Le Nazioni Unite ritengono che sia un diritto inalienabile dell’uomo avere accesso ad almeno 50 litri di acqua potabile al giorno. A partire dal prossimo 15 luglio, Città del Capo, una delle più affluenti metropoli dell’Africa, distribuirà ai suoi 4 milioni di abitanti non più di 25 litri di acqua potabile pro capite al giorno: la metà del minimo considerato indispensabile.
Lo “Zero Day”, il giorno del drastico taglio all’approvvigionamento, era stato programmato per metà aprile. Ma poi una semplice e positiva contingenza ha consentito di procrastinarlo di tre mesi. Ma la crisi idrica della città capitale legislativa del Sud Africa, impensabile solo fino a qualche anno fa, resta in tutta la sua drammaticità. I motivi della scarsezza d’acqua sono due: il rapido aumento della popolazione e un periodo di siccità che si prolunga da alcuni anni, probabilmente legato ai cambiamenti del clima. «La questione che domina i miei risvegli ora è: quando arriverà lo “Zero Day” come faremo a rendere accessibile almeno un po’ di acqua e a evitare l’anarchia?», ha dichiarato ai giornali locali Helen Zille, che di Cape Town è stata il sindaco e ora è Primo Ministro della provincia del South Africa’s Western Cape.
Per gestire l’emergenza esiste un piano: allestire 200 stazioni di acqua fuori dai supermercati e altri luoghi frequentati capaci di servire ciascuna 20.000 abitanti. Ma questo probabilmente non eviterà l’assalto all’ultima goccia. Per questo le autorità della città hanno approntato un piano B: collocare riserve di acqua potabile nelle caserme o comunque in strutture militari, presidiate dall’esercito. E sguinzagliare agenti per la città per sanzionare qualsiasi uso giudicato ormai improprio, come innaffiare i giardini o lavare l’automobile. E per contrastare i “bagarini dell’acqua” o, se volete, i contrabbandieri del più abbondante liquido presente sulla Terra.
Sì, certo, la gran parte di questo liquido si trova nei mari e, dunque, non è potabile, perché è salata. Una parte preponderante dell’acqua potabile è a sua volta ghiacciata, si trova ai poli (quasi tutta in Antartide) ed è inaccessibile. Ma restano pur sempre 13.500 km3 di acqua potabile e accessibile in ogni momento, capace di soddisfare tre volte la sete di un anno di tutti gli umani e di fornire non 50 ma 250 litri di acqua al giorno a ogni sapiens.
Eppure non è così. Almeno un miliardo di persone non ha accesso alla quantità minima di acqua e altri 2,7 miliardi di persone sperimentano almeno un mese di scarsità ogni anno. Per tornare alle città: un rapporto del 2014 delle Nazioni Unite sostiene che 1 su 4 tra i 500 maggiori agglomerati urbani al mondo è in una condizione di “stress idrico”. Stress vuol dire molte cose. Si va così dalla condizione sperimentata da Roma la scorsa estate alla condizione che verosimilmente sperimenterà Città del Capo a partire dal prossimo luglio. Per molte ragioni, le più diverse. E tutte riassumibili in una sola locuzione: finora abbiamo considerato l’acqua un capitale naturale gratuito. Non è così. L’acqua potabile è un servizio della natura che può inaridirsi. E la storia delle metropoli assetate ne è un esempio.
A parte la capitale del Sud Africa, le cinque città con il maggiore “stress idrico” al mondo sono, nell’ordine: San Paolo in Brasile; Bangalore, in India; Pechino in Cina; Il Cairo in Egitto e Giacarta in Indonesia.
San Paolo, con i suoi 22 milioni di abitanti, è tra le dieci città più popolate al mondo. E nel 2015 ha visto precipitare le sue riserve d’acqua potabile al 4% appena delle sue normali capacità. San Paolo ha sfiorato la sete assoluta. Certo, poi ha recuperato. Ma tuttora le sue riserve sono inferiori del 15% al normale. I motivi dello stressi idrico? Un insieme di fattori, non ultimi la deforestazione nella regione e la scarsa o nulla pianificazione.
Bangalore ha oltre 12 milioni di abitanti e si vanta, a giusta ragione, di essere una delle città più tecnologicamente avanzate dell’Asia. Ma nei suoi dintorni non c’è un solo lago che non sia contaminato abbastanza da rendere l’acqua non potabile. Mentre di quella che circola in rete se ne perde almeno la metà. Lo stress idrico non è stato domato dallo sviluppo informatico.
Pechino ha, come San Paolo, 22 milioni di abitanti. Ma è la capitale della nazione che da due o tre decenni sta registrando la maggiore crescita economica al mondo. Ciò non toglie che si trovi in una condizione di stressi idrico. Anche perché il 40% delle acque della regione sono così inquinate che non solo non sono potabili, ma non possono essere utilizzate neppure per irrigare i campi o per usi industriali. La Cina nel suo complesso si trova in una condizione di stress idrico: ospita, infatti, il 20% della popolazione ma solo il 7% delle riserve di acqua dolce del mondo. Ove non bastasse, un report della Columbia University di New York dimostra che le sue riserve idriche sono diminuite del 13% tra il 2000 e il 2009.
In una situazione non certo migliore si trova Il Cairo, la città che ospita nell’area metropolitana all’incirca 15 milioni di persone. È una situazione paradossale. Il Cairo è attraversata dal più lungo fiume del mondo, il Nilo. Da cui l’Egitto tra il 97% delle acque potabili. Ma una cattiva organizzazione e un inquinamento crescente stanno rendendo inaccessibili le acque del fiume che tutti gli abitanti del Cairo possono toccare con mano.
Giacarta, invece, con i suoi 10 milioni di abitanti sta sperimentando cosa significhi lo stress idrico imposto dal furto d’acqua. La captazione illegale è così diffusa e dura da così tanto tempo e la cementificazione così capillare, che non solo le falde si stanno inaridendo perché la pioggia non riesce più ad alimentarle, ma il terreno stesso si sta abbassando. Si calcola che il 40%, ormai, della superficie su cui insiste la città sia sceso sotto il livello del mare.
Gli esempi proposti appaiono lontani. Ma non lo sono affatto. La scorsa estate in Italia non solo Roma, ma molte città anche del Nord hanno sperimentato un’acuta crisi idrica. Mentre molte città del Mezzogiorno si trovano in queste condizioni da decenni sia perché le perdite della rete idrica sono paragonabili a quelle di Bangalore sia perché la captazione illegale impedisce, come a Giacarta, la migliore distribuzione.
I cambiamenti climatici stanno alimentando questi stress. E ancor più lo faranno in futuro. Secondo le Nazioni Unite nel 2030, cioè dopodomani, la domanda di acqua potabile eccederà del 40% l’offerta. E questo non perché pioverà di meno. Ma perché pioverà diversamente. E perché l’acqua non si accumulerà in quelle riserve naturali che sono i ghiacciai alpini. A questo punto non ci sono molte opzioni. Occorre accelerare gli sforzi per contenere i cambiamenti climatici (prevenzione), ma occorre anche iniziare rapidamente ad adattarci. Dobbiamo reagire con politiche sistemiche al cambiamento del regime idrico se non vogliamo ritrovarci con 10, 100, 1000 Città del Capo. Nel mondo e anche in Italia.