È il 1953, anno in cui Elisabetta II viene incoronata regina, in cui per la prima volta viene scalato l’Everest; è l’anno dell’assalto alla Caserma Moncada e nelle sale cinematografica si fa la fila per vedere Audrey Hepburn scorrazzare in vespa per le strade di Roma nel film “Vacanze romane”. Ma il 1953 è anche l’anno in cui la rivista Nature pubblica una paginetta col titolo “A structure for Deoxyribose Nucleic Acid” a firma del biologo James Dewey Watson e del fisico Francis Harry Compton Crick che descrive la struttura a elica del DNA e il suo meccanismo di replicazione. Un intervento scarno ed essenziale, una pagina e una illustrazione.

corr68.11-reprint-19530425-01-600w
A Structure for Deoxyribose Nucleic Acid, Nature/ 1953

Ma prima di quella pagina c’è una storia da raccontare. Gennaio 1953, James Watson si trova nel suo laboratorio di Cavendish, a Cambridge, quando la porta si apre e fa capolino Maurice Wilkins, del King’s College di Londra. Entrambi erano impegnati a risolvere il complicato puzzle della struttura del DNA e della sua capacità di replicarsi infinite volte.
Geni, genoma ed ereditarietà stavano oramai entrando nel vocabolario comune. Il tempo stringeva, perché nell’ambiente scientifico si era sparsa la voce relativa alla teoria, messa a punto da Linus Pauling e da Robert Corey seconda la quale il DNA era formato da un’elica di tre filamenti con i fosfati in collocazione centrale. Era imminente la pubblicazione ufficiale, con tutti i crismi dell’autorevolezza su una rivista del settore di grande prestigio.
Quel giorno Watson si era appena rintanato tra le mura amiche, reduce da uno scontro con Rosalind Franklin perché reo di essere entrato nel suo laboratorio del King’s senza bussare.
Rosalind, che come sempre era intenta a lavorare su un fotografia presa ai raggi X, lo aveva fulminato con una delle sue proverbiali occhiate.
Rientrato nella sua “tana” al Cavendish, al giovanottone statunitense (che nonostante l’atletica corporatura era sempre a disagio davanti all’altro sesso) si era palesato il collega del Cavendish, superiore in grado alla “poco socievole” ragazza.
I due, Wilkins e Watson, si confortarono a vicenda a proposito dell’intrattabile Rosalind. Anche i rapporti di Wilkins con la giovane ricercatrice non erano proprio idilliaci, nonostante qualche sussurro fosse stato di parere opposto, prospettando addirittura qualche cosa che travalicasse la semplice collaborazione sul lavoro.
Proprio per sostenere la teoria che Rosalind fosse una persona chiusa e gelosa del proprio lavoro, Wilkins tirò fuori una foto (rubata alla Rosalind) che ben presto diventerà la famosa Fotografia 51.
Un gesto semplice ma per gli occhi di Watson rivoluzionario. Watson, al contrario di Wilkins comprese immediatamente il messaggio fondamentale che l’immagine custodiva. La «51» rappresentava la cosiddetta forma B del DNA (l’altra era definita A) e si rivelerà il passaggio crucialeper arrivare a comprendere che la struttura della molecola era un’elica, costituita dalle due forme tra loro intrecciate. Scriverà Watson: «Come vidi la foto rimasi fulminato e sentii che il cuore si era messo a battere forte».
Dopo avere cenato in un locale di Soho, in treno Watson buttò giù sul bordo di un giornale uno schema sulla ipotetica struttura del DNA. Pensava ancora alla triplice catena elicoidale ma, all’atto di entrare in casa, tutto gli apparve più chiaro: le catene erano due. La foto 51 lo diceva chiaramente.
Il 7 marzo del 1953, Watson, insieme a Francis Crick (fisico geniale, di indole mordace e ribelle), suo sodale al Cavendish, realizzarono il primo attendibile modello di DNA, costruito, per ammissione dello stesso Crick, in base ai dati di Rosalind Franklin.

26972820_10211023320282015_869428593_oIllustrazioni Francesco Montesanti

In questa storia c’è una seconda donna. Che non dette contributi scientifici nel senso letterale del termine, ma che probabilmente contribuì a trasformare il DNA nell’icona visiva della biologia molecolare che è diventata. È Odile Speed, moglie di Francis Crick, che rappresentò graficamente il modello proposto dai due scienziati, poco abili nel disegno, a corredo dell’articolo su Nature.
Giorgio Semenza in un saggio di qualche anno fa, La doppia elica, sottolinea come nel XX secolo nell’ambito delle scienze biologiche questa pubblicazione abbia assunto la stessa importanza dell’Origin of the Species di Charles Darwin nel secolo precedente. Entrambe produssero un svolta fondamentale nel pensiero biologico. Un traguardo che ha segnato un’epoca, ma che non sarebbe stato possibile senza i molti scienziati, forse meno noti, che portarono il loro contributo. Tra questi Friedrich Miescher che per primo nel 1869 aveva isolato la molecola e l’aveva chiamata “nucleina” perché contenuta nel nucleo delle cellula; Phoebus Levene che ai primi del Novecento aveva indicato i tre componenti principali (zucchero, fosfato e base azotata) di ogni singolo nucleotide, l’unità di base che ripetuta in successione forma le due eliche del DNA; Oswald Avery che aveva individuato il DNA come la molecola che porta l’informazione ereditaria. E ancora Erwin Chargaff che alla fine degli anni Quaranta stabiliva il corretto rapporto tra le quattro basi del DNA (timina, adenina, guanina, citosina), fino a Linus Pauling, Nobel per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1963, che suggerì per il DNA una forma a elica.

26971927_10211028256005405_1023101832_o
Illustrazioni Francesco Montesanti

Quella paginetta di Nature presenta ancora oggi un errore, una dimenticanza. Il paper porta la firma solo di Watson e di Crick e non di Rosalind che morirà di cancro 15 aprile 1958.
Il ruolo di Rosalind in quella che è stata probabilmente la più importante scoperta scientifica del XX° secolo fu oscurato da una serie di manovre ordite alle sue spalle. Crick e Watson si precipitarono a pubblicare su Nature i risultati del loro lavoro. Il decisivo contributo alla scoperta dato dalle immagini di Rosalind non fu menzionato, né poteva esserlo, visto che quelle immagini non erano ancora di pubblico dominio. Quattro anni dopo la morte di Rosalind, nel 1962, Crick, Watson e Wilkins furono insigniti del Premio Nobel per la medicina.
Nei decenni successivi il mito dell’eroina trattata ingiustamente è cresciuto, alimentato dalla sua precoce morte.
Ancora oggi Rosalind Franklin è il simbolo della posizione di inferiorità delle donne nel Pantheon della scienza. Noi vogliamo ricordarla con le parole che  una giovane Rosalind, appena arrivata a Cambridge, scrisse al padre:
“Tu consideri la scienza (o per lo meno così ne parli) come una sorta di invenzione umana lesiva della morale ed estranea alla vita reale, un’invenzione che va tenuta sotto controllo e collocata fuori della vita quotidiana. Ma la scienza e la vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separate. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita. Per quanto è possibile, la scienza è basata sui fatti, sull’esperienza e la sperimentazione… Sono d’accordo che la fede sia essenziale per riuscire nella vita… Dal mio punto di vista, la fede sta nella convinzione che, facendo del nostro meglio, ci avvicineremo di più all’obiettivo e che l’obiettivo (il miglioramento di tutto il genere umano, presente e futuro) sia un bene degno di essere perseguito.”

Testo: Francesco Aiello
Illustrazioni:  Francesco Montesanti