Ancora, James?

“Tra i bianchi e i neri ci sono differenze nei risultati dei test di intelligenza. Direi che la differenza è genetica”. Il controverso biologo James Watson, vincitore del premio Nobel per la medicina per essere stato uno degli scopritori della struttura del DNA, ha rilanciato le sue teorie razziste nel corso del documentario 'Decoding Watson', presentato in qualche giorno fa sul canale PBS. Dichiarazioni che sconfortano, ancor più se si pensa che vengono pronunciate esattamente 80 anni dopo la pubblicazione del Manifesto della razza.
Francesco Aiello, 07 Gennaio 2019
Micron
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Biologia e Comunicazione della Scienza

“Tra i bianchi e i neri ci sono differenze nei risultati dei test di intelligenza. Direi che la differenza è genetica”. Il controverso biologo James Watson, vincitore del premio Nobel per la medicina nel 1962 per essere stato uno degli scopritori della struttura del DNA, ha rilanciato le sue teorie razziste nel corso del documentario Decoding Watson, presentato in anteprima qualche giorno fa sul canale PBS. Insomma, Watson ci è ricascato. Correva l’anno 2007 quando il biologo statunitense dichiarava al Sunday Times di “essere preoccupato riguardo alla prospettiva dell’Africa” ​​perché “tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza è uguale alla nostra, mentre tutti i test dicono che non è così”. Watson riconosceva come naturale l’aspirazione umana all’uguaglianza degli uomini, ma «le persone che hanno avuto a che fare con dipendenti neri sostengono che non è vero». Riflessioni che venivano confermate anche in suo libro: «Non c’è un valido motivo per prevedere che le capacità intellettive delle persone divise geograficamente al momento della loro evoluzione si siano esplicate in maniera identica. Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità razionali come una sorta di patrimonio universale dell’umanità non è sufficiente per renderlo reale». Dichiarazioni così forti da costringere il consiglio di amministrazione del Cold Spring Harbor Laboratory, che aveva diretto per circa 40 anni, a licenziarlo (anche se comunque è rimasto membro emerito). Il presidente dell’epoca della Federazione degli Scienziati Americani disse: “Ci ha deluso nel peggior modo possibile. È un modo triste e rivoltante di finire una carriera”.

A dire la verità il buon James non era nuovo a controversie nate da alcune sue dichiarazioni su politica, sessualità e razza. Nel 1997 affermò che una donna avrebbe dovuto avere il diritto di abortire se dalle analisi fosse emersa l’omosessualità del suo bambino.
Nel 2000, durante una conferenza, disse che c’era un nesso tra l’esposizione alla luce solare – quindi il caldo – e la libido, e che “questo è il motivo per cui esistono i latin lover”. Nello stesso discorso disse che le persone magre sono ambiziose: “Ogni volta che fai un colloquio con una persona grassa ti senti in colpa, perché sai che finirai per non assumerla”. Watson fu anche notoriamente offensivo e arrogante quando lavorò come docente ad Harvard, persino per gli standard di una persona che insegna in quella università. E. O. Wilson, uno dei suoi colleghi, ha detto che tra gli anni Cinquanta e Sessanta era il “Caligola della biologia” per il disprezzo che aveva verso chi studiava qualsiasi altra cosa rispetto alle molecole. Wilson scrisse che, sfortunatamente, Watson aveva avuto un colpo di genio quando aveva appena 25 anni: “Era come se gli avessero dato una licenza per dire tutto ciò che gli veniva in mente e si aspettava di essere preso sempre sul serio”.
A partire da quelle dichiarazioni, targate 2007, Watson precipita, giustamente, in un tunnel di oscurità e ostracismo. Nessun laboratorio vuole i suoi consigli, nessun ateneo è disposto ad averlo come ospite per uno speech. A distanza di qualche tempo Watson si scuserà dando in sostanza la colpa al cronista che raccolse l’intervista: “In qualche modo scrisse che ero preoccupato per la gente in Africa a causa del loro basso quoziente intellettivo… qualcosa che non si può dire”.
Ora il documentario Decoding Watson segna il ritorno dello scienziato sotto dei riflettori. Il film, segue Watson e il suo ambiente per un anno. Per il regista Mark Mannucci un’occasione perfetta per ritornare, a distanza di dieci anni, sulle sue dichiarazioni razziste del 2007. Alla domanda se avesse cambiato idea, Watson va dritto per la sua strada: “Niente affatto. Mi piacerebbe aver cambiato idea, ma non ci sono nuovi studi che dimostrano che la conoscenza acquisita sia più importante di quella innata. È terribile, proprio come è orribile per gli schizofrenici. Se la differenza esiste, dobbiamo chiederci, come possiamo provare a superarla?”

“È deludente che qualcuno che ha apportato contributi così innovativi alla scienza perpetui tali credenze dannose e scientificamente infondate”, ha detto al New York Times Francis Collins, direttore del National Institutes of Health degli Stati Uniti.La maggior parte degli esperti di intelligenceritiene che le differenze rilevate nei test non derivino da fattori genetici, ma da fattori ambientali, sottolinea Collins. Le persone con uno status socioeconomico più elevato, una migliore alimentazione e una migliore istruzione avranno, in media, risultati migliori nei test di intelligenza.
“Non è una vecchia storia di un vecchio con vecchi punti di vista” – spiega Andrea Morris, della Rockefeller University, che ha lavorato come consulente scientifico per il film – “anzi il pensiero di Watson è purtroppo ancora molto attuale e condiviso da una minoranza di persone”. La preoccupazione di Morris è confermata anche dal Humane Societyche ha rilasciato una dichiarazione “allarmata dalla risurrezione sociale di gruppi che rifiutano il valore della diversità genetica e usano concetti genetici distorti o già screditati per rafforzare false affermazioni sulla supremazia bianca”. La genetica, prosegue la nota, “dimostra che gli umani non possono essere divisi in sottocategorie biologicamente distinte”.

Il documentario non evita un’altra delle grandi controversie di Watson: l’emarginazione storica della sua collega Rosalind Franklin, la chimica britannica la cui fotografia con i raggi X della molecola del DNA è stata fondamentale per determinare la struttura a doppia elica del DNA. Nel libro “La doppia elica” Watson faceva riferimento a Franklin chiamandola “Rosy” (un nomignolo che lei stessa non usava), criticava il modo in cui si vestiva e si truccava, e la definisce erroneamente come l’assistente di un altro scienziato. Ora nel documentario “liquida” la Franklin dicendo che “Rosalind ha avuto quella famosa fotografia per otto mesi e non ha mai concluso che fosse un’elica”. Insomma ancora oggi non vuole riconoscere il merito e l’importanza degli studi  della Franklin senza i quali lui e Francis Crick non sarebbero stati i primi a scoprire la struttura a doppia elica e cambiare la visione della scienza e del pensiero umano.
Come dimostra Watson, gli scienziati possono essere brillanti pensatori e barbari bigotti allo stesso tempo. Non sipuò scoprire il meccanismo con cui la natura crea la vita dalla vita e poi fare affermazioni sulle razze prive di ogni fondamento. Lo scienziato statunitense con le sue affermazioni non fa altro poi che alimentare quella parte del web che vuole generare confusione e utilizzare in modo maldestro e criminale la scienza come prova della gerarchia razziale.
Le parole di Watson fanno ancora più male se si pensa che vengono pronunciate esattamente 80 anni dopo la pubblicazione del Manifesto della razza. Come noto, questo documento rivendicava l’esistenza di una “pura razza italiana”, nel senso biologico del termine, sostanzialmente immutata da più di un migliaio di anni, la cui origine ariana si sarebbe dovuta preservare nella sua purezza. Il manifesto fece da apripista alle famigerate leggi razziali, una serie di provvedimenti, rivolti prevalentemente contro i diritti delle persone di origine ebraica, promulgati tra il settembre del 1938 e il febbraio del 1945.

Nel 2008 un gruppo di scienziati e studiosi italiani ha proposto il Manifesto degli scienziati antirazzisti. In questo documento, i pretesi assiomi razziali e razzisti del Manifesto del 1938 sono stati discussi e demoliti, punto per punto, attraverso un’accurata esposizione delle conoscenze scientifiche e dei fatti storici.  Per molti, i pensieri di Watson non dovrebbero trovare spazio sui media ma per altri, come Nathan Smith del Children’s National Health System, riportare queste dichiarazioni deve servire proprio a sradicare questo tipo di disinformazione.

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