Alexander Fleming: quando la scienza non va in vacanza!

È tempo di vacanze. Tra prenotazioni online, pieno al camper e grandi pulizie della casa in campagna molti italiani si stanno preparando a ‘staccare la spina’ per qualche settimana del lavoro. Ogni volta che però siamo in vacanza, piano a piano, si fa largo dentro di noi una domanda: cosa troverò al mio ritorno? Una domanda che viene accentuata, soprattutto, se siamo delle persone sbadate quindi con la preoccupazione di aver lasciato l’acqua aperta oppure la finestra spalancata. Per il medico e biologo britannico Alexander Fleming la domanda era un’altra: avrò gettato le colture cellulari in laboratorio prima di partire?
Micron
Illustrazioni di Francesco Montesanti
Micron
Biologia e Comunicazione della Scienza
Micron
Illustratore freelance

È tempo di vacanze. Tra prenotazioni online, pieno al camper e grandi pulizie della casa in campagna molti italiani si stanno preparando a ‘staccare la spina’ per qualche settimana del lavoro. Ogni volta che però siamo in vacanza, piano a piano, si fa largo dentro di noi una domanda: cosa troverò al mio ritorno? Una domanda che viene accentuata, soprattutto, se siamo delle persone sbadate quindi con la preoccupazione di aver lasciato l’acqua aperta oppure la finestra spalancata. Per il medico e biologo britannico Alexander Fleming la domanda era un’altra: avrò gettato le colture cellulari in laboratorio prima di partire? Correva l’anno 1928 e al St. Mary’s Hospital di Londra Fleming stava svolgendo ricerche sul presunto agente patogeno dell’influenza (che solo in seguito si scoprì essere di natura virale e non batterica), si assentò dal suo laboratorio per un breve periodo di vacanza di circa tre giorni, dimenticando di distruggere alcune colture di Staphilococcus aureus.
Al suo ritorno, il 3 settembre, riprese in mano le colture che aveva preparato prima di partire e che avrebbe dovuto gettare via tre giorni prima e, con un “That’s funny…” espresse al collega Pryce tutta la propria meraviglia nel constatare che in una piastra di Petri c’era un alone chiaro inusuale: in quella zona, vicino a colonie fungine contaminanti (in seguito identificate come colonie di Penicillium notatum) le colonie di Staphilococcus aureusnon erano cresciute.
Fleming cercò subito di replicare ma con scarsi risultati  il fenomeno originale. L’estate del 1928 fu infatti molto fredda e i batteri crescevano lentamente sulle piastre, dal momento che non si usavano ancora incubatori termostatati.
Ma quell’’inibizione della crescita assomigliava al fenomeno che aveva osservato sei anni prima e che era stato provocato dalla lacrima caduta casualmente sulla piastra di coltura (aveva così scoperto il lisozima!): questa volta, però, al centro dell’area più chiara non c’era una lacrima, ma una muffa, contaminante.

Illustrazioni di Francesco Montesanti

Fleming intuì subito l’importanza della sua osservazione e la collegò a quella fatta anni prima e invece di eliminare la coltura contaminata, fece ulteriori esperimenti.
In seguito dichiarò: “Se non fosse stato per la mia precedente esperienza, avrei subito buttato via la piastra perché contaminata, come molti batteriologi devono aver fatto prima di me. E’ molto probabile che altri ricercatori abbiano visto in una coltura gli stessi cambiamenti che ho osservato io, ma, in assenza di un interesse particolare per le sostanze antibatteriche naturali, le colture andate a male siano state immediatamente gettate. Invece di eliminare la coltura contaminata, io feci alcuni esperimenti“.
Fleming identificò in un secondo momento la muffa come appartenente al genere Penicillium. Se nei punti in cui la muffa era accidentalmente caduta sul terreno di coltura i batteri scomparivano, significava che questa conteneva qualche sostanza in grado di distruggerli. Quando riuscì a isolare ed estrarre, anche se non totalmente, questo nuovo composto, lo chiamò penicillina.
Il batteriologo riuscì a dimostrare l’azione di questa muffa nei confronti di diversi batteri, però non riuscì a estrarre dalla muffa la sostanza battericida né a renderla utilizzabile per la cura delle malattie
Con la stesura di un articolo “Sull’azione batterica delle colture di Penicilliumcon un attenzione particolare al loro impiego all’isolamento del B. influenzae” sul “British Journal of Experimental Pathology” aveva richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’antibiosi che era già stato usato precedentemente per indicare l’azione di un organismo che distrugge la vita di un altro per mantenere la propria.
Malgrado la disapprovazione di alcuni colleghi, Fleming proseguì i suoi studi fino al termine degli anni Venti. I tentativi di Fleming di usare la penicellina come un antibiotico furono del tutto fallimentari. Le prime sperimentazioni cliniche condotte sull’uomo non portarono ad alcun risultato apprezzabile, tanto che Fleming decise di non proseguire oltre, convinto che, prima di passare alla fase di applicazione clinica, occorresse trovare il modo di concentrare la penicillina, per renderla più efficace. Un metodo che fu trovato nel 1940 da Ernst Boris Chain Howard Walter Florey, due ricercatori dell’università di Oxford che si imbatterono casualmente erano nel paper del British Journal of Experimental Pathology a firma di Fleming. I due ricercatori riuscirono a isolare in forma pura la penicillina e passarono a testarla per la prima volta su un paziente terminale affetto da setticemia. Si trattava di un poliziotto londinese di nome Albert Alexander, cui fu somministrata per via endovenosa una quantità di antibiotico pari a 160 mg. Ventiquattrore dopo la sua temperatura iniziò a scendere di pari passo con il ridursi dell’infezione. Purtroppo per lui la quantità di penicillina non era sufficiente e ciò, un mese più tardi, lo condusse alla morte.
I risultati tuttavia erano innegabili: la sostanza aveva un effetto curativo efficace e non era tossica per l’uomo. Prima dell’estate Florey e il suo collaboratore Norman Hartley raggiunsero gli Stati Uniti per dare il via alla commercializzazione del prodotto, che in poco tempo diventò un farmaco di interesse industriale per aziende come Merck, Pfizer e Squibb.
Il mondo della scienza accolse con entusiasmo questa scoperta e decise di rendere merito ai vari protagonisti con il massimo riconoscimento: Alexander Fleming, Ernst Boris Chain e Howard Walter Florey ricevettero il Nobel per la Medicina del 1945, «per la scoperta della penicillina e dei suoi effetti curativi in molte malattie infettive».
La scoperta della penicillina da parte di Fleming è stata fondamentale anche per indirizzare le sorti del Seconda Guerra Mondiale e per questo per anni nei confronti dello scienziato britannico è circolata una singolare  vicenda che legava lo scienziato a Winston Churcil
“Si chiamava Fleming ed era un povero contadino scozzese. Un giorno, mentre stava lavorando, sentì un grido d’aiuto venire da una palude vicina. Immediatamente lasciò i propri attrezzi e corse alla palude. Lì, bloccato fino alla cintola nella melma nerastra, c’era un ragazzino terrorizzato che urlava e cercava di liberarsi. Il fattore Fleming salvò il ragazzo da quella che avrebbe potuto essere una morte lenta e orribile… Il giorno dopo una bella carrozza attraversò i miseri campi dello scozzese; ne scese un gentiluomo elegantemente vestito che si presentò come il padre del ragazzo che Fleming aveva salvato: “vorrei ripagarvi” gli disse il gentiluomo, “avete salvato la vita di mio figlio”. “Non posso accettare un pagamento per quello che ho fatto” replicò il contadino scozzese rifiutando l’offerta. In quel momento il figlio del contadino si affacciò alla porta della loro casupola. “E’ vostro figlio?” chiese il gentiluomo. “Sì” rispose il padre orgoglioso.” “Vi propongo un patto: lasciate che provveda a dargli lo stesso livello di educazione che avrà mio figlio. Se il ragazzo somiglia al padre, non c’è dubbio che diventerà un uomo di cui entrambi saremo orgogliosi” E così accadde. Il figlio del fattore Fleming frequentò le migliori scuole dell’epoca, si laureò presso la scuola medica dell’ospedale St. Mary di Londra e diventò celebre nel mondo come sir Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina. Anni dopo, lo stesso figlio del gentiluomo che era stato salvato dalla palude si ammalò di polmonite. Questa volta fu la penicillina a salvare la sua vita. Il nome del gentiluomo era lord Randolph Churchill e quello di suo figlio sir Winston Churchil”.

Un bellissimo racconto da libro “Cuore” che lo stesso Fleming in alcune lettere definì una storia completamente priva di fondamento.

 

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X