Oggi, 6 novembre, si apre a Bonn in Germania COP 23, la ventitreesima Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima. Un incontro che si apre all’insegna di un vuoto: quello lasciato da Donald Trump dopo le speranze accese a Parigi nel dicembre 2015 dall’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack H. Obama.
Come i lettori ricorderanno, nella capitale francese in occasione di COP 21 gli Stati Uniti e la Cina trovarono un accordo e si misero alla testa del vagone mondiale per prevenire, per quanto ormai possibile, i cambiamenti climatici. L’intesa aveva diverse lacune, ma l’obiettivo indicato era chiaro: l’umanità avrebbe fatto il possibile per mantenere il previsto aumento della temperatura media del pianeta entro i 2 °C e, auspicabilmente, entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale.
Oggi, con Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro dagli accordi di Parigi. Il vuoto tecnico (leggi, emissioni americane) può essere riempito: un po’ tutti i Paesi hanno indicato di voler proseguire lungo la strada indicata nella riunione ospitata nella capitale francese. Ma resta il vuoto politico: chi sostituirà gli Stati Uniti d’America che, per una stagione brevissima – quella di Obama appunto – si erano proposti, insieme alla Cina di Xi Jinping, di guidare il mondo in questa partita difficile ma non impossibile? Science, la rivista scientifica di quella Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze che è molto critica con l’inquilino della Casa Bianca, non ha dubbi: il vuoto lasciato dagli USA sarà riempito dalla Germania, sempre in partnership con la Cina.
L’analisi di Science si presta a una doppia valutazione critica. La prima è che non prende neppure in considerazione l’Europa, che pure dopo Rio ’92, quando la Convenzione sui Cambiamenti del Clima fu proposta, ha svolto un ruolo trainante. Parla della Germania, non dell’Unione. E ha ragione. Perché tra i tanti punti di crisi della comunità continentale c’è anche quello di aver rinunciato a continuare a svolgerlo, quel ruolo trainante. Non è che i Paesi europei siano contrari a contrastare i cambiamenti climatici. Ma non hanno più il piglio di un tempo. Facciamo un esempio: quale ruolo ha oggi il problema clima nel dibattito politico italiano pur dopo una stagione con pochi precedenti per siccità e numero di incendi? Nessuno.
Non è così in altri Paesi. Non in Germania, almeno. Che nelle intenzioni e nei fatti sta assumendo sulle sue spalle l’onore – oltre che l’onore – di fare da capofila nella lotta ai cambiamenti climatici. La Germania è assolutamente credibile. Le sue politiche ambientali sono tra le più decise e coerenti al mondo.
Ma la domanda è: possono i tedeschi assumere la leadership mondiale alla pari con la Cina? La storia recente ci dice di sì. La Germania (con l’Europa) ha investito molto nelle energie rinnovabili e carbon free (vento e solare), diventando non solo il Paese più avanzato nel settore ma trasformando la cultura del mondo intero: ormai (Stati Uniti di Trump a parte) “crede” in queste fonti. La Cina è arrivata dopo, ma con una potenza davvero incredibile. In pochi anni, con il 40% della produzione globale, ha lasciato un po’ indietro la Germania e ha assunto la leadership nello sviluppo delle rinnovabili. I tedeschi non hanno da essere pessimisti: continuano ad avere un ruolo primario. Ma il testimone è ormai nelle mani di Pechino. Senza la cooperazione dell’intera Europa, può il relativamente piccolo Paese europeo comminare con il medesimo passo del gigante asiatico e stabilire una partnership simmetrica? Difficile dirlo. I tedeschi sono capaci di questo e altro. Ma per il momento la domanda resta aperta.
Secondo: il carbone. La Germania si è data un preciso cronoprogramma per aggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni di gas serra. Ma difficilmente ci riuscirà se non chiuderà subito tutte le centrali a carbone. La Cina, che pure ha un tenore di inquinamento molto alto, annuncia di essere in anticipo con il suo cronoprogramma. Terzo: il sistema trasporti. Sebbene la Germania si sia dato come obiettivo di abbattere del 40% le emissioni in questo settore entro il 2030, attualmente esse sono ancora superiori, sia pure di poco, rispetto a quelle del 1990. La Cina sembra avere un altro passo, sebbene parta da un livello di inquinamento molto diverso: ha già deciso una soglia minima per le macchine elettriche e pensa al bando totale dei motori a combustione interna che usano energia fossile e generano il 30% delle emissioni globali di gas serra. In Germania le auto elettriche stentano ad affermarsi.
Potremmo continuare su questo tenore. Ma a questo punto la situazione è chiara. La Cina sembra avere un passo in più. Tuttavia la Germania ha due jolly da giocarsi per ristabilire la parità politica per la leadership con la Cina. Il primo jolly è tutto nelle mani di Berlino e riguarda la qualità della ricerca e della tecnologia tedesche. Da questo punto di vista la Cina è ancora indietro e ha bisogno della Germania per continuare nella sua corsa verso un’economia più sostenibile più di quanto la Germania abbia bisogno dei cinesi. Quello della qualità è un jolly formidabile per cercare di stabilire una partnership simmetrica tra il peso medio europeo e il peso massimo asiatico. Il secondo jolly è, invece, nelle mani di Bruxelles: ovvero di 27 + 1 governi europei. È la solidarietà e la cooperazione nell’Unione. Se la Germania potrà e saprà negoziare in nome e per conto dell’Europa ha grandissime chance di potersi ritagliare un ruolo paritario con la Cina nella costruzione di un’economia più sostenibile. Ma molto dipende anche dalla capacità dell’Europa di lasciare Bonn il 17 novembre prossimo, data finale dei negoziati, avendo mostrato compattezza e determinazione.
A noi non resta che aspettare e vedere. O forse no. Possiamo nel nostro piccolo, fare pressione su Paolo Gentiloni – che ha un passato da ecologista – perché il suo governo vada a Bonn per rilanciare il ruolo europeo e dare mandato alla Germania di assumere quello di primus inter pares dell’Unione. Ne va dei nuovi equilibri geopolitici, ma ne va soprattutto del futuro climatico del pianeta nell’era Trump.