Una persona di 60 anni oggi proveniente da una classe sociale più modesta ha la stessa velocità di camminata di un individuo di 66 anni più ricco. È quello che emerge da uno studio apparso sul BMJ a cui hanno partecipato anche ricercatori italiani, afferenti al Progetto Lifepath.
Ciò non sta certo a significare che fumo, obesità e via dicendo non impattano sulla nostra salute come pensavamo, anzi. Sono proprio i noti fattori di rischio che tutti ormai conosciamo i “colpevoli” di questo gap. La classe sociale è la cartina di tornasole delle conseguenze dell’insieme di questi fattori. L’importanza di questo studio è aver provato a focalizzare l’attenzione non sul singolo fattore di rischio (l’obesità, il diabete, l’ipertensione), ma sull’intero contesto di vita degli individui, che si può riassumere con lo status socio-economico, in cui si esprimono i fattori di rischio.
Dal punto di vista delle strategie globali innovative in materia di salute, finora l’impatto negativo dei fattori di rischio è principalmente valutato utilizzando parametri come la mortalità, mentre più ampie misure di benessere come la funzione fisica hanno ricevuto finora meno attenzione. «Non dovremmo limitare la nostra analisi alla lunghezza della nostra vita, ma studiare anche la qualità del nostro invecchiamento», afferma Mika Kivimaki,  docente all’University College di Londra. E per riuscire in questo è necessario partire – come ha insegnato Sir Michael Marmot – dalle condizioni socio-economiche, e ancor prima dai gap nell’istruzione. «Concentrandoci sull’invecchiamento sano e sul benessere funzionale, miriamo a fornire ulteriori prove per mettere a punto politiche sanitarie più generali che affrontino le avversità socioeconomiche prima di tutto, oltre ai fattori di rischio standard» conclude Kivimaki.
L’attività fisica insufficiente ha fatto perdere rispettivamente 5,7 e 5,4 anni (in termini di brillantezza della camminata) a uomini e donne, l’obesità 5,1 anni agli uomini e ben 7,5 alle donne. L’ipertensione 2,3 e 3,0 anni, il diabete 5,6 anni agli uomini e 6,3 alle donne e infine il fumo ha impattato di meno rispetto agli altri fattori di rischio: 3,0 agli uomini e 0,7 alle donne.
«Precedenti studi hanno dimostrato che diversi fattori di rischio, tra cui lo svantaggio socioeconomico, tendono a raggrupparsi negli stessi individui. Tuttavia, i nostri risultati suggeriscono che l’associazione tra basso profilo professionale e funzionamento fisico non è attribuibile ad altri fattori di rischio» racconta Silvia Stringhini, ricercatrice presso l’Ospedale universitario di Losanna in Svizzera e autrice principale dello studio.
I ricercatori hanno analizzato i dati da 37 studi per un totale di 109.107 uomini e donne di età compresa tra 45 e 90 anni, da 24 Paesi fra Europa, Stati Uniti, America Latina, Africa e Asia. È stata scelta la velocità della deambulazione come indicatore della funzione fisica dal momento che questa diminuisce con l’età ed è un buon predittore di sopravvivenza, ricoveri ospedalieri e declino cognitivo. Per valutare le condizioni socio-economiche si è fatto riferimento all’ultima occupazione degli individui. «Un altro dato rilevante è stata la differenza tra paesi ad alto reddito da un lato e paesi a basso e medio reddito dall’altro, dove i primi mostrano un numero maggiore di anni di funzionamento persi a causa di svantaggi socioeconomici» afferma Paolo Vineis, docente all’Imperial College di Londra e leader del progetto Lifepath. «Ciò potrebbe essere dovuto a differenze regionali nel modello sociale che determinano i principali fattori di rischio, come l’inattività fisica, l’obesità e il diabete».
Nei Paesi ricchi gli anni persi in termini di mobilità attribuibili al basso status socioeconomico all’età di 60 anni sono 8,0 per gli uomini e 5,4 per le donne. Nei Paesi a reddito medio-basso invece, i corrispondenti anni persi sono stati 2,6 per gli uomini e 2,7 per le donne.
È emerso dunque che lo status socio economico produce dunque più anni di vita persi in termini di mobilità rispetto agli anni di vita persi tout court (0,6 anni di vita persi per gli uomini e 0,3 per le donne) fra i 60 e gli 85 anni. Un’elevata assunzione di alcol si traduce in 0,5 anni di vita persi per gli uomini e 0,3 per le donne; il fumo in 1,4 anni per gli uomini e 1,3 per le donne; il diabete e l’inattività fisica 0,9 anni di vita persi. Ancora minore l’impatto di ipertensione e obesità in termini di anni di vita persi.