholder hanno lavorato individualmente per il recupero boschivo di tale area, ma questi tentativi disgregati hanno portato a ben pochi risultati. Così, nel 2009, le singole organizzazioni non governative, le imprese private, i governi e le istituzioni di ricerca, unendo le forze hanno dato vita ad uno dei più ambiziosi programmi di ripristino ecologico in tutto il mondo con l’obiettivo di rimboschire quindici milioni di ettari di foresta. L’iniziativa oggi comprende più di 270 organizzazioni che stanno lavorando sinergicamente per stabilire le aree di priorità per raggiungere diversi obiettivi di rimboschimento, valutare innovativi approcci di ripristino e sviluppare meccanismi di finanziamento per rendere il recupero delle foreste finanziariamente sostenibile.
Il metodo economicamente più sostenibile per il ripristino delle aree considerate meno produttive a livello agricolo, risulta essere quello di cessare lo sfruttamento intensivo del suolo per permettere alle foreste di rigenerarsi naturalmente. Questo approccio è alla base di molti dei progetti intrapresi dai Paesi aderenti al patto. Ma il presupposto imprescindibile per il ripristino dell’ecosistema forestale verte nella precisa conoscenza dell’eterogeneità dei diversi habitat, in modo da garantire degli interventi mirati a seconda delle caratteristiche del territorio. Sono stati infatti sviluppati dei modelli utili a comprendere in quale area le foreste si possano rigenerare più in fretta, come ad esempio in quei territori in cui vi è uno sfruttamento agricolo del terreno minore.
Nelle aree con un ripristino delle foreste più lento, gli scienziati stanno testando dei metodi innovativi di rimboschimento che consistono nel  piantare a macchia di leopardo dal 20 al 25% di alberi nativi, utili a favorire una dispersione dei semi, anche grazie alla disseminazione garantita dagli animali. Questo tipo di strategia di ripristino richiede molte meno risorse rispetto il rimboschimento che si basa sulla piantumazione ed è risultata essere in egual modo efficace come dimostrato dal recupero boschivo della foresta in Costa Rica. I membri del patto hanno anche collaborato nel testare modelli per migliorare il rinfoltimento delle aree forestali in zone con un alto tasso di produttività agricola. In queste zone, incentivi economici o legali sono di vitale importanza per incoraggiare il coinvolgimento dei proprietari terrieri locali. I membri hanno quindi fatto pressione per canalizzare le sovvenzioni all’agricoltura su programmi che incoraggino gli agricoltori ad utilizzare tecniche di agricoltura più rispettose dell’ambiente e per conservare o ripristinare aree ecologicamente più sensibili. Queste sovvenzioni a tutela dell’ecosistema, quando combinate con entrate derivanti dai prodotti realizzati con il legname della foresta e il disboscamento selettivo, possono rendere il ripristino economicamente sostenibile.
Inoltre, gli scienziati brasiliani e i produttori di pasta di legno stanno collaborando per testare un innovativo modello di ripristino boschivo nel quale alberi di eucalipto, a crescita rapida ed economicamente accessibili, vengono piantati in habitat in cui sono presenti specie native. Seguendo i cicli regolari dell’ecosistema forestale, le piante di eucalipto vengono poi tagliate dopo sei o sette anni per raccogliere pasta di legno in modo da compensare i costi iniziali di semina. I primi risultati hanno evidenziato che l’eucalipto crea le condizioni ambientali favorevoli alla crescita di diversi germogli di alberi nativi nel sottobosco, gli alberi autoctoni infatti crescono in fretta dopo che gli alberi di eucalipto sono stati raccolti. Stessa cosa vale per altre specie non autoctone e poco costose come i pini, che possono facilitare la crescita di alberi autoctoni in alcune aree tropicali. Tutto ciò rende chiaro come questo approccio potrebbe essere utilizzato su larga scala per il recupero boschivo.
Il presupposto imprescindibile del ripristino dell’ecosistema forestale verte quindi nel rispetto dell’eterogeneità dei diversi habitat seguendo sempre le logiche della silvicoltura. La silvicoltura può essere definita come “l’attività tecnica svolta al fine di ottenere il più conveniente prodotto del bosco o della foresta entro cicli regolari di tempo”. Ne deriva che, per aversi silvicoltura sarà necessario non limitarsi all’estrazione del legname dal bosco, bensì procedere alla sua coltivazione avendo cura di tutelarne le caratteristiche proprie. In Colombia ad esempio, organizzazioni internazionali, ONG e scienziati hanno collaborato con 110 agricoltori in un progetto pilota, dal 2002 al 2007, che prevedeva il pagamento di un piccolo salario e la formazione degli agricoltori stessi per sensibilizzarli alle tecniche silvi-pastorali. I risultati sperimentati su diverse aziende agricole hanno mostrato come la produttività e i benefici apportati alla biodiversità aumentavano vertiginosamente.
Questi esempi di collaborazione multilaterale indicano la strada da percorrere per passare dalla mera aspirazione all’implementazione vera e propria del ripristino delle foreste. Queste collaborazioni multilaterali con un approccio bottom-up inclusivo, dovrebbero diventare la norma per rafforzare il successo e la longevità di un impegno su larga scala per il ripristino delle foreste.