Bambini e musei: a Londra due esperienze modello

Siamo andati a visitare lo Science Museum e il Natural History Museum di Londra. Tra pannelli interattivi, dinosauri giganti e videogiochi, bambini e ragazzi sono i veri protagonisti delle visite. Un modello di museo fatto per sfidare la curiosità dei più piccoli, offrire molte più domande che risposte e catturare l’immaginazione sfruttando al massimo il fascino della scienza.
Stefano Porciello, 13 Agosto 2018
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Relazioni internazionali e Studi europei

È il 19 luglio e nella galleria che collega la stazione della metropolitana di South Kensington con Exhibition Road bambini e ragazzi sono dappertutto. Alcuni sono in divisa scolastica, altri sono accompagnati dai genitori. Ventiquattr’ore dopo nella stessa galleria c’è meno caos, ma ancora una volta bambini e ragazzi sono lì che camminano, dirigendosi con genitori e amici alle diverse rampe di scale che li riportano in superficie. C’è anche una nonna con il nipotino, mi accompagneranno fino all’entrata del museo.
Exhibition Road è uno di quei luoghi in cui chiunque vada a Londra, prima o poi, farà un salto: è la strada su cui si affacciano – tra gli altri – l’Imperial College, il Museo della Scienza e quello di Storia Naturale. Non ci sono soltanto turisti: sarà per cultura, per svago o perché l’entrata gratuita permette anche ai gruppi più numerosi di visitare un museo senza troppi pensieri, ma quel che colpisce sono le famiglie che si arrampicano su per le scalinate con i passeggini al seguito, così come i ragazzi di ogni età che affollano questo sottopassaggio – e anche i corridoi, le sale e le attrazioni dei musei, una volta entrati dentro.

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Famiglie con bambini escono dalla galleria di South Kensington verso il Museo di Storia Naturale

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Un bambino si dirige verso il Museo della Scienza nella galleria di South Kensington

La nostra prima visita si svolge allo Science Museum, che nell’immaginario di molti contribuisce a fissare lo standard per i musei della scienza nel mondo e ogni anno conta milioni di visitatori. Sono stati 5,5 solo nel 2016. La mostra, completamente gratuita, offre di tutto: da un frammento di luna al modello a doppia elica del DNA di Watson e Crick (ricostruito con molti pezzi originali); dai telai a vapore ai motoscafi da corsa, fino a razzi, satelliti e aerei da guerra. È come se la rivoluzione industriale, la seconda guerra mondiale o la conquista dello spazio uscissero dal sussidiario e si trovassero lì, in ferro, acciaio e legno, davanti ai vostri occhi. I visitatori sono tantissimi, ovunque, e sono per la maggior parte ragazzi e ragazzini: sono nella galleria dedicata alle applicazioni della matematica, davanti agli schermi e ai touchscreen di tutte le sale, fanno le brevissime file per entrare nei laboratori a pagamento o nei simulatori di volo.
Perché tanto successo? La gratuità dell’ingresso è sicuramente un fattore rilevante, così come la vastità di una collezione che raccoglie in un unico luogo le trasformazioni tecnologiche e gli oggetti della scienza degli ultimi secoli della nostra storia. Quello che però sembra fare la differenza è che l’intero museo è interattivo ed è pensato e organizzato per un pubblico di giovanissimi. Nella sala dedicata alle ricerche spaziali un’educatrice si finge astronauta per raccontare la storia della conquista dello spazio e la “sua” esperienza a bordo della Stazione spaziale orbitante. I più piccoli la ascoltano affascinati, mentre i ragazzi più grandi si aggirano tra i pannelli informativi in cui sono stampate domande chiare, concrete, essenziali. Per avere le risposte si usano i touchscreen e i piccoli videogame che si trovano a poco più di un metro da terra, ad altezza di bambino.

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Un’educatrice del Museo della Scienza racconta la “sua” vita a bordo della Stazione spaziale orbitante a un gruppo di visitatori

4Due ragazzi usano un touchscreen al Museo della Scienza

Nelle sale i pannelli esplicativi sono ridotti al minimo, lo spazio è piuttosto lasciato alle domande: «Puoi essere ricostruito?», viene chiesto nella sezione dedicata al corpo umano. «La tecnologia potrebbe ricostruirti, forse addirittura migliorarti. Ma saresti ancora tu?», è la risposta. La resistenza dei batteri e la storia della scoperta degli antibiotici sono presentate nella mostra Superbugs, con una gigantesca parete interattiva dedicata. I ragazzi guardano, toccano, ascoltano: quasi senza accorgersene, affrontano uno degli argomenti più pericolosi del dibattito scientifico dei nostri tempi.

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Un gruppo di ragazzini davanti a un enorme touch screen nella sezione “Atmosfera” del Museo della Scienza

È vero: in certi punti, lo Science Museum sembra assomigliare più a un cinema o ad una sala giochi di un centro commerciale che a un classico museo. Ma è poi così male? Io non credo. Dappertutto ci sono gruppi di ragazzi che corrono, si mettono alla prova, giocano; a volte parlano a voce davvero troppo alta. Nessuno li rimprovera: si stanno divertendo, dentro un museo. E nel frattempo imparano. Come è scritto nel sito internet dello Science Museum – una vera e propria seconda visita arricchita di fotografie, spiegazioni, video divulgativi pubblicati su YouTube – imparare «è un obiettivo centrale della missione del Museo, e la sua impareggiabile collezione è solo l’inizio». La visita non è che una conferma di queste parole.

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Museo di Storia Naturale: lo scheletro di una balena sopra le teste dei visitatori

Al Museo di Storia Naturale la situazione è molto simile: se da una parte bambini e ragazzi vengono a vedere le collezioni di animali imbalsamati, scheletri e fossili, dall’altra sono costantemente coinvolti nell’esperienza della visita attraverso videogiochi, macchine di ogni tipo, video divulgativi, sfide di memoria. Questa sorta di intrattenimento ha, talvolta, un’aria decisamente più attempata rispetto al Museo della Scienza (nella sezione dedicata al corpo umano sembra di entrare in un Arcade anni ’90), mentre in altri casi è decisamente sorprendente. Nella galleria dedicata ai dinosauri bambini piccolissimi si sfidano nei quiz sui nomi di questi antichi animali e restano a bocca aperta davanti all’enorme modello di T-Rex che ruggisce e si muove cinematograficamente davanti agli spettatori, che si ritrovano ad aver fatto una specie di balzo nel mondo di Jurassic Park. All’ingresso di uno dei ristoranti, due dinosauri piumati si sfidano a vicenda; in sala altri due puntano sui visitatori che camminano tra i fossili. Sembrano pronti ad attaccare.
Intrattenimento puro? Divulgazione scientifica? È un po’ tutte e due le cose, ma rispondere non è poi così importante: i più piccoli sono ammaliati, i genitori si divertono, e l’esperienza del museo ne è sicuramente arricchita.

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Ammirando il T-Rex al Museo di Storia Naturale

Un esempio di questa concezione che riunisce divulgazione e intrattenimento è la galleria chiamata Cocoon, all’interno del Darwin Center del Museo di Storia Naturale. Si tratta una spirale discendente in cui scoprire cosa fanno gli scienziati, la storia delle loro scoperte sulla natura, il lavoro quotidiano di chi si occupa della conservazione del patrimonio del museo. La visita alterna video-interviste a collezioni degli oggetti degli scienziati, tavolini che funzionano come touchscreen per giocare, ad esempio, a preparare una spedizione nella foresta tropicale. È tutto orientato a spiegare, senza annoiare, la storia della ricerca nel mondo delle scienze naturali. Per i più curiosi, c’è anche un microfono per interrogare un “vero scienziato” tra quelli che effettivamente, ogni giorno, lavorano nei laboratori che si trovano dietro i vetri del Cocoon, il “bozzolo”.

8Il microfono nel ‘Cocoon’ a disposizione del pubblico per rivolgere le proprie domande a un vero scienziato, Museo di Storia Naturale

C’è un motivo per cui questi due musei di Londra sono famosi in tutto il mondo. Non solo, come nella migliore tradizione inglese, non richiedono il pagamento di un ticket e possono vantare collezioni impressionanti, ma sono pensati per divulgare oltre che per conservare. E la divulgazione è anche videogame, filmati, tavoli interattivi e touchscreen. “Vietato toccare” non fa più parte del gioco. La visita al museo è un’esperienza che viene arricchita, non banalizzata, da dei pupazzi di dinosauri giganti. E per chi – come molti di noi – è ormai fuori da ogni tipo di percorso d’istruzione, entrare in questi musei è un modo per mettere alla prova le nostre conoscenze e porsi una volta ancora, magari solo una, qualche domanda su cosa stiamo facendo come specie, su come siamo arrivati a plasmare il mondo che conosciamo oggi, su dove ci stanno portando le nuove tecnologie.

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Il disegno di una bambina di 5 anni esposto al Museo di Storia Naturale

Il coinvolgimento di bambini e ragazzi nelle attività dei musei arriva fino all’esposizione dei loro disegni nella galleria Images of nature del Natural History Museum. La parete è lì, rosa e inaspettata; i disegni dei ragazzi sono esposti a fianco di quelli degli artisti e di quegli scienziati del passato che usavano l’illustrazione per spiegare, studiare, e divulgare le loro scoperte sul mondo naturale. Difficile farsi venire un’idea più convincente per ispirare un bambino a intraprendere la strada della ricerca.
Gli ultimi dati disponibili pubblicati dall’ISTAT sulle attività culturali nel nostro Paese ci dicono che nel 2015, in Italia, quasi 7 persone su 10 non hanno mai visitato un museo. Tra i 6 e i 14 anni le statistiche sono leggermente più incoraggianti, ma indicano che comunque un giovanissimo su due non ha mai messo piede in un museo in 365 giorni. Nello stesso arco di tempo, soltanto 5,5 italiani su 100 hanno svolto più di tre visite. Esempi di musei virtuosi e coinvolgenti, in Italia, non mancano di certo e la scuola gioca un ruolo fondamentale nell’avvicinare i ragazzi alle attività di queste istituzioni. Ma se questi sono i dati, forse, dovremmo porci qualche domanda. In un periodo in cui si discute sul cancellare o meno le visite gratuite nei musei statali la prima domenica del mese, sarebbe il caso di costruire un vero dibattito sulle strategie per coinvolgere la popolazione, per far andare le persone – e soprattutto le famiglie con bambini – a godere del nostro patrimonio artistico e culturale.
Vogliamo dire che ormai l’iniziativa dell’ex ministro Franceschini vada rivista? Bene, allora diciamolo, ma approfittiamone per costruire una strategia di lungo termine per riuscire a ottenere quello che nel 2014 era stato l’obiettivo di quell’intuizione: riportare le persone nei musei senza che si debbano porre il problema (molto concreto) di spendere una piccola fortuna. Perché è inutile sostenere che alla fine 5, 7 o 10 euro siano pochi: se una persona preferisce usarli per andare al cinema o comprarsi un pranzo da McDonald’s, lo fa nel suo pieno diritto. Sta ai musei, al mondo della cultura, della scienza, dell’accademia riuscire a coinvolgere quella persona, la sua famiglia, i suoi figli. È loro il compito di “catturarli”, sfruttando il fascino che scienza e cultura possono e devono esercitare. In questo, Science e Natural History Museum di Londra possono offrirci un modello su cui lavorare.

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