Il risultato è, almeno agli occhi dei non esperti, abbastanza inatteso. E forse è per questo si è meritato la copertina di Nature: la biodiversità botanica sulla cima delle Alpi e di altre montagne europee è in rapido aumento. Questo è quanto documentano con un articolo pubblicato sulla rivista scientifica inglese Manuel J. Steinbauer (università di Aarhus, Danimarca) a un folto gruppo di suoi collaboratori.
I ricercatori hanno preso in esame i dati di 698 analisi relative alla presenza di specie diverse di piante su 302 diverse montagne europee, in 9 diverse zone (compresa quella alpina), nel corso di 145 anni, dal 1871 al 2016. I dati sono stati chiari: l’87% delle vette analizzate ha subito un aumento di biodiversità. Il numero di specie di piante presenti è sempre aumentato nel corso di questo secolo e mezzo. Ma non con una velocità costante, che, anzi, è aumentata nel tempo e ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni. Nel periodo compreso tra il 1957 e il 1966, per esempio, le specie di piante per montagna sono aumentate, in media, di 1,1 piante per decade. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2016 l’incremento è risultato cinque volte superiore: di 5,4 piante per decade in media. Un andamento che risulta omogeneo: in nessuna delle nove regioni montuose prese in considerazione si è registrata una tendenza opposta.
Quali le cause? In tutte le nove regioni prese in considerazioni si è registrato, tra il 1871 e oggi, un aumento della temperatura media. E, nel medesimo tempo, si sono avuti significativi cambiamenti sia nelle precipitazioni che nell’accumulo al suolo di azoto. Questi cambiamenti differiscono da zona a zone, ma nel contempo puntano tutti nella medesima direzione: più caldo, più piogge, più azoto. Dunque, maggiore biodiversità.
Steinbauer e i suoi colleghi pensano e dicono che il fenomeno è legato ai cambiamenti del clima globale e alla dinamica dell’aumento della temperatura media in Europa. In poche parole, le piante si stanno adattando al nuovo ambiente. E, tuttavia, i risultati sono meno banali di quanto sembri. In primo luogo perché offrono una dimostrazione tangibile che il climate change è, per dirla ancora in inglese, un driver primario nella dinamica della biodiversità. Guida i cambiamenti nel mondo biologico. E poiché le piante sono quelle che si adattano prima, ecco che noi abbiamo una prova diretta (una variazione del numero di specie di piante presenti) dei cambiamenti climatici e del loro ruolo ecologico.
Ciò che, forse, suona più inatteso all’orecchio dei non esperti è l’aumento della biodiversità al mutare del clima. Perché in genere si sostiene il contrario: il climate change è una delle cause della rapida erosione della biodiversità. In realtà le due affermazioni non sono affatto in contrasto. Se nella media planetaria il cambiamento climatico sta determinando, insieme ad altri fattori per la maggior parte di origine antropica, una riduzione delle specie viventi, nulla vieta che localmente, in particolari condizioni, vi possa essere un aumento di biodiversità.
I risultati degli studi di Manuel J. Steinbauer e dei suoi colleghi ci dimostrano ancora una volta quanto sia complessa e, a tratti, imprevedibile la trasformazione degli habitat sotto la pressione dei cambiamenti climatici. Cambiamenti, sottolineano i ricercatori, che molto spesso determinano una diminuzione dei “servizi della natura”, ovvero delle funzioni cui la natura assolve a vantaggio dell’uomo.
E, in effetti, sulle Alpi e su molte altre alte montagne europee i ghiacciai tendono a scomparire. E, magari, nel loro ritiro lasciano spazio alle piante e persino a nuove piante. Il ritiro dei ghiacciai contribuisce in maniera importante a modificare l’ecosistema locale. E anche uno dei più importanti “servizi” che la natura offre all’uomo: l’approvvigionamento di acqua dolce.
Dunque, l’indicatore rilevato da Manuel J. Steinbauer e colleghi ha una sua positività apparente (l’aumento di biodiversità è considerata in genere un valore) dietro cui si cela una negatività sostanziale, che potremmo riassumere in una locuzione non propriamente scientifica ma abbastanza eloquente: a causa del climate change le montagne europee stanno cambiando troppo in fretta. Dove quel troppo va inteso in quell’ottica certo molto parziale ma altrettanto certamente per noi molto significativa, che è l’ottica dell’utilità per l’uomo.


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