Cos’altro può dirci un film di Hollywood, l’ennesimo di una lunga serie, sull’uomo che per primo ha messo piede sulla Luna? Neil Armstrong fa parte della Storia da quasi cinquant’anni e tutti conosciamo bene le immagini, indimenticabili, che lo immortalano nell’atto di poggiare il suo scarpone sul suolo lunare. «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind», aveva detto Armstrong al mondo intero, forse immaginando che le sue parole avrebbero accompagnato per decenni a venire il ricordo di quel momento.
Ma First man, il film sulla vita di Neil Armstrong in questi giorni al cinema, ci rivela qualcosa che nessun libro di storia né le immagini della NASA possono raccontare. Diretto dal giovane Damien Chazelle, che ha voluto Ryan Gosling (protagonista maschile del suo film precedente, La La Land) nel ruolo dell’astronauta statunitense, First man è il ritratto di un marito premuroso, di un uomo distrutto dalla perdita prematura della propria figlia e di un padre che deve confessare ai suoi bambini i rischi del prossimo viaggio sulla Luna.
Ne abbiamo parlato con Christina Plainaki, ricercatrice nelle scienze del Sistema Solare, che studia le interazioni fra l’ambiente spaziale e i corpi planetari all’Agenzia Spaziale Italiana, dove è anche project scientist per il contributo italiano alla missione ESA JUICE e per l’esperimento JIRAM a bordo della missione NASA Juno, entrambi dedicati allo studio del sistema di Giove.

Damien Chazelle porta al cinema molti lati della vita privata di Neil Armstrong. Cosa ne pensa di questa scelta?
Il regista punta molto sull’aspetto realistico. Evidentemente non vuole fare l’ennesimo film apologetico dell’opera straordinaria della conquista della Luna. In molte parti del film, gli eventi sono raccontati in modo tale da far pensare più a un documentario piuttosto che a un’opera artistica. Ma al contempo vediamo un ingegnere determinato e di talento, che ha la forza di superare i propri incubi, indirizzando con successo la sua energia e la sua intelligenza agli obiettivi del programma della NASA. Vediamo un Armstrong che, mentre non teme il volo spaziale, ha paura di raccontare ai propri figli i veri rischi della sua missione. Ma anche in questo caso supera i suoi dubbi e sceglie la strada della verità. Durante il film lo spettatore ha l’impressione che Armstrong diventi sempre più distaccato dalla famiglia e dagli amici, convinto per le sue scelte professionali come se queste fossero la sua difesa dalle tragedie che ha dovuto affrontare. Ma nei momenti più grandi le difese cadono e il lato umano dell’astronauta è apertamente esposto all’Universo e allo spettatore.

Buona parte del film racconta il lavoro e il contributo personale degli scienziati che hanno permesso di arrivare con successo all’Apollo 11. Quale immagine della scienza viene fuori?
I fatti e l’aspetto tecnologico legati alle missioni spaziali vengono presentati velocemente e con freddezza. Se lo spettatore non è un esperto del campo o se non ha una chiara conoscenza del background storico spaziale, in alcune scene forse gli risulta difficile seguire l’evoluzione del programma dei test e dei voli e i loro dettagli tecnici. Al contempo, il film non ha nessuna intenzione di nascondere l’ambizione politica da parte dello Stato americano (mi riferisco alla questione degli Stati Uniti di sorpassare l’Unione Sovietica nella conquista dello spazio). Di conseguenza, il ritratto della scienza che viene fuori da questo film è diverso dal solito stereotipo che vuole presentare la conquista dello spazio semplicemente come una cosa magnifica ed eccitante, quasi magica. È indubbiamente magnifico che l’uomo visiti altri mondi ma è altrettanto magnifico che un uomo riesca a superare i propri limiti (fisici, mentali e psicologici) per prepararsi per una conquista del genere. Ogni grosso avanzamento scientifico e tecnologico in direzione spazio richiede un’enorme fatica da parte del singolo ingegnere/scienziato/tecnico, richiede sacrifici, devozione, ore di studio e brainstorming, richiede pazienza e insistenza, richiede la forza di fare scelte che hanno impatti importanti anche sulla vita personale, richiede la forza di andare avanti anche dopo delusioni ed eventi tragici. Il “primo uomo sulla Luna” (The First Man) ha dovuto conquistare un controllo totale su se stesso prima di arrivare al livello di eccellenza richiesto da una missione spaziale.

Dopo aver visto questo film, che idea possiamo farci della conquista della Luna e della scienza dello spazio in generale?
Penso che lo spettatore esca dalla sala cinematografica con l’idea che l’uomo sulla Luna ha rappresentato una conquista straordinaria della scienza, durante la quale l’umanità ha superato ogni limite precedentemente esistito, toccando proprio l’impossibile. Era estremamente pericoloso andare nello spazio con i mezzi tecnologici dell’epoca. Al contempo, lo spettatore diventa consapevole del fatto che il fattore politico non è scollegato dalla scienza applicata e dalla conquista dello spazio, ma è un intero sistema il cui efficiente (o meno) funzionamento può portare al raggiungimento dell’obiettivo, spesso pagando un prezzo molto alto (che nel caso del “First Man” erano, per esempio, le perdite umane).

Un traguardo così singolare nella storia dell’umanità potrebbe ripetersi prima o poi?
L’impressione che resta al termine del film è quello di un’impresa accuratamente studiata ma che resta comunque eccezionalmente temeraria. Una cosa possibile solo nel clima degli anni della guerra fredda. Non penso sarebbe possibile riproporre oggi negli stessi termini il programma Apollo. Il futuro dell’esplorazione dello spazio si trova di fronte a richieste di margini di sicurezza incomparabilmente più alti ed è pertanto necessario un investimento continuo nella ricerca tecnologica per permetterci di proseguire la sfida iniziata ormai sessanta anni fa.