Il quadro che emerge dal rapporto GreenItaly 2016, redatto da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola, giunto oramai alla settima edizione, è complessivamente positivo. Un’impresa su 4 dal 2010 al 2015 (il 26% del totale) ha investito in tecnologie green (o intende farlo nel 2016) per ridurre l’impatto ambientale, per il risparmio energetico e per una riduzione di CO2. Un terzo dell’industria manifatturiera (con particolare impeto – si legge – nell’industria petrolchimica e della gomma e plastica – e un quarto delle imprese di costruzioni). 134 mila imprese (il 9,3% del totale) dichiara di voler investire nel 2016, anche se a ben vedere si tratta di un trend in crescita dal 2013, ma in calo rispetto al 2011.

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Chi ha investito nelle tecnologie “verdi” ha aumentato maggiormente le proprie esportazioni (il 46% contro il 27% delle aziende che non hanno investito), ha visto crescere il proprio fatturato (il 35% delle imprese contro il 21% di chi non ha investito) e soprattutto ha prodotto innovazione (1 impresa su 3, contro 1 impresa su 5 fra quelle che non hanno investito nel green). Va detto che a investire nel green sono per la maggior parte le grandi imprese, con oltre 500 dipendenti, sia – spiegano gli esperti – in relazione alla loro economia di scala, è cioè dalla possibilità di effettuare investimenti inizialmente ingenti, ma anche perché sono in media le aziende più grosse a svolgere attività a più alto impatto ambientale. Interessante è invece notare che l’aumento di fatturato nelle imprese, in termini percentuali, non sembra legato alla dimensione dell’impresa che investe.

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Il risultato ecologico di questo sforzo sarebbe l’ottimo posizionamento del nostro Paese nel panorama europeo quanto a emissioni di CO2 e impiego di fonti di energia rinnovabile. Il rapporto propone come indicatori di riferimento per tentare – seppur con le pinze – un confronto fra Paesi, l’eco-tendenza e l’eco-efficienza. Per eco-efficienza si intende il livello di efficienza delle tecnologie green che sono il risultato dei vari investimenti, mentre l’eco-tendenza rileva i cambiamenti avvenuti a livello di eco-efficienza. Per quanto riguarda l’eco-tendenza siamo (dato 2014) al secondo posto in Europa dopo il Lussemburgo, quindi primi fra i Paesi del G7 con un indice di 153,3 dove la media dell’Unione Europea è definita come 100, mentre i cosiddetti “grandi Paesi” (cioè Italia, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito) hanno indice 129. Per quanto concerne l’eco-tendenza mostriamo risultati comunque migliori rispetto alla media dell’Unione Europea e anche dei grandi Paesi.

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Siamo particolarmente forti anche nel riciclo industriale: 47 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi riciclati nel 2015, più di Germania, Francia e Regno Unito. Siamo inoltre il secondo Paese europeo dopo la Germania per fatturato e numero di addetti ai lavori nel settore della preparazione al riciclo. Dal 2008 a oggi abbiamo assistito a una crescita nella percentuale di rifiuti riciclati per quasi tutte le categorie, raggiungendo il 100% nel caso dell’alluminio e l’80% nel caso di acciaio e legno.

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Resta il fatto che, quando parliamo di impronta ecologica e di emissioni, non basta essere bravi a casa propria. Proprio qualche giorno fa le Nazioni Unite denunciavano una presenza mai vista di anidride carbonica nell’aria nell’atmosfera: 400 parti per milione. E sempre qualche settimana fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicava gli ultimissimi dati sull’inquinamento dell’aria nel mondo che evidenziava un inquinamento oltre i limiti per nove persone su dieci e sugli impatti sulla salute della popolazione: oltre 3 milioni di morti nel 2012 dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale.
Un’ultima nota positiva viene dall’ambito occupazionale. Secondo la banca dati Excelsior di Unioncamere, che ogni anno raccoglie i dati sulle intenzioni di assunzione delle imprese, i cosiddetti Green Jobs coprono la metà delle assunzioni previste per il 2016, dove con il termine “assunzioni” Unioncamere intende i contratti a tempo indeterminato, a tempo determinato e di apprendistato, e sarà il settore delle costruzioni a trainare il mercato occupazionale. Un dato che assume ancor più rilevanza se consideriamo che le imprese che hanno investito o che intendono investire quest’anno nel comparto green sono “solo” un quarto del totale.
In un Paese dove – stando agli ultimi dati Istat – i tassi di occupazione giovanile (18-29 anni) sono fra i più bassi d’Europa (un 37% medio), si tratta di un settore su cui vale la pena, almeno, riporre qualche speranza.

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