Non è la prima volta che succede. Ma la causa civile che sta per aprirsi presso una corte federale a Eugene, nell’Oregon, Stati Uniti, intentata da 21 cittadini americani contro l’Amministrazione di Washington colpevole di compromettere il futuro di vecchie e nuove generazioni con la sua politica del clima, va seguita con molta attenzione. Per diversi motivi.
Il primo è che quei 21 cittadini che hanno portato alla sbarra l’Amministrazione sono giovani, che pongono il problema del patto intergenerazionale: noi abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli e nipoti il pianeta così come lo abbiamo ricevuto dai nostri padri e nonni. Per quanto possibile. Questo è un cardine del diritto ecologico sancito in diverse assise delle Nazioni Unite, a partire dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. Ma che qualcuno chiami un tribunale (civile) a decidere se un governo ha una precisa responsabilità a rispettare questo diritto, beh questo non è usuale.
Il secondo motivo è che i 21 giovani non chiedono che il tribunale sentenzi un risarcimento preventivo in denaro, ma una precisa politica ecologica. Insomma, chiedono che i giudici ordinino una precisa politica sui cambiamenti climatici, tesa ad abbattere le emissioni di gas serra degli Stati Uniti. La domanda è: può un giudice decidere la politica ecologica di un governo? Vale più il diritto delle future generazione a vivere in un pianeta con un clima desiderabile o il diritto di un governo eletto democraticamente a decidere la politica che ritiene più opportuna? Il quesito è decisamente inedito e la risposta non è affatto scontata. Farà scuola.
Ma, forse, la maggiore novità di questa causa che sta per iniziare – a meno di interventi della Corte Suprema – sta nella difesa. L’avvocatura che deve, per l’appunto, difendere la posizione dell’Amministrazione sta adottando una strategia che non riflette esattamente la proposta politica di chi il governo federale lo dirige, Donald Trump.
Richiamiamo alla memoria qual è la posizione del presidente degli Stati Uniti. Ha vinto le elezioni, Donald Trump, sostenendo che i cambiamenti del clima sono un’invenzione della Cina per attaccare l’economia e il benessere degli americani. E, in coerenza con questa posizione, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi che hanno deciso una prima e incompleta politica di prevenzione del climate change.
Si tratta, come sappiamo, di una posizione che non riconosce la validità degli studi scientifici – compresi quelli poderosi e rigorosi degli scienziati americani – che invece affermano che i cambiamenti climatici siano in atto e causati dalle attività umane.
Ed è qui che la novità diventa apparente. Gli avvocati che si presenteranno presso la corte federale a Eugene, nell’Oregon, non contestano l’esistenza dei cambiamenti climatici. La danno, nei margini dell’incertezza che attiene a ogni proposizione scientifica (in questo caso davvero minima) per acclarata. Quello che contestano è la ineluttabilità degli scenari più catastrofici. E, soprattutto, la possibilità deterministica di associare ogni singolo evento meteorologico – un uragano, un’alluvione, un’onda di calore – ai cambiamenti climatici. Possibilità negata da ogni serio scienziato del clima.
I climatologi sostengono che certi fenomeni meteorologici diventano più probabili – talvolta molto più probabili – a causa dei cambiamenti climatici. Ma nessuno sostiene che un singolo evento sia determinato dal climate change.
Ora, noi non sappiamo cosa decideranno i giudici federali dell’Oregon, ma il riconoscimento da parte dell’avvocatura che difende la posizione di Trump che il cambiamento climatico non è un’invenzione – tantomeno un’invenzione della Cina – ma una realtà costituisce una novità importante.
Da questo momento l’Amministrazione di Washington avrà molta difficoltà a sostenere quanto Donald Trump ha proclamato in campagna elettorale e nei primi anni della sua presidenza. D’ora in poi potrebbe essere più difficile per il presidente USA giustificare l’uscita dagli accordi di Parigi.
Il tribunale dell’Oregon potrebbe non avere il diritto e il potere giuridico per imporre la politica ecologica di Donald Trump. Ma il presidente dovrà spiegare agli americani e al mondo perché, se crede ormai che i cambiamenti climatici sono una realtà, non intende fare nulla per prevenirli e/o minimizzarne gli effetti.