La scienza è chiara, gli studenti scioperano e l’opinione pubblica mondiale chiede l’unica cosa che ancora non c’è: un livello di leadership all’altezza del problema. Sia chiaro, il contrasto ai cambiamenti climatici richiede una trasformazione sociale a una scala e con una rapidità che raramente si è verificata nella storia.
Ma possiamo farcela. Abbiamo già oggi le tecnologie necessarie e a costi accessibili per realizzare in non più di vent’anni il phase out totale dai combustibili fossili a favore di fonti energetiche rinnovabili e carbon free. Abbiamo tutti gli strumenti per tagliare il traguardo indicato dagli scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e far sì che l’aumento della temperatura rispetto ai livelli pre-industriali rimanga ben al di sotto dei 2 °C, come prevedono gli accordi di Parigi.
A mettere nero su bianco queste considerazioni in un editoriale apparso sulla rivista americana Science sono Jonathan T. Overpeck, Collegiate Professor e decano della School for Environment and Sustainability, della University of Michigan di Ann Arbor, e Cecilia Conde del Centro di scienze dell’atmosfera dell’Università nazionale autonoma di Città del Messico. Cecilia Conde è stata anche, dal 2013 al 2017, coordinatrice generale delle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici del governo messicano.
Si tratta, dunque, di due autorevoli figure scientifiche che ci ricordano qualcosa che già sappiamo. Possiamo farcela. Possiamo farcela a evitare il disastro che accompagnerà, con ragionevole certezza, il cambiamento del clima se l’aumento della temperatura dovesse superare la soglia dei 2 °C.
L’appello di Jonathan T. Overpeck e di Cecilia Conde non è, dunque, particolarmente originale, anche se è estremamente chiaro e attuale. Ma è il luogo della pubblicazione a dirci qualcosa di nuovo. L’articolo è un editoriale di Science, che è la rivista dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), la più grande associazione scientifica degli Stati Uniti e una delle più grandi al mondo.
E gli Stati Uniti sono il paese che, allo stato attuale, rifiuta di raggiungere quel livello di leadership richiesto dai due autori per portare a termine con rapidità e profondità le politiche di contrasto ai cambiamenti del clima. L’Amministrazione guidata dal presidente Donald Trump rifiuta di accettare persino la discussione e, anzi, ha annunciato il ritiro dagli accordi di Parigi.*
Pubblicando questo editoriale, dunque, Science propone una politica che è diametralmente opposta a quella del Presidente degli Stati Uniti. Certo, non è la prima volta che Science e, dunque, la comunità scientifica americana “vanno all’opposizione”. Ma non è neppure un evento frequente. Da quando gli Stati Uniti hanno puntato proprio sulla scienza per assumere la leadership non solo militare, ma anche economica e culturale del mondo – ovvero da quando Vannevar Bush ha consegnato il suo rapporto Science, the Endless Frontier al suo presidente Harry Truman nell’estate del 1945 – la comunità scientifica non solo è stata dotata di finanziamenti crescenti e generosi, ma è stata cooptata ipso facto nella classe di governo. Non che non ci siano stati problemi nel rapporto con la politica e le sue istituzioni in questi tre quarti di secolo, ma sono stati rari e quasi mai così espliciti da parte non di singoli scienziati ma della massima associazione scientifica.
La scienza ufficialmente all’opposizione negli Stati Uniti è un’autentica novità. Ma questo potrebbe interessare solo i sociologi e gli storici della scienza se non fosse che Science e, dunque, l’AAAS si pongono, anche con questo editoriale, quale nodo di una rete globale per il contrasto ai cambiamenti del clima riconoscendo in Greta Thunberg e nei giovani che scioperano e, più in generale, nell’opinione pubblica mondiale alleati non solo importanti, ma decisivi.
In qualche modo con questi interventi, di cui l’editoriale di Jonathan T. Overpeck e Cecilia Conde è solo l’ultima espressione, la comunità scientifica che si riconosce nell’Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze cessa di sentirsi classe di governo nazionale, perché passa all’opposizione, ma si propone come classe di governo mondiale. In alleanza con altre comunità scientifiche di altri paesi, ma anche con l’opinione pubblica planetaria.
È un’occasione unica, che la società civile non deve perdere. Rafforziamo ed estendiamo questa alleanza. L’invito va rivolto anche ai governi degli altri paesi, quelli europei in primis, che esprimono una linea diversa da quella di Trump. Ma l’invito va rivolto anche e soprattutto alle Nazioni Unite. I cambiamenti del clima sono, per definizione, un problema globale. E per risolverlo occorre un’alleanza globale. Occorrono, appunto, le nazioni unite.