Gli elevati consumi di materia e di energia sono da sempre tra i parametri che caratterizzano di più il rapporto tra l’economia dell’uomo e l’economia della natura. Ciò è tanto più vero a partire dalla rivoluzione industriale, che da oltre due secoli si caratterizza appunto per la elevata produzione di beni di consumo e per l’uso enorme di materia ed energia. Malgrado le innovazioni tecnologiche, questo uso tende ad aumentare ancora, sia in termini assoluti che relativi.
Facciamo un esempio. Come riportano Iñaki Arto e da un gruppo di suoi colleghi in un lavoro, Global Resources Use and Pollution, pubblicato nel 2008, le risorse materiali estratte dalla superficie e dalla sottosuolo della Terra sono aumentate del 43% nel periodo che va dal 1995 al 2007. Mentre, riporta la Banca Mondiale in un’analisi pubblicata lo scorso anno, i consumi di energia sono aumentati del 100% nel periodo che va dal 1973 al 2013, passando da 4,7 a 9,3 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Il guaio è che ancora oggi l’82% di questa energia proviene da combustibili fossili e, dunque, contribuisce a far aumentare la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera con i cambiamenti del clima che ciò produce.
La domanda è: ma perché i consumi di materia e di energia continuano ad aumentare, sebbene viviamo in un’economia che si dice fondata su un bene immateriale, la conoscenza? Per quanto strano possa sembrare, non esistono studi scientifici approfonditi in grado di rispondere in maniera esauriente a questa domanda. Ed è anche per tentare di colmare, in quota parte, questa lacuna che Valeria Andreoni, ricercatrice della Manchester Metropolitan University Business School, ha condotto uno studio su 28 diversi Paesi (Italia compresa) nel periodo 1995/2007, i cui risultati sono stati pubblicati di recente sulla rivista Ecological Economics con il titolo Energy Metabolism of 28 World Countries: A Multi-scale Integrated Analysis.
Non entriamo nei dettagli. Diciamo solo che lo studio del “metabolismo energetico” si basa sull’idea che l’ambiente umano e quello del resto della natura sono strettamente correlati; che l’analisi dell’uso delle risorse materiale ed energetiche è essenziale per comprendere lo sviluppo delle società umane (e viceversa); che questo tipo di studi è essenziale per cercare di rendere sostenibile lo sviluppo sia dal punto di vista ecologico che sociale.
Ciò premesso, veniamo ai principali risultati della ricerca di Valeria Andreoni. Primo: in tutti questi Paesi – dell’Europa occidentale, dell’Europa orientale ed extraeuropei – la ricchezza prodotta (in termini di Prodotto interno lordo, Pil) tra il 1995 e il 2007 è aumentata. Nel medesimo periodo in tutti i Paesi è aumentato anche il consumo di energia, con due uniche eccezioni: la Gran Bretagna e la Svezia. È interessante notare che la cause della diminuzione dei consumi energetici tra i due Paesi sono diverse: la fine sostanziale dell’industria pesante nel Regno Unito, il risparmio dei consumi domestici di energia in Svezia, grazie a tecnologie innovative. In tutti gli stati analizzati l’incremento della ricchezza prodotta (in termini percentuali) è stato superiore all’incremento dei consumi energetici. In altri termini è diminuita l’intensità energetica: l’energia necessaria a produrre un’unità di Pil. Strettamente connesso a questo parametro è quello relativo alla produttività del lavoro (ovvero la ricchezza prodotta per ogni ora lavorata).
La crescita dei consumi assoluti di energia è dovuta, principalmente, all’aumento dell’energia consumata pro-capite. Ciascuno di noi, abitanti di questi 28 paesi a economia avanzata, ha aumentato in media la sua domanda di energia nell’unità di tempo. E non tanto per produrre di più nei campi o nelle fabbriche, ma per stare meglio a casa o in vacanza. Insomma, abbiamo assunto stili di vita sempre più affluenti ed energivori. È un risultato, a ben vedere, molto interessante. Perché dimostra che riusciamo a produrre sempre più con sempre meno. E che, dunque, possiamo facilmente risparmiare energia (e materia) modificando i nostri stili di vita. Una modifica all’insegna, appunto, del risparmio che, tuttavia, mal si concilia col modello di crescita economica imperante che si fonda sul consumismo più esasperato. Questi risultati a grana grossa erano, in qualche modo, già noti. Ma un’ulteriore dimostrazione scientificamente fondata non può che farci bene.
C’è una piccola nota, cui ci rimanda Valeria Andreoni. In tutti i venti anni e più analizzati – che, vale la pena ribadirlo, precedono la grande crisi del 2007/2008 – ci sono due paesi in cui la produttività del lavoro è aumentata poco. Meno di ogni altra: Spagna (appena il 7,7%) e soprattutto Italia (non più del 6,4%). Questa scarsa produttività si è accompagnata ed è, in parte, spiegata dal fatto che l’efficienza energetica del nostri sistema produttivo, tra le prime nel 1995, è migliorata di poco, tanto da risultare tra le ultime nel 2007. Sempre nel 2008 – dunque, sulla base di analisi non mascherate dalla forte crisi recessiva che ha investito l’Italia – Ian Dew-Becker e Robert J. Gordon spiegarono perché in un saggio, The Role of Labor-Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth, molto ben documentato: il nostro Paese, così come la Spagna, si è impegnato in riforme tese a promuovere la flessibilità del mercato del lavoro, con il conseguente aumento di lavoratori precari e poco costosi, che hanno finito per scoraggiare gli investimenti nella produttività e nell’innovazione.
Il risultato, almeno per quanto riguarda l’Italia, è che l’economia ristagna, i giovani non hanno prospettive di lavoro continuato e sufficientemente remunerato e anche l’ambiente ne risente.