“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Così esclamava John Belushi nell’ormai mitica sequenza del film Animal House ma, ultimamente, alcune notizie davvero degne di nota e accomunate da insolite coincidenze temporali, fanno pensare che la battuta potrebbe valere anche per la questione dei cambiamenti climatici, sebbene alla rovescia. In altri termini potremmo dire che “se i duri hanno cominciato a giocare, allora vuol dire che il gioco è diventato davvero duro”. Ma chi sarebbero i “duri” e qual è il gioco?
In questo caso, i “duri” sono i grandi gruppi finanziari mondiali, come le banche e i gestori dei fondi comuni d’investimento, colossi in grado di condizionare l’economia, gli equilibri futuri dei mercati finanziari e le vite di tutti. Il “gioco”, invece, in quest’analogia è rappresentato dalle politiche d’investimento e dalle strategie di gestione di tutti quei fattori (industriali, tecnologici e di mercato) che hanno determinato il modello di sviluppo delle nostre società che, a sua volta, ha portato al deterioramento dell’ecosistema mondiale, fino ai catastrofici effetti dei cambiamenti climatici sotto gli occhi di tutti.
Per quanto possa essere triste ammetterlo, è così: dopo decenni di allarmi inascoltati, se oggi si comincia a intravedere qualche segnale che indichi la volontà di contrastare seriamente i cambiamenti climatici, è solo perché i danni che questi stanno arrecando in tutto il mondo, cominciano a preoccupare anche la finanza mondiale. La riprova di ciò sta in due notizie, entrambe relative al mondo della finanza e ai suoi rapporti con il climate change apparse, curiosamente, a pochi giorni l’una dall’altra nello scorso mese di dicembre che, però, non hanno avuto il giusto rilievo nell’informazione mainstream e non sono state apprezzate in tutta la loro importanza al di fuori del mondo degli addetti ai lavori.

I GRANDI INVESTITORI PREMONO SUI GRANDI INQUINATORI
Tutti ricordiamo il secondo, accorato, appello (dopo quello del 1992) lanciato a novembre 2017 dagli scienziati di Oxford, sull’urgenza di intervenire a livello globale per fermare il riscaldamento della Terra e sulla necessità di mettere in atto gli accordi della conferenza sul clima di Parigi del 2015[1]. L’appello, pubblicato il 13 novembre 2017 sulla rivista Bioscience, è stato poi sottoscritto da oltre quindicimila scienziati in tutto il mondo e risulta, a oggi, l’articolo con più firmatari della storia delle pubblicazioni scientifiche. Sarà una coincidenza (o forse no) ma quasi esattamente un mese dopo, il 12 dicembre 2017, sono stati diffusi i risultati di un’importante conferenza finanziaria internazionale, tenutasi a Oslo.
Ebbene, il punto davvero notevole di tutta la faccenda è che, in quell’occasione, più di duecento tra i maggiori investitori istituzionali mondiali, con un peso finanziario pari a circa ventisei trilioni di dollari, hanno ammonito le aziende più inquinanti del mondo a condurre le loro attività in maniera ben più rispettosa dell’ambiente. Più precisamente, gestori finanziari come Pacific Investment Management Co, Amundi, Legal & General Investment Management, Northern Trust and Aegon, hanno annunciato di voler esercitare forti pressioni sulle prime cento aziende produttrici di gas serra del mondo, per costringerle ad applicare gli accordi di Parigi. Secondo quest’iniziativa, l’obiettivo dovrebbe essere raggiunto attraverso una collaborazione basata su piani quinquennali, grazie ai quali si giungerebbe a una drastica riduzione delle emissioni inquinanti, addirittura dell’80% rispetto ai valori attuali, entro il 2050. In mancanza di tale collaborazione, fanno capire i gestori finanziari, potrebbero anche arrivare a staccare la spina del sostegno finanziario, vitale per aziende del calibro di Coal India, Gazprom, Exxon Mobil e China Petroleum, giusto per citare le più note.
Questa velata minaccia, tuttavia, dovrebbe essere piuttosto convincente, dato che esiste già un precedente tale da rendere decisamente più allettante la proposta dei piani quinquennali. Si tratta del fondo sovrano norvegese, il più ricco del mondo, che qualche tempo fa ha annunciato il ritiro dagli investimenti nel settore petrolio e gas, in una misura compresa fra i trentacinque e i trentasette miliardi di dollari, con l’esplicita motivazione che il comparto non offrirebbe più le necessarie garanzie di sviluppo e sicurezza degli investimenti. A voler usare un’immagine piuttosto colorita, potremmo dire che i topi hanno fiutato il pericolo e stanno cominciando ad abbandonare la nave: insomma, i grandi investitori hanno capito che l’aria sta cambiando, sia per quanto riguarda il sentimento dei propri sottoscrittori verso i temi ambientali, sia per gli effetti concreti e ben visibili dei cambiamenti climatici. Dunque gli investitori cominciano a essere meno disponibili a finanziare le aziende che non intendono cambiare il loro modo di condurre gli affari e iniziano a spostare gli investimenti verso attività produttive ecosostenibili, ritenute più redditizie.

NIENTE PIÙ SOLDI A CHI INVESTE IN GAS E PETROLIO
Dello stesso tenore ma ancora più netta rispetto al vertice di Oslo, è la posizione assunta dalla World Bank, praticamente, negli stessi giorni. L’organizzazione, infatti, ha comunicato di voler ritirare il sostegno finanziario alle imprese che estraggono gas e petrolio entro il 2019, in risposta alla crescente minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici. Secondo le dichiarazione dei suoi vertici, per la Banca è giunto il momento di cambiare modo di operare, per adattarsi a un mondo in rapido mutamento e, pertanto, uno degli obiettivi principali sarà quello di destinare a iniziative in favore dell’ambiente almeno il 28% dei prestiti erogati, a partire dal 2020. In casi eccezionali la Banca erogherà ancora prestiti per attività di estrazione petrolifera e di gas, ma solo a Paesi in condizioni di estrema povertà e allo scopo di favorirne lo sviluppo.
La decisione è stata comunicata durante il One Planet Summit del dicembre scorso, il vertice della finanza per il clima convocato a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron, dal presidente della World Bank Yim Yom King e dal segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres. L’annuncio della World Bank è stato subito salutato e accolto come una pietra miliare lungo la strada verso un futuro low carbon. Secondo Gyorgy Dallos di Greenpeace: «La fine dell’industria petrolifera e del gas si sta chiaramente avvicinando con l’accelerare del cambiamento e le istituzioni finanziarie devono prenderne nota e decidere se vogliono essere parte del problema o la soluzione».
La pensa allo stesso modo Stephen Kretzmann, direttore esecutivo del gruppo di difesa Oil Change International, che ha dichiarato: «È difficile sopravvalutare la portata dello storico annuncio della World Bank. I sostenitori dell’ambiente, dei diritti umani e dello sviluppo hanno dato voce per decenni alle comunità in prima linea chiedendo la fine del finanziamento dei progetti di petrolio e gas da parte della World Bank. [Ora] la World Bank ha alzato il livello della leadership climatica, riconoscendo la semplice ma scomoda verità che il raggiungimento degli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi, richiede la fine dell’espansione dell’industria dei combustibili fossili. È ora che tutte le istituzioni, i paesi, gli investitori e le persone che sono ancora nell’accordo di Parigi, smettano di finanziare l’industria del fossile, una volta per tutte».

CAMBIARE LA FINANZA PER UN’ECONOMIA LOW CARBON
Ma per rendere ancora più chiaro il quadro di quanto sta avvenendo nel mondo della finanza rispetto ai cambiamenti climatici, occorre aggiungere che la decisione della World Bank è arrivata sulla scia della rivelazione fatta dal governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, circa l’esistenza di un crescente sostegno, a livello mondiale, di un’iniziativa volta a spianare la strada all’avvento di un’economia low carbon. Scopo principale dell’iniziativa è convincere le aziende prima di tutto a fare chiarezza sulla loro esposizione nei confronti dei rischi derivanti dai cambiamenti climatici. Carney ha spiegato che già 237 società con una capitalizzazione di mercato combinata di 6,3 trilioni di dollari, hanno aderito a questa iniziativa.
Secondo il piano, le aziende s’impegnano a utilizzare i propri report finanziari per rendere pubblica la loro esposizione diretta o indiretta al riscaldamento globale, mentre le banche sono obbligate a dichiarare quanto hanno prestato alle società con rischi legati al clima. In questo contesto anche le sei principali banche britanniche (Lloyds, Barclays, HSBC, Royal Bank of Scotland, Santander e Standard Chartered) hanno già manifestato una maggiore attenzione verso l’impatto che i cambiamenti climatici possono avere sulle attività finanziarie e sugli investitori, dato che hanno supportato la Task Force sulle informazioni finanziarie correlate al clima, istituita proprio da Carney, in qualità di presidente del Financial Stability Board, organismo internazionale incaricato di prevenire il ripetersi della crisi bancaria del 2008.
Alla fine, collegando fra loro tutte queste notizie e iniziative apparentemente slegate (ma che sempre più spesso giungono dal mondo della finanza mondiale), sembra di poter delineare una tendenza sempre più netta e precisa a favore dell’ambiente. E c’è di che sperare. Addirittura si potrebbe azzardare a dire che, dove non hanno potuto conferenze, vertici politici e accordi internazionali, forse riuscirà il “dolore della tasca” a salvare l’ambiente e, con esso, il pianeta e il nostro futuro come specie.
Il “forse” è d’obbligo perché i segnali sono ancora troppo deboli per esultare ma ci sono e, per la prima volta, sembrano suggerire che il vento stia davvero cambiando.

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