Aria di Covid

Mascherina sì o mascherina no? Serve a proteggerci o è per proteggere gli altri? Il virus è nell’aria? Cosa c’entra l’inquinamento atmosferico? A oggi, difficilmente gli esperti risponderanno con precisione a queste domande. Tranne a una, in verità. Vediamo quale.
Simona Re, 07 Aprile 2020
Micron
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Giornalista scientifica

Sulla trasmissibilità di Covid-19 in questi giorni si è detto molto. Alle volte, anche troppo. Sull’argomento, tanto i contenuti dei media, quanto le contrastanti disposizioni dei governi per contrastare l’epidemia, hanno generato non poca confusione negli italiani. Il motivo che sta alla base della poca chiarezza delle informazioni circolanti è da ricondursi probabilmente a una scarsa dimestichezza alla comunicazione con la comunità scientifica, e alla comprensione dei suoi strumenti e delle sue modalità di lavoro. Quando una domanda non ottiene la risposta che vogliamo, quello che dovremmo chiederci innanzitutto è se stiamo usando lo stesso linguaggio dei nostri interlocutori. Mascherina sì o mascherina no? Serve a proteggerci o è per proteggere gli altri? Il virus è nell’aria? Cosa c’entra l’inquinamento atmosferico? A oggi, difficilmente gli esperti risponderanno con precisione a queste domande. Tranne a una, in verità. Vediamo quale.

PERCHÉ COPRIRE NASO E BOCCA? 
Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima capire a quale dispositivo di protezione individuale ci riferiamo, per proteggere chi, e soprattutto da che cosa. Sars-CoV-2, che causa Covid-19, è un virus nuovo, e quindi pochissimo conosciuto, ora oggetto di numerosi studi nel mondo. Come per altre patologie respiratorie infettive, ciò che sappiamo è che il virus può essere trasmesso attraverso le mucose come la bocca, il naso e gli occhi, da superfici infette o per via aerea. Per quanto riguarda la trasmissione per via aerea dei patogeni respiratori, questa può avvenire tramite gocce emesse nell’aria entro 2 metri di distanza, oppure attraverso aerosol, e quindi gocce più piccole, a una distanza anche maggiore, e che possono originarsi da starnuti, colpi di tosse e respiro.
A questo proposito, un primo studio pubblicato sul
Journal of American Medical Association ha calcolato che, in funzione di fattori come la temperatura, l’umidità e la turbolenza dell’aria, le goccioline potrebbero raggiungere fino a 8 metri di distanza. Questo significa che, seppure la trasmissione aerea negli ambienti esterni sembri preoccupare oggi in molti, grande attenzione per la prevenzione della diffusione del coronavirus andrebbe semmai rivolta alla sicurezza degli ambienti indoor, e quindi non solo gli ospedali, ma anche case, uffici e mezzi di trasporto pubblici. A questo proposito, nonostante l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) abbia elaborato importanti specifiche indicazioni per prevenire il contagio in ambiente indoor, queste risultano tuttavia scarsamente adottate in molti ambiti lavorativi e luoghi pubblici nel nostro Paese.

Quanto dovremmo stare all’erta? Studi preliminari stimano un tempo massimo di 3 ore per la permanenza del virus nell’aerosol. Per questo motivo, gli esperti raccomandano di aprire spesso le finestre delle nostre case, per favorire il movimento e il ricambio dell’aria. L’attenzione al rischio dell’aerosol non deve tuttavia farci precipitare nel panico, dal momento che, come spiegano i virologi, la sola presenza di particelle virali o tracce di virus non è sufficiente a scatenarne il potenziale infettivo, che richiede invece una minima carica di innesco. L’ammontare del minimo di carica virale è ancora oggetto di studio, ma i pareri preliminari di Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e comunità scientifica, impegnati tuttavia in importanti approfondimenti a questo riguardo, al momento sembrano rassicuranti.

Sulla base di queste premesse, appare evidente come l’adozione di differenti misure di contenimento (ad esempio l’invito all’uso della mascherina da parte di alcune amministrazioni comunali) non sia da ricondursi a una scarsa competenza o incoerenza delle istituzioni locali o nazionali, quanto piuttosto a una libera iniziativa da parte degli enti nel valutare eventualmente la necessità di una più stretta misura di contenimento, a fronte di basi scientifiche non ancora consolidate. Il grave colpo inferto da Covid-19 alla regione Lombardia potrebbe dunque legittimare, ad esempio, la recente introduzione della raccomandazione di coprirsi naso e bocca con una mascherina o una sciarpa fuori dalle abitazioni.

MASCHERINA SÌ MASCHERINA NO 
Veniamo quindi ai possibili mezzi di protezione individuale. Un mascherina vale l’altra? L’obbligo della mascherina ci sembra una limitazione alla nostra libertà individuale? E ancora, la raccomandazione di usare una semplice sciarpa sembra ridicola e contraddittoria?
La risposta è no, a ognuna di queste domande.
Data l’elevata percentuale di pazienti asintomatici, coprirci tutti naso e bocca potrebbe costituire una strategia chiave per contrastare la diffusione del contagio. Questo perché molti di noi, non sapendo di essere infetti, possono rappresentare un’ignara e potenziale causa di contagio per il prossimo.
A seguire, una mascherina non vale l’altra. Il recente abuso di molti italiani nella corsa al recupero dei dispositivi più evoluti, causato dalla scarsa informazione circolata in merito, sembra aver generato un impatto importante sulla carenza di dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari.
Tanto per iniziare, non esiste una mascherina in grado di proteggerci al 100% dal rischio di contagio di un virus respiratorio, il che rende consigliabile utilizzare i modelli più semplici e leggeri (
quella chirurgica, per intenderci, che per essere sicura deve essere prodotta nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019), efficaci nel limitare la dispersione di goccioline. Sconsigliabili, e anzi destinate al solo personale sanitario, sono invece i modelli FFP2 e FFP3 dotati di valvola, che potrebbero aumentare il rischio di contagiare le persone a noi vicine. Da questo quadro si deduce facilmente quanto l’utilizzo di una sciarpa non risulti ridicolo, quanto piuttosto funzionale e pratico (pur garantendo un’efficacia inferiore rispetto a una mascherina a norma) nel limitare la potenziale dispersione di germi nell’ambiente circostante. A questo proposito, ricordando sempre l’importanza prioritaria di adottare le misure di distanziamento sociale, CNN Health ha recentemente pubblicato alcune pratiche istruzioni per fabbricare la mascherina direttamente da casa.

Perché dunque non pretendere che il nostro governo imponga a tutti l’utilizzo della mascherina? Questo potrebbe accadere, nonostante vi siano alcune remore. Prima di tutto, estendere questo obbligo comporta il rischio che lo scorretto utilizzo (qui le istruzioni per indossare correttamente la mascherina come da indicazioni del Ministero della Salute) del dispositivo lo trasformi piuttosto in un veicolo di contagio. Inoltre, il senso di sicurezza derivante dall’indossare la mascherina potrebbe facilmente  indurre alcuni di noi a disattendere l’osservazione delle più importanti e imprescindibili misure di prevenzione e distanziamento, come il lavaggio delle mani, il mantenimento del metro di distanza, e l’evitare di costituire assembramenti. Ma soprattutto, perché queste sono scelte affidate al nostro governo, democraticamente eletto a rappresentarci, nonchè tenuto a ponderare al meglio la definizione e diramazione delle raccomandazioni sulla base di attente consultazioni con gli esperti in funzione delle analisi e del divenire dell’epidemia. Ovvero, qualcosa che difficilmente possiamo essere in grado di valutare al meglio scorrendo qualche giornale, seduti comodamente sul nostro divano di casa.

IL PERICOLO È NELL’ARIA?
Tra le tante, questa è l’unica risposta che gli scienziati oggi ci sanno fornire, ed è sì, c’è un pericolo nell’aria. Paradossalmente però, in questo caso parliamo ancora di Covid-19, ma non di virus. Nelle ultime settimane, diversi media avrebbero diffuso la notizia che il particolato atmosferico (PM) sarebbe in grado di potenziare la diffusione e il contagio di Sars-CoV-2, ma le cose non stanno esattamente così. La notizia si basava principalmente sugli esiti di due studi.
Il
primo, condotto nel 2002 e 2003 in Cina, individuava un parziale associazione tra gli alti livelli di inquinamento atmosferico e la maggior letalità della SARS. Per il secondo, trattasi di un recente position paper di SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università di Bologna e Università di Bari, che ha indagato il possibile legame tra gli alti livelli di PM e il grave impatto dell’epidemia di Covid-19 nel nord Italia. Tuttavia, a ben guardare, tanto i risultati del primo non risultano applicabili al nostro contesto attuale a causa della differente patologia considerata e della diversa area geografica oggetto di studio, quanto il secondo è risultato evidenziare una correlazione tra i due fattori, senza dimostrarne tuttavia un’effettiva causalità. In questo senso, la SIA (Società Italiana di Aerosol), ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto) e i ricercatori dellIFC-CNR (Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche) hanno recentemente dichiarato che gli effetti del PM sulla diffusione del virus risultano oggi privi di evidenza scientifica.

Al contrario, come recentemente evidenziato da un articolo su Environmental Pollution e da un’analisi pubblicata sul repository di Epidemiologia e Prevenzione, ben sostenuta risulta un’ipotesi ampiamente dimostrata e nota da anni, ovvero che le alte concentrazioni di PM e inquinanti nell’aria sono in grado sia di pesare sull’incidenza e la prognosi delle patologie respiratorie, che di aumentare la probabilità di decesso dei pazienti. Si parla di PM2.5 e PM10 (con diametro medio ≤2.5 μm e ≤10 μm rispettivamente), ma anche di diossidi di azoto (NO2) e di altri inquinanti, di qui il bacino padano è purtroppo ricco, tanto da far posizionare l’Italia al primo posto in Europa per decessi da NO2 e al secondo per PM2.5. 

CHE ARIA NELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA
Per quanto riguarda la scarsità di evidenze scientifiche a supporto di una precisa definizione delle misure di protezione e del potenziale di contagio di Covid-19, trattasi tutt’altro cha di colpa degli esperti. Stesso discorso vale per il potenziale di contagio attraverso il PM, che resta oggi un’ipotesi ancora priva di evidenze, e quindi considerata poco probabile. Così funziona la scienza. Le scoperte dei ricercatori vengono pubblicate seguendo specifici criteri e regole che ne garantiscono la qualità, e le risposte fornite on demand in un dato momento, o tratte dalle conclusioni di paper preliminari, altro non sono che la semplice fotografia di ciò che in quel momento è più o meno noto o ipotizzato dagli esperti. L’attuale e comprensibile fame di notizie di media e cittadini e, allo stesso tempo, la recente esplosione di articoli e pubblicazioni degli scienziati, hanno generato alcuni fraintendimenti da parte di molti non addetti ai lavori.
Se quello che pretendiamo oggi dagli esperti sono delle risposte, bisogna rendersi conto che in questo momento più che mai a loro serve comunicare e scambiarsi pareri e risultati preliminari, a una velocità tale da consentire di spingere quanto più possibile sull’acceleratore delle reciproche ricerche. Lasciamoli parlare, vien da dire. Si auspica piuttosto che i nostri politici prendano sempre più dimestichezza a comunicare con gli esperti, con modalità progressivamente più adeguate e virtuose, e che i nostri media comprendano che le meccaniche dell’open science, proprie della scienza, non rappresentano in alcun modo una giustificazione per fare una capatina sulle testate scientifiche e pescare qua e là risultati da studi preliminari e di natura puramente tecnica che, se malamente compresi e trasmessi, rischiano solo di creare allarmismo o false e pericolose rassicurazioni nei cittadini. 

Come recentemente dichiarato dal Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres, la pandemia di Covid-19 rappresenta la più grave crisi per l’uomo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Per sconfiggere un nemico a tutti comune, ha ricordato Guterres, serve il contributo di tutti. In uno sforzo personale, nazionale e individuale. Ognuno fa quello che può. Ragionevolmente i politici non sanno che pesci pigliare, in assenza di precostituite e rodate strutture di consulenza scientifica a loro supporto. Giustamente i cittadini si preoccupano se viene in loro insinuato il sospetto, scorrettamente e imprudentemente, che a ogni respiro e passeggiata rischiano di infettarsi con un virus che miete decine di migliaia di vittime in tutto il mondo. Comprensibilmente i media annaspano per soddisfare la sete di notizie del pubblico. Ma quello che si può fare oggi, da parte di tutti noi, è molto meglio di questo. Ed è fare uno sforzo nell’accettare che il linguaggio e il metodo di lavoro utilizzati dagli scienziati non sono, per loro natura, gli stessi di media e politici. E sarebbe riconoscere, finalmente, che l’attiva comunità dei divulgatori scientifici italiani è sempre pronta, se solo la degnassimo dell’attenzione che merita, a tradurre al meglio per noi i complicati risultati della scienza.

Qualcosa di utile che possiamo fare? Leggiamo contenuti scientifici e divulgativi di qualità, e affidiamoci sempre ai canali istituzionali. Pensiamo che, stando ai dati ufficiali dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, il PM2.5 si porta via prematuramente ogni anno 58.600 italiani, e che gli NO2 causano ben 14.600 decessi. Pensiamo a imparare quali sono le fonti di PM10 nel nostro Paese che, secondo uno studio condotto da ARPAE (Agenzia Regionale per la Prevenzione, l’Ambiente e l’Energia dell’Emilia Romagna) in Emilia Romagna, includono le merci su strada (21%), agricoltura e allevamenti (19%), riscaldamento a legna (17%), industria (16%) e veicoli leggeri (13%), seguiti da riscaldamento non a legna (3%), produzione di energia (3%) e altre fonti secondarie. Oppure facciamo un più comodo click sulla app del New York Times che ci mostra con un’animazione quanto PM respiriamo nelle nostre province e in tante città del mondo (come riferimento, il limite di legge in Italia per il PM10 è fissato a 50 μg m-3). A ragion veduta, tanto ventilare le stanze e indossare una mascherina in tempo di pandemia, quanto sforzarci di limitare le nostre emissioni di inquinanti e gas serra adottando uno stile di vita più sostenibile, sarebbero un ottimo punto di partenza per iniziare tutti insieme a salvare la vita di decine di migliaia di italiani.

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