Le rocce sono uno scrigno inesauribile d’informazioni sul passato geologico della Terra. Lo studio degli elementi, dei minerali, dei sedimenti di cui sono composte permette di risalire al loro ambiente di formazione e alla loro età, strumenti fondamentali per la comprensione dell’evoluzione del nostro pianeta. Le rocce sono anche lo scrigno che custodisce le tracce della vita del passato: i fossili, testimonianze della vita nel tempo profondo della storia della Terra. Talvolta, però, sono le stesse rocce dalle quali i paleontologi estraggono i fossili a ostacolare la raccolta di queste informazioni, a causa della difficoltà di estrarre i fossili stessi dalla matrice inglobante.
Questo è quanto accaduto a un cranio scoperto all’inizio del secolo scorso sul Monte Argentario, in Toscana, datato a circa un milione e mezzo di anni fa. Il fossile, quasi completamente inglobato in una matrice rocciosa estremamente compatta color ruggine, è stato a lungo un mistero per i paleontologi. In base alle poche caratteristiche anatomiche che potevano essere “intraviste” nelle parti esposte, alcuni studiosi avevano riferito il cranio a diverse specie appartenenti al genere Panthera (che oggi include tutti i felidi di più grande taglia, come il leopardo, il giaguaro, il leone, la tigre). In particolare, gli studi più recenti avevano portato a classificare il fossile come appartenente a Panthera gombaszoegensis, il cosiddetto “giaguaro eurasiatico”, un grosso felide panterino simile all’attuale giaguaro sudamericano.
Per fortuna, le nuove tecnologie sono venute in aiuto degli scienziati per risolvere l’enigma. Grazie a una proficua collaborazione tra paleontologi e fisici delle Università di Perugia, Verona e Sapienza di Roma e dell’European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble, il cranio è stato scansionato con un particolare acceleratore di particelle in grado di generare raggi X a elevata potenza, la cosiddetta radiazione di sincrotrone. Questo tipo di analisi tomografiche, superficialmente confrontabili alle TAC di tipo ospedaliero, permette di ottenere immagini ad altissima risoluzione (enormemente maggiore di quella delle normali TAC) e, soprattutto, grazie all’elevatissima potenza e ad altre caratteristiche fisiche dei raggi X generati dal sincrotrone, di penetrare materiali anche estremamente compatti. Già applicata per altri tipi di fossili (tra i quali, ad esempio, dinosauri, ominidi e insetti “intrappolati” in ambra), la tecnica è stata qui applicata per la prima volta su un mammifero carnivoro.
Grazie a queste microtomografie ad altissima risoluzione, i ricercatori sono riusciti per la prima volta a “liberare” virtualmente il cranio del Monte Argentario dalla sua “gabbia” rocciosa. Le immagini 3D ad alta risoluzione hanno rivelato caratteristiche anatomiche prima nascoste, tra cui la morfologia completa dei denti e l’andamento delle suture tra le ossa del palato. Questi ultimi sono solo alcuni degli elementi che hanno consentito di riferire il cranio alla specie Acinonyx pardinensis, il “ghepardo gigante” del Plio-Pleistocene.

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Figura 1:
3D models of the Acinonyx pardinensis skull from Monte Argentario. (a,b) Rostral view of the skull with (a) and without (b) the embedding sediment (coloured in brown); (c–e) Skull in right lateral (c), left lateral (d), and dorsal (e) views; (fg) Cranium in ventral view without (f) and with (g) the mandible; (hi) Mandible in labial (h) and occlusal (i) views. Scale bar: 50 mm. 7 / Fonte: Synchrotron radiation reveals the identity of the large felid from Monte Argentario (Early Pleistocene, Italy); Scientific Reports

Questa specie, già nota da un buon numero di resti, perlopiù frammentari, provenienti da vari siti del Vecchio Mondo (Europa, Asia e Nord Africa), è vissuta per più di due milioni di anni, fino a estinguersi circa 600.000 anni fa. Studi precedenti condotti sui pochi resti craniali disponibili, in particolare due crani pressoché completi provenienti da Pantalla (Todi, Perugia), avevano già suggerito che A. pardinensis mostrasse molte differenze con l’attuale ghepardo (Acinonyx jubatus), col quale condivide il genere di appartenenza. Lo studio condotto sul felide del Monte Argentario ha evidenziato chiaramente che il grande A. pardinensis era in possesso di una combinazione peculiare di caratteri morfologici simili a quelli del ghepardo (cranio relativamente arrotondato, muso corto, denti premolari e molari con cuspidi alte e di forma lanceolata) e quelli dei felidi panterini, come il giaguaro e il leopardo. Inoltre, la revisione di tutti gli esemplari noti di A. pardinensis, ha portato gli autori a ipotizzare che anche questa specie, così come tutti i grandi felidi attuali, fosse caratterizzata da un certo grado di dimorfismo sessuale, con i maschi più grandi e massicci rispetto alle femmine.
Tra i grandi felidi attuali, il ghepardo spicca per le sue straordinarie doti da sprinter che gli consentono di raggiungere in pochi secondi velocità di picco di 100 km/h. La forte accelerazione gli permette di avvicinarsi repentinamente alle prede, per lo più gazzelle e antilopi, che dopo essere state atterrate con un colpo agli arti posteriori, vengono soffocate con un morso alla gola. Per raggiungere tali prestazioni, lo scheletro del ghepardo si è modificato nel tempo, divenendo esile e dalle dimensioni contenute, con artigli solo parzialmente retrattili a differenza di tutti gli altri felidi, e con un piccolo cranio tondeggiante con ampie cavità nasali. Queste ultime favoriscono un maggior flusso d’aria durante la corsa, ma la loro espansione è avvenuta, nel corso dei processi evolutivi, a scapito delle dimensioni dei canini, che nei ghepardi sono fortemente ridotti rispetto a quelli degli altri grandi felidi. Nel complesso, questa serie di adattamenti si esprimono in uno stile di caccia unico tra i carnivori odierni.
Le caratteristiche osservate sui fossili di A. pardinensis indicano però una struttura scheletrica differente da quella del ghepardo attuale. Come rivelato dallo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, la taglia media stimata in circa 80 kg è simile a quella di un giaguaro adulto, così come le ossa robuste e i denti massicci. Un “ghepardo gigante” quindi, che non avrebbe potuto raggiungere le prestazioni nella corsa della forma attuale. L’anatomia di A. pardinensis ricorda quella delle pantere attuali, meno veloci e più robuste del ghepardo, che cacciano con brevi inseguimenti e potenti morsi al muso o alla gola dopo un’imboscata. Il ghepardo gigante del Pleistocene era quindi un felide capace di abbattere erbivori di grandi dimensioni come fanno oggi i leoni o i giaguari. Un carnivoro vissuto milioni di anni fa in grado di esprimere ancora oggi l’eleganza del ghepardo e la potenza del giaguaro, caratteristiche che l’hanno reso uno dei predatori ai vertici della catena alimentare degli ecosistemi plio-pleistocenici, in competizione diretta con felidi dai denti a sciabola e iene giganti.