Per quanto la filmografia ce li abbia sempre mostrati come nostri implacabili predatori, molte specie di squalo sono messe a rischio dalla pesca intensiva. Questo è quello che emerge da uno studio condotto dai ricercatori del Swire Institute of Marine Science, della School of Biological Sciences, dell’Università di Hong Kong, dell’iniziativa “the Sea Around Us” presso l’Università della Columbia Britannica e WildAid Hong Kong, pubblicato sulla rivista Marine Policy.
«I dati suggeriscono che le catture di squali a livello globale ora superano un milione di tonnellate all’anno, più del doppio rispetto a quanto avveniva sessant’anni fa. Questo sfruttamento eccessivo minaccia quasi il 60% delle specie, la percentuale più elevata tra tutti i vertebrati”, spiega Yvonne Sadovy, professoressa presso la School of Biological Sciences dell’Università di Hong Kong e prima autrice dello studio. «Hong Kong è il porto d’entrata per circa la metà di tutte le pinne di squalo essiccate commercializzate ufficialmente nel mondo, importando circa 6.000 tonnellate all’anno nell’ultimo periodo.» Una ricerca del 2017 ha mostrato come il 33% delle pinne di squalo trovate in vendita nelle pescherie che vendevano prodotti essiccati di Hong Kong appartenevano a specie definite “minacciate” (Threatened) dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (International Union for the Conservation of Nature, IUCN).
Si stima che solo il 12% della pesca degli squali sia considerata potenzialmente sostenibile, e questo significa che 25.000 tonnellate di pinne essiccate ogni anno provengono non solo da pesca insostenibile, ma anche illegale. Distinguere le specie da cui provengono le pinne può essere estremamente difficile, dal momento che mescolare il pescato è una pratica comune che ostacola gli sforzi di rintracciabilità e molte pinne si assomigliano.
«L’asportazione delle pinne e il loro mescolamento tende ad avvenire in mare aperto o in porti fuori mano, dove c’è poco o nessun controllo. In più, le autorità mostrano scarso interesse nel sorvegliare il commercio illegale di specie selvatiche, compreso quello di pinne di squalo. Anche quando lo fanno, le loro possibilità di controllo sono molto limitate, perché non possono effettuare e verificare i test del DNA su ogni singola pinna che arriva in dogana per determinare l’area in cui lo squalo è stato catturato, e nemmeno determinare la specie», ha spiegato il coautore Daniel Pauly, professore e a capo di un gruppo di ricerca a The Sea Around Us presso la University of British Columbia.
Gran parte delle pinne proviene da squali pescati come bycatch, catture accessorie, ovvero presi involontariamente insieme alla specie ricercata, anche detta specie target. Gli squali costituiscono oltre il 25% del totale delle catture nella pesca ai tonni, pescispada e marlin effettuata con il palamito o palangaro (una lunga lenza di grosso diametro con inseriti, a intervalli regolari, spezzoni di lenza più sottile terminanti con un amo) in diversi Stati. Per quanto esistano diversi modi – dalla modifica dell’attrezzatura ai tempi e luoghi di pesca – per evitare di catturare gli squali invece delle specie target, cosa biologicamente insostenibile e dannosa per l’ambiente, ci sono pochissime prove che l’industria della pesca o le autorità di gestione stiano spingendo per l’adozione di tali metodi. Anzi, incontrerà opposizioni se il bycatch è costituito da squali le cui pinne posso essere commercializzate.
Che sia legale o illegale, la pesca di squali è eccessiva, ed è spinta in maniera schiacciante dalla richiesta del commercio internazionale per le pinne. La pressione è particolarmente elevata in Indonesia, dove le catture ogni anno superano le 100.000 tonnellate. Anche l’India, la Spagna e Taiwan giocano un ruolo importante in questo commercio, con Hong Kong che rappresenta il principale mercato internazionale acquirente, dal quale grandi quantità di pinne vengono esportate, soprattutto in Cina.
Secondo i ricercatori, attendere che le organizzazioni multilaterali (ovvero le istituzioni internazionali a cui aderiscono volontariamente i Paesi membri e che da essi ricevono finanziamenti) sviluppino e rinforzino le regole che riguardano la pesca degli squali e regolino il commercio delle pinne non è un’opzione valida. Sia perché le norme esistenti e i controlli sono scarsamente applicati per il commercio di fauna selvatica nei Paesi che commercializzano le pinne, sia perché – malgrado i buoni propositi – ci vorrebbe troppo tempo. E questo è proprio un lusso che molte specie di squalo non si possono permettere.
Secondo Pauly, «i consumatori devono agire velocemente e decidere cos’è accettabile e cosa no quando si tratta di specie vulnerabili e non controllate. Le tradizioni si evolvono in continuazione in base a nuove conoscenze e valori in cambiamento. Così, mentre il desiderio di zuppa di pinne di squalo sta aumentando in luoghi come la Tailandia e Macao, sta diminuendo a Hong Kong e nella Cina continentale, dove i giovani stanno iniziando a vederla come una pratica culturale che è meglio abbandonare.»
Le catture di squali a livello globale sono più che duplicate dal 1960 e le popolazioni di alcune specie, come lo squalo martello e il longimano, sono diminuiti di oltre il 90% negli ultimi anni. Questo commercio viene utilizzato come esempio delle sfide che pongono i traffici internazionali in crescita di beni di elevato valore che minacciano la fauna selvatica. «Non dovrebbe essere l’estinzione a decidere per noi», ha commentato Sadovy. «Dobbiamo controllarci per assicurare uno sfruttamento e un commercio sostenibile, o cessare gli scambi commerciali di specie di lusso o prodotti che mettono seriamente a rischio il loro futuro sul nostro pianeta.»